Anthony McCarten.
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L'ora pi buia.
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Maggio 1940: come Churchill ha salvato il mondo dal baratro.
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Titolo originale: Darkest Hour.
Traduzione di: Maria Grazia Bosetti e Luca Vanni.
2018 Mondadori Libri, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Eroe di guerra. Patriota. Ubriacone. Imperialista. Politico. Depresso. Scrittore. Visionario. Aristocratico. Voltagabbana. Pittore. Nel maggio del 1940 queste erano solo alcune delle "credenziali" con cui Winston Spencer Churchill si presentava alla Camera dei Comuni per assumere l'incarico di primo ministro del Regno Unito. La nazione era in guerra da otto mesi e le cose non stavano andando affatto bene. Pi che un nuovo capo del governo, il paese invocava un condottiero, e pochi, in quei giorni cupi, avrebbero scommesso sull'ormai sessantacinquenne primo lord dell'Ammiragliato. Bastarono invece quattro settimane perch i sudditi di Sua Maest scoprissero in lui il grande leader, l'uomo capace di commuovere e spronare, il comandante in grado di salvare l'esercito britannico dalla catastrofe di Dunkerque e di decidere cos le sorti del conflitto.
Eppure, nei giorni drammatici in cui le inarrestabili armate tedesche si impossessavano dell'Europa occidentale e sembravano pronte a sferrare il colpo finale contro la Gran Bretagna, nella sala del Gabinetto di guerra Churchill meditava seriamente sulla possibilit di avviare trattative di pace con Hitler. Ma fino a che punto il leader britannico si spinse sulla via di un accordo con il Fhrer? Fino a un punto pericoloso, come sembrano rivelare i verbali delle riunioni del Gabinetto di guerra conservati presso i National Archives di Londra. In quelle ore fatali di incertezza ed esitazione, Churchill parve davvero a un passo dal prendere una decisione che avrebbe cambiato i destini del mondo. Perch non lo fece? Perch non diede ascolto a quanti ritenevano che quella fosse l'unica strada per evitare la disfatta?
Con L'ora pi buia lo scrittore e sceneggiatore Anthony McCarten ricostruisce gli eventi di quelle settimane, restituendoci un'immagine di Winston Churchill del tutto inedita, lontana dall'icona dello statista sicuro di s e certo della vittoria. Da queste pagine emerge invece un uomo lacerato dal dubbio, quasi schiacciato dal peso della responsabilit e ridotto all'angolo dall'incalzare degli eventi, ma che, nonostante tutto, seppe trovare il coraggio di presentarsi davanti al proprio paese, per convincere, ispirare, instillare nel cuore del popolo britannico sentimenti che esso stesso non sapeva di possedere. Fu in quei giorni tormentati che Churchill ruppe gli indugi, respinse ogni ipotesi di trattativa e rivolse alla nazione uno dei discorsi pi celebri di tutti i tempi, utilizzando quella che allora sembrava essere l'unica arma a sua disposizione: le parole. Si dice infatti che nell'ora pi buia egli seppe mobilitare e mandare in battaglia la lingua inglese. Non  solo una bella metafora. Quel discorso fu indubbiamente un magnifico saggio di arte oratoria, un'arte che Churchill aveva appreso dai greci e latini, in particolare da Cicerone. Ma, soprattutto, fu il suo modo di restare dalla parte giusta della Storia.
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L'autore.
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Anthony McCarten, scrittore e drammaturgo, nel 2015  stato premiato dalla British Academy of Film and Television Arts per la sceneggiatura de La teoria del tutto, il film sulla vita di Stephen Hawking.
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INTRODUZIONE.
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Sugli scaffali della mia biblioteca c' sempre stato qualche volume dedicato a quelli che si potrebbero definire "i grandi discorsi che hanno cambiato il mondo". Stando a questi libri, l'opinabile impresa sarebbe stata conseguita molte volte, con tutte le caratteristiche di rito: parole giuste, frutto di un'idea maturata al momento giusto, pronunciate dalla persona giusta.
In queste antologie trovavo sistematicamente almeno un discorso di Winston Spencer Churchill, non di rado due o tre. Suonavano un po' aulici e antiquati, segnati da uno stile retorico prossimo all'ampollosit, ma non mancavano mai di contenere un paio di periodi davvero pregevoli, passaggi superbi che avrebbero saputo impressionare tanto gli uditori di mille anni prima quanto quelli di mille anni dopo.
Quando, all'universit, ebbi modo di studiare i discorsi di Nehru, Lenin, Washington, Hitler, Martin Luther King e altri, sorse in me una profonda ammirazione per l'arte oratoria e per le mirabolanti prodezze retoriche di questi personaggi. Quando erano in vena, riuscivano a dar forma ai pensieri inespressi di un intero popolo, a suscitare le emozioni pi diverse e a fonderle in un nucleo di passione condivisa capace di trasformare l'inimmaginabile in realt.
Di Churchill mi colpiva il fatto che di simili discorsi ne avesse scritti tre nel giro di un mese. Nel maggio del 1940 aveva vissuto un periodo d'ispirata magniloquenza. E aveva fatto tutto da solo. Cos'era accaduto per spingerlo a un tale cimento? Quali pressioni politiche e personali lo avevano reso capace di trasformare, tre volte in poche settimane, il carbone in splendidi diamanti?
La verit pura e semplice? La Gran Bretagna era in guerra. Le drammatiche vicende del Blitzkrieg avevano visto le democrazie europee soccombere una dopo l'altra, in rapida successione, sotto i colpi dell'invasore nazista. Di fronte a questo spaventoso scenario il primo ministro britannico si chiedeva, penna alla mano e segretaria pronta a dattilografare, con quali parole avrebbe potuto esortare il paese all'eroica resistenza, quando l'irruzione sul suolo patrio di un nemico tanto implacabile sembrava solo una questione di ore.
Il presente libro - come la sceneggiatura del film L'ora pi buia - scaturisce da questo orizzonte di interrogativi e suggestioni. Il suo obiettivo  mettere a fuoco quali fossero, in quei giorni fatali, le metodologie di lavoro, le qualit di leadership, le dinamiche di pensiero e le condizioni psicologiche di un uomo convinto, nel profondo del suo animo piuttosto poetico, che le parole sono importanti, preziose, e possono contribuire a cambiare il mondo.
Nella mia ricognizione mi sono anzitutto concentrato sul periodo fra l'inattesa nomina di Winston Churchill a premier, il 10 maggio 1940, e la pressoch completa evacuazione dei soldati britannici in pericolo da Dunkerque (preludio all'imminente caduta della Francia), il 4 giugno, giorno in cui Churchill pronunci l'ultimo discorso del suo grande trittico oratorio.
I National Archives di Londra mi hanno messo a disposizione uno strumento di ricerca fondamentale: la possibilit di accedere ai verbali delle riunioni del Gabinetto di guerra presieduto in quei tenebrosi giorni da Winston Churchill. Tali documenti fanno luce su un raro periodo di incertezza della sua carriera, un istante di esitazione in una leadership per il resto saldissima. I piedistalli son cose per le statue, non per le persone, e un'attenta lettura dei verbali rivela non solo un leader in difficolt, attaccato da ogni parte e talora incerto su quale direzione prendere, ma anche una storia per me inaudita: il Gabinetto di guerra avrebbe potuto siglare la pace con il nemico, ridisegnando cos per sempre il volto del mondo. Fino a che punto Winston Churchill si spinse sulla via di un accordo di pace con Hitler? Fino a un punto pericoloso, ho scoperto.
Il Gabinetto di guerra, che nel 1940 si riuniva inizialmente presso l'Ammiragliato (poco lontano da Downing Street, risalendo Whitehall) e pi avanti in un profondo bunker sotto il Palazzo del Tesoro, si trovava di fronte a un dilemma, e cio se la Gran Bretagna avrebbe dovuto continuare a combattere in solitudine, magari fino all'annientamento delle sue forze armate e alla distruzione della nazione stessa, o mettersi al sicuro cercando di trattare la pace con Hitler. L'ambasciatore italiano a Londra aveva lasciato intendere che in cambio di Malta, di Gibilterra e di alcune concessioni coloniali in Africa, avrebbe senz'altro chiesto al duce di promuoversi mediatore di un accordo fra Berlino e Londra. Il rivale di Churchill al premierato, lord Halifax, insisteva sulla necessit di sondare questa opzione, almeno finch le condizioni di Hitler non fossero state chiare, e il predecessore di Churchill, Neville Chamberlain, concordava sul fatto che si trattasse dell'unica strada sensata per sottrarsi a una disfatta rovinosa e pressoch certa. Winston Churchill si trov cos ad affrontare lunghe ore di solitudine, nelle quali doveva affidarsi solo al proprio discernimento.
Molti lettori si stupiranno nell'apprendere che il grande Churchill, passato alla storia come indefesso e irriducibile nemico di Hitler, dichiar ai colleghi del Gabinetto di guerra di non avere, in linea di principio, alcuna obiezione contro l'avvio di colloqui di pace con la Germania, "se Herr Hitler era disposto a siglare la pace in cambio del ripristino delle colonie tedesche e del pieno controllo sull'Europa centrale". A un certo punto, il 26 maggio, si spinse persino oltre, se, com' stato annotato, disse "che sarebbe stato grato di uscire dalle nostre attuali difficolt, conservare gli essenziali della nostra forza vitale, anche a costo di qualche cessione di territorio". Quale territorio? Non solo territorio europeo, ma anche territorio inglese! Ma c' di pi: secondo quanto si legge nel diario di Chamberlain in data 27 maggio, Churchill dichiar al Gabinetto di guerra che "se potessimo cavarci da questo pasticcio cedendo Malta, Gibilterra e qualche colonia africana, lui [ovvero Churchill] lo farebbe al volo".
Churchill stava davvero valutando la possibilit di avviare trattative di pace con un maniaco omicida che detestava pi di chiunque altro? Sembrerebbe di s. Le pressioni che subiva erano tali da indurlo non solo a contemplare l'idea, ma ad accordare ad Halifax il permesso di metter mano a un memorandum top-secret per gli italiani, nel quale fossero indicate le condizioni della Gran Bretagna, e muovere cos il primo passo in un processo volto a indagare quanto Hitler sarebbe stato duro.
A coloro per i quali l'immagine di un Churchill disposto a considerare seriamente un accordo del genere ridimensionerebbe la grandezza dello statista, intaccandone la reputazione, dico che  proprio il contrario: a non rendergli giustizia  semmai la comune immagine di indomito combattente sempre sicuro di s, uno stereotipo che lo rende irreale, che gli nega la plasticit di un uomo in carne e ossa, riducendolo al prodotto di un sogno collettivo. Lungi dallo sminuirlo, la sua indecisione, la sua capacit di farsi vedere inflessibile per tenere alto il morale e intanto pensare diverse soluzioni, gli fa onore.
 questa l'ora pi buia cui si riferisce il titolo. Ma da essa - meglio ancora, in virt di essa - Churchill sortisce con due colpi di teatro, splendidi saggi di perorazione: la prima pronunciata a un gruppo di membri esterni del Gabinetto di guerra, ignari delle discussioni in atto, la seconda al plenum del parlamento, affinch fosse udita dal mondo intero. Il primo discorso fu una prova di scena; non ne esiste un resoconto completo, ma gli echi conservati nei diari degli uomini che lo ascoltarono ce ne rivelano le linee generali, riproducendone molti passaggi chiave. Il secondo discorso entr nella storia nell'istante stesso in cui usc dalla bocca di Churchill, quando egli indic nelle spiagge, negli approdi, nei campi, nelle colline, nei mari, negli oceani e nell'aria i luoghi in cui gli inglesi avrebbero dovuto affrontare il terribile Unno.
In entrambi i discorsi, e in un terzo pronunciato qualche settimana prima (nel quale prometteva agli uditori il suo sangue, le sue lacrime e il suo sudore, li volessero o no), fece ricorso a tutti gli espedienti dell'arte, secondo le lezioni imparate dai greci e dai latini in generale, e da Cicerone in particolare: anzitutto destare simpatia verso di s, il proprio paese, i propri clientes, la propria causa, per poi muovere gradualmente verso un appello diretto alle emozioni (il momento che gli oratori latini chiamavano "epilogo"), in modo che alla fine nell'aula non rimanesse un solo cuore incommosso, un solo occhio asciutto.
I saggi di oratoria che Churchill sfoggi per ben tre volte tra il maggio e l'inizio di giugno del 1940 potevano contare su antichi modelli - a partire dall'orazione di Marco Antonio in difesa di Aquilio, quando il primo squarci la tunica del secondo per mostrarne le ferite di battaglia -, ma la Camera dei Comuni e l'opinione pubblica britannica non avevano mai ascoltato nulla di simile. Con le parole Churchill riusc a cambiare il clima politico e ad accendere la tesa volont di un popolo inquieto, inducendolo a intraprendere una rotta incerta, che alla fine, contro ogni previsione e a prezzo di tutti i sacrifici che egli stesso aveva previsto (e anche di pi!), si concluse con la piena vittoria.
 un pezzo di storia.
Quando Winston Churchill mor, di lui si disse che in quei foschi giorni del 1940, quando l'Inghilterra rimase ad affrontare da sola un nemico terrificante, seppe mobilitare e mandare in battaglia la lingua inglese. Non si tratta soltanto di una bella metafora. Le parole erano realmente tutto ci che in quegli interminabili giorni Churchill aveva a disposizione. Ma quando ci si trova per le mani un solo strumento con cui combattere, allora, potremmo concludere, si pu fare davvero molto male.
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MARTED 7 MAGGIO 1940.
HITLER AVEVA GI INVASO CECOSLOVACCHIA, POLONIA, DANIMARCA E NORVEGIA
ORMAI SEMBRAVA PRONTO A CONQUISTARE IL RESTO DELL'EUROPA
IN INGHILTERRA IL PARLAMENTO AVEVA PERSO LA FIDUCIA NEL PREMIER, NEVILLE CHAMBERLAIN. LA RICERCA DEL SUO SUCCESSORE ERA GI COMINCIATA.
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I.
UNA CAMERA DIVISA.
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Nell'aula dei dibattiti del parlamento infuriava un clima di invettiva e di condanna. "Via, fuori!", gridavano dagli spalti superiori, dove gli aristocratici e i membri della Camera dei Lord si sporgevano per osservare meglio. "Dimissioni! Dimissioni!" Mai nella vita politica britannica si era visto qualcosa del genere. I membri dei partiti all'opposizione arrotolavano i fogli con l'ordine del giorno facendone altrettanti stiletti da puntare contro il primo ministro conservatore Arthur Neville Chamberlain, seduto, ormai esausto e malato, davanti alle cassette dei dispacci.
Per molte ragioni, per, Chamberlain era restio a lasciare l'incarico di premier, non da ultimo per la sua profonda incertezza sul nome del successore.
La Gran Bretagna era in guerra da otto mesi e le cose non stavano andando affatto bene. Sia i politici sia l'opinione pubblica invocavano a gran voce non solo un leader, ma, come esigono i tempi difficili, un grande leader, una figura capace di fare ci che solo i grandi condottieri sanno fare: pronunciare parole in grado di commuovere e suggestionare, convincere e spronare, ispirare e persino instillare nel cuore della gente sentimenti che essa stessa non sa di possedere. Da simili parole scaturisce l'azione, che, secondo il suo grado di saggezza, pu sfociare nel trionfo o nella pi tragica sconfitta.
C'era poi un fattore forse meno scontato, che ogni paese immerso in una grave crisi dovrebbe augurarsi di trovare nel proprio leader: il dubbio. L'essenziale capacit di dubitare delle proprie opinioni, di avere una mente in grado di contemplare simultaneamente due idee contrapposte e solo in un secondo momento farne la sintesi, una mente, cio, libera da pregiudizi e capace di restare tale di fronte ai diversi punti di vista, una mente non preorientata bens pronta a dialogare con un unico interlocutore: se stessa. In quei giorni la Gran Bretagna non avrebbe saputo che farsene di un ideologo. Ci di cui aveva bisogno era un leader capace di pensare a trecentosessanta gradi.
Come ebbe a scrivere nel 1650 Oliver Cromwell alla Chiesa di Scozia: "Vi scongiuro, per le viscere di Cristo, considerate la possibilit di essere in errore". In quel frangente incerto, quando la nazione si trovava alle prese con questioni tanto gravi che il suo stesso futuro sarebbe dipeso dalle sue prossime mosse, il grande interrogativo era: dove trovare un leader del genere?
"Troppo a lungo avete seduto qui, per quel poco di bene che avete saputo fare. Andatevene, vi dico, e che con voi sia finita per sempre. In nome di Dio, andatevene!"1 Detto questo, Leo Amery, parlamentare eletto nel collegio di Birmingham Sparkbrook, torn al proprio posto fra gli applausi scroscianti. Era la prima sera dell'ormai leggendario dibattito sui fatti di Norvegia, il 7 maggio 1940. La Camera era riunita da quasi nove ore. Era la calda sera di un'estate anticipata, e si era ormai fatto buio. Le parole di Amery erano una pugnalata alla schiena del compagno di partito Chamberlain.
Il paese era diviso e il governo, invece di mantenersi compatto, era lacerato dai personalismi e dalle futili differenze di posizione che avevano contribuito a produrre i catastrofici disastri militari riportati sia in terra sia in mare. Che in Europa il nazismo stesse per imporsi e la democrazia avesse le ore contate non era pi un'ipotesi inverosimile.
I semi del famoso dibattito parlamentare di quella sera erano stati gettati cinque giorni prima, quando era giunta la notizia che la Gran Bretagna stava evacuando dal porto norvegese di Trondheim le sue truppe, reduci dal primo pesante attacco tedesco. Amery e i membri della Commissione di vigilanza di lord Salisbury, costituita da parlamentari del Partito conservatore e da lord per chiedere conto al governo del suo operato, e insieme a loro il Gruppo d'azione parlamentare, costituito con analoga finalit da membri di tutte le formazioni, compreso il Partito laburista, e guidato dal liberale Clement Davies, avevano convenuto sulla necessit di esigere un dibattito in merito ai marchiani errori commessi durante quel primo scontro con le truppe del Reich, e di sfruttare tale dibattito per cercare finalmente di farla finita con un leader che ritenevano stesse voltando le spalle a loro e al paese.
Chamberlain aveva iniziato a relazionare alla Camera sulla "condotta bellica" alle 15.48 del 7 maggio, il primo dei due giorni di dibattito. Le sue parole, il suo tentativo di salvare la situazione, non riuscirono a rafforzarne la posizione n a placare i timori che l'Inghilterra fosse votata alla rovina. Anzi, non fecero che confermare l'immagine di un uomo stanco, costretto sulla difensiva, un uomo che avrebbe potuto soltanto accelerare l'avvitamento del paese in una spirale pericolosissima. Con l'aria "affranta e appassita",2 come ricorder pi tardi uno degli osservatori, Chamberlain teneva duro, mentre i suoi avversari gli ritorcevano contro ben pi memorabili frasi. Le conosceva bene, dal momento che era stato lui a crearle: "Pace per il nostro tempo!" (sua solenne promessa dell'anno precedente) e "Ha perso l'autobus!" (l'espressione con cui aveva commentato l'occasione persa da Hitler di non gettare l'Europa nel caos). Adesso quelle parole gli esplodevano come mine sotto i piedi.
Il fievole sostegno ricevuto durante il suo discorso fu definito dal laburista Arthur Greenwood "sintetico". L'atmosfera alla Camera non era mai stata pi cupa: "Il parlamento ha l'animo agitato, preoccupato. Pi che preoccupato. In ansia".3
Quando Chamberlain torn a sedere, l'ammiraglio conservatore sir Roger Keyes, vestito in alta uniforme (fatto assai insolito alla Camera dei Comuni), entr teatralmente in scena. Fatta tacere l'aula, Keyes, da tempo critico nei confronti del premier, punt il dito contro "l'impressionante storia di inettitudine"4 dell'esecutivo. Conosceva bene ci di cui stava parlando: aveva visto i grossolani errori in prima persona.
Tocc quindi al laburista Clement Attlee, leader del partito d'opposizione. Non certo famoso per pirotecnica oratoria, Attlee riusc, evidentemente ispirato dall'argomento, a trovare parole taglienti contro l'"inetta" gestione della situazione da parte del governo:
Non si tratta solo della Norvegia. La Norvegia  il culmine di molti altri sbagli. La gente dice che la responsabilit di condurre le cose  affidata per lo pi a uomini che hanno collezionato una serie pressoch ininterrotta di fallimenti. La Norvegia viene dopo la Cecoslovacchia e la Polonia. In tutti i casi  sempre la stessa storia: troppo tardi! Il primo ministro ha parlato di autobus persi. Cosa dovremmo dire allora di tutti gli autobus che lui e i suoi sodali hanno perso dal 1931 a oggi? Hanno perso tutti gli autobus per la pace, ma sono saliti sull'autobus per la guerra. Per la gente questi uomini, che sui fatti hanno commesso gravi errori di giudizio, gli uomini secondo cui Hitler non avrebbe attaccato la Cecoslovacchia, secondo cui Hitler poteva essere rabbonito, non si erano evidentemente resi conto che Hitler avrebbe attaccato la Norvegia.5
Verso la mezzanotte del 7 maggio il destino di Chamberlain era segnato. A molti, per, pareva che il primo ministro non riuscisse a rendersene conto. La sua mancanza di perspicacia non era una novit. Luned 6 maggio 1940 John "Jock" Colville, il suo capo di gabinetto privato, aveva annotato nel proprio diario: "Il primo ministro  molto avvilito per gli attacchi della stampa al suo indirizzo ... Soffre, io credo, di una strana forma di orgoglio e vanit, che  sorta in lui a Monaco" (il riferimento  al settembre del 1938, quando si pens che Chamberlain, pur avendo ceduto a tutte le richieste di Hitler, fosse per riuscito a preservare la pace) "e che da allora, malgrado le numerose batoste,  andata crescendo".6
Fu cos che la mattina dell'8 maggio, prima della seconda e decisiva giornata di dibattito, i membri della Commissione di vigilanza e del Gruppo d'azione parlamentare, vista l'evidente riluttanza di Chamberlain ad abbandonare la premiership, tornarono in parlamento. Qui decisero di chiamare i membri della Camera a pronunciarsi, indicando con il voto, secondo le parole del deputato laburista Herbert Morrison, "se sono soddisfatti di come viene gestita la situazione o se invece sono preoccupati".7 Si trattava, insomma, di assestare il colpo finale, privando Chamberlain del numero di sostenitori necessario per conservare un effettivo ruolo di leader.
La voce giunse ai capigruppo dei partiti, ciascuno dei quali inizi freneticamente a cercare appoggio proponendo accordi agli esponenti dei diversi blocchi coinvolti nel voto. Nel suo diario, Colville ricorda come i capi dei Tories parlassero "di ricostituire il governo, discutendo seriamente alcune soluzioni, per esempio un patto (che [lord] Halifax avrebbe dovuto proporre a [Herbert] Morrison) in base al quale il Partito laburista - al momento all'opposizione - sarebbe stato invitato a entrare nel governo in cambio di un passo indietro da parte di alcuni grandi calibri dell'esecutivo - Sam Hoare, Kingsley Wood, John Simon ecc. -, ma solo a condizione che Chamberlain conservasse la leadership".8
Quando, alle 14.45, la Camera si riun per riprendere il dibattito sulla "condotta bellica", le lame, affilatissime, erano ormai sguainate.
Gli appelli a non spaccare la Camera rivolti a Herbert Morrison non trovarono ascolto. Gli esponenti del Partito laburista avevano ormai deciso: in un governo di unit nazionale guidato da "quell'uomo", Chamberlain, non sarebbero mai entrati. Con un appassionato discorso di venti minuti, Morrison esort i membri della Camera a votare secondo coscienza e a meditare con attenzione se l'Inghilterra avrebbe potuto continuare su questa strada, date le carenti capacit di leadership evidenziate in una guerra iniziata da appena otto mesi. Il messaggio era semplice e chiaro: non solo Chamberlain doveva dimettersi, ma con lui dovevano andarsene tutti coloro che avevano sostenuto la linea dell'appeasement, l'illusione che aveva dominato la politica britannica nei confronti della Germania nel corso degli anni Trenta, l'idea cio che un dittatore, qualora fosse stato opportunamente nutrito, si sarebbe ritirato, sazio, nella sua tana. Dovevano lasciare il campo anche sir Samuel Hoare, ministro dell'Aeronautica, e sir John Simon, cancelliere dello Scacchiere.
La decisione di rassegnare le dimissioni spettava al primo ministro. Indebolito dagli attacchi che gli erano giunti da ogni parte, Chamberlain avrebbe senz'altro finito col cedere. Ma intanto resisteva, fermo sul suo scranno, solo qualche accenno di sguardo all'inclemente nube di oltraggi e calunnie che gli stava piovendo addosso. Quando infine dovette alzarsi, balz - come ricorda il deputato laburista Hugh Dalton nelle sue memorie - "furiosamente in piedi, digrignando i denti come un topo incantonato in un angolo e grid: "Accetto la sfida e chiedo ai miei amici, e qui alla Camera ne ho ancora qualcuno, di sostenere il governo in quest'aula stasera"".9
Il fatto che Chamberlain non avesse afferrato la gravit della situazione in cui versava il paese non fece che esacerbare la rabbia degli oppositori. I membri di entrambi gli schieramenti scattarono subito in piedi, cercando di attrarre l'attenzione del presidente della Camera per avere la parola. Nell'aula si sentiva gridare "vattene!" e "dimettiti!". Ma Chamberlain non reagiva. Era chiaro che serviva un'ultima, devastante spallata, e l'uomo pi adatto ad assestarla si alz in piedi. Il vocio si plac. David Lloyd George, il liberale che era stato anch'egli premier in tempo di guerra, cominci ad accusare il capo dell'esecutivo, prima pacatamente poi con toni sempre pi accesi, di avere messo l'Inghilterra nella "peggiore posizione strategica in cui il paese si  mai trovato". La requisitoria tocc il culmine con un diretto appello alla coscienza di Chamberlain: "Voglia egli dare un esempio di sacrificio, perch in questa guerra nulla pu contribuire alla vittoria pi di una sua rinuncia all'alta carica".10
Dall'alto degli spalti la moglie dell'oratore, Margaret Lloyd George, osservava la scena, annuendo in segno di approvazione. Pi tardi avrebbe scritto:
Sono contenta che mio marito abbia contribuito a liquidare Chamberlain. Non avevo mai visto uno spettacolo del genere. La Camera era decisa a togliere Chamberlain di mezzo, e con lui sir John Simon e Sam Hoare ... L'urlo che ha accompagnato la sua uscita di scena era impressionante, e quelle grida "vattene, vattene!". Non ho mai visto un primo ministro ritirarsi cos ignominiosamente. Ha combinato un disastro, e dopo Monaco il Partito conservatore continuava a ripetere: "Ci ha salvati dalla guerra". Poveretti, qualcuno doveva pur aprire loro gli occhi.11
Il dibattito infuri fino a notte inoltrata. Chamberlain non avrebbe lasciato il campo tanto facilmente. Poche settimane addietro aveva ammesso per la prima volta nel suo diario di provare "un considerevole dolore"12 a causa del cancro al colon che di l a pochi mesi lo avrebbe portato alla morte. Forse in cuor suo sapeva che quel passaggio era la sua ultima chance per evitare l'accusa di aver determinato il crollo dell'Europa, della democrazia e dello stile di vita britannico. Ma forse la sua riluttanza a dimettersi era dovuta a un'altra ragione, pi recondita.
Pochi posti pi sotto rispetto al seggio di Chamberlain sedeva un uomo decisamente pi colpevole dei fatti occorsi il mese prima durante la campagna norvegese, costata milleottocento soldati, una portaerei, due incrociatori, sette cacciatorpediniere e un sottomarino.
Il principale artefice della disastrosa strategia navale britannica era stato, nella sua qualit di primo lord dell'Ammiragliato, Winston Spencer Churchill. Ma tutta l'attenzione era puntata sul premier, e Churchill, quando tocc a lui prendere la parola, rimase fuori dalla linea di fuoco, temporeggiando e tenendo le sue impronte lontano dall'arma del delitto.
Churchill non godeva di grande popolarit. Anzi, all'epoca veniva irriso, considerato un egocentrico, un "mezzosangue americano" che, per usare le parole del deputato conservatore sir Henry "Chips" Channon, militava per una sola causa: se stesso. Oggi, in Gran Bretagna, Churchill d il nome a tremilacinquecento fra pub e hotel, a oltre millecinquecento fra saloni e negozi e a venticinque strade, e il suo volto si trova un po' ovunque, dai sottobicchieri da birra agli zerbini (per non parlare delle sporadiche comparse del suo busto nello Studio Ovale del presidente degli Stati Uniti), ma nel maggio del 1940 per la maggior parte delle persone che desideravano vedere il paese in buone mani era l'ultima delle opzioni. Oggi  difficile immaginarlo.
Sebbene molti nel partito lo considerassero un voltagabbana per il suo "cambiamento di fronte", vale a dire il suo passaggio dai conservatori ai liberali nel 1904 e il suo ritorno ai Tories nel 1924, Churchill aveva dimostrato al governo Chamberlain un'assoluta fedelt. E fu cos anche quella notte, quando, durante il discorso di Lloyd George, si offr come capro espiatorio al posto del primo ministro: "Mi assumo la piena responsabilit di tutto ci che  stato fatto dall'Ammiragliato, e mi prendo senz'altro la mia fetta di colpa".13
Lloyd George, che Churchill aveva interrotto, ribatt prontamente: "Il signor onorevole non si lasci trasformare in un rifugio antiaereo solo per evitare che le schegge vadano a colpire i suoi colleghi".14
Il mea culpa di Churchill era solo la prima mossa di una finta missione di salvataggio. Egli sapeva bene che l'operazione era destinata a fallire, ma contava sul fatto che quella commovente dimostrazione di lealt gli avrebbe procurato le simpatie dei colleghi: era un'occasione d'oro per mostrare che all'occorrenza sapeva "comportarsi da primo ministro" e segnalarsi come outsider per la corsa al premierato.
Quando ebbe la facolt di intervenire - e di tenere a lungo la parola -, i ribelli trattennero il fiato trepidanti, sperando di ascoltare qualche immortale frase di condanna. Churchill per non disse nulla d'immortale, nulla che Chamberlain non avrebbe potuto scrivere di suo pugno sulla propria lapide. Anzi, si produsse in un elogio cos squisitamente misurato da esprimere esattamente il concetto: troppo poco e troppo tardi. Evidentemente la tirata difensiva che avrebbe potuto pronunciare doveva essere tenuta in serbo per un altro giorno, un'altra ora. Aveva gi preparato discorsi di fuoco, frasi provate e riprovate in segreto e destinate a servire un'altra, pi importante, causa nei giorni che sarebbero venuti. Sprecarle in quell'occasione non avrebbe avuto senso.
Quando torn a sedere, con il suo intervento aveva verosimilmente ottenuto un risultato: la sua stella, sebbene non ancora sfavillante, aveva perso un po' di opacit, in un momento in cui gli astri di tutti gli altri si erano spenti.
Cos, quando il presidente della Camera invit i deputati a pronunciarsi, la maggior parte dei presenti non aveva pi dubbi. Ricorder Chips Channon:
Guardando i ribelli che sfilavano dai banchi dell'opposizione ... gridammo: "Traditori, sorci!". Ci risposero: "Tirapiedi!" ... "281 a 200" ... Si lev il grido: "Dimissioni, dimissioni!" ... e quel vecchio scimmione di Josh Wedgwood cominci a sbracciarsi cantando Rule Britannia. Accanto a lui Harold Macmillan gli and dietro, ma furono entrambi subissati dal clamore. Neville, che sembrava sconvolto da quei facinorosi, fu il primo ad alzarsi. Aveva il volto cupo e pensieroso ... Quella notte non c'erano ad attenderlo folle festanti, come alla vigilia di Monaco. Era soltanto un pover'uomo isolato, che aveva fatto del suo meglio per l'Inghilterra.15
Malgrado la risicata vittoria, Chamberlain aveva perso fiducia nel partito: ben quarantuno deputati conservatori, infatti, avevano votato contro il governo. Il pi giovane di loro era John Profumo, che era uscito di nascosto dalla sua caserma per presenziare al voto e che sarebbe stato violentemente attaccato dal capogruppo conservatore David Margesson: "Tu, spregevolissimo stronzetto ... porterai per il resto della vita l'onta di quel che hai fatto la notte scorsa!".16
Con la maggioranza ridotta a ottantuno voti, ogni possibilit di confronto era ormai venuta meno. Quello di cui c'era bisogno era invece una crociata pubblica, come tra s considerava il capo di gabinetto privato di Chamberlain, Jock Colville, che osservava: " riprovevole che tutti concentrino le proprie energie su una crisi politica interna ( la franaise) invece di guardare avanti e pensare alla prossima mossa di Hitler".17 Bisognava trovare un nuovo leader. Chi avrebbe potuto essere? Chi era all'altezza? E chi era disponibile?
Lo scontro politico interno aveva fatto perdere di vista quanto fosse disperata la situazione in cui versava il paese. Serviva qualcuno che riuscisse non solo a ricompattare il Partito conservatore, ma anche a rimettere ordine tra i partiti all'opposizione e tra le forze armate, le quali, in occasione della prima sconfitta militare con cui si erano tragicamente chiusi gli otto mesi della cosiddetta "strana guerra" (quella iniziata con l'invasione tedesca della Polonia), non erano riuscite a coordinarsi.
Nel suo diario Channon scriveva che ormai tra i principali politici era tutto un "tramare e intrigare, complottare e controcomplottare".18 Ma a guadagnare terreno nel Partito conservatore non era Churchill, sebbene nei precedenti giorni di dibattito fosse stato difeso e lodato da molti. Un nome stava emergendo su tutti come il solo naturale successore di Chamberlain. Era quello di un uomo cui non era stato nemmeno permesso di prendere posto, da un lato o dall'altro, alla Camera dei Comuni. Si trattava di lord Halifax, allora ministro degli Esteri e membro della Camera dei Lord, che era rimasto a guardare in silenzio lo svolgersi dei lavori dalla Galleria dei Pari, insieme agli altri lord, agli ambasciatori e agli alti dignitari dei paesi alleati.
Un grande ostacolo all'entrata in scena di Halifax come successore di Chamberlain era contenuto nella Costituzione stessa. La particolarissima struttura del sistema parlamentare britannico stabilisce che chiunque abbia un seggio alla Camera dei Lord non pu candidarsi a farsi eleggere come membro del parlamento alla Camera dei Comuni. Qualora lord Halifax avesse voluto assumere il ruolo di primo ministro e leader del parlamento sarebbe sorto quindi un serio problema costituzionale.
Il biografo di Halifax, Andrew Roberts, racconta come durante il secondo giorno di dibattito, l'8 maggio, il ministro degli Esteri e Chamberlain avessero brevemente discusso la possibilit, fino allora impensabile, di un premierato Halifax. Chamberlain aveva "detto chiaramente che nel caso in cui fosse stato costretto a dimettersi avrebbe voluto che a succedergli fosse Halifax",19 ma alla ripresa dei lavori, gioved 9 maggio, la risposta di Halifax non fu quella attesa. Nel suo diario egli scrisse che il primo ministro lo aveva convocato per le 10.15 a Downing Street. Qui Chamberlain gli aveva detto che "la situazione non poteva essere lasciata com'era emersa dalla decisione della Camera dei Comuni e che era essenziale ripristinare la fiducia nel governo".20 Ancora una volta il premier era tornato sulla questione del suo successore. Nel diario Halifax riporta la sua risposta: "Se dovessi essere io, [Chamberlain] potrebbe continuare a far parte del governo. Ho squadernato tutti gli argomenti che mi sono venuti in mente contro una mia candidatura, sottolineando in particolare la difficile posizione di un primo ministro impossibilitato a tenersi in contatto con il centro gravitazionale della Camera dei Comuni".21
Sarebbe lecito pensare a un atto di falsa modestia, dal momento che, con il suo successivo operato, Halifax avrebbe mostrato di aspirare non poco a mettere le mani sulle leve del potere. Annotava nel suo diario: "La conversazione e le evidenti propensioni della sua [di Chamberlain] mente mi hanno fatto venire un fastidioso mal di stomaco. Gli ho ripetuto ancora una volta quanto gli avevo detto il giorno prima: se i laburisti dichiareranno di volersi mettere solo a mia disposizione, io dir loro di non essere pronto ad accettare".22
Mal di stomaco? Il deputato conservatore Rab Butler, nel suo ricordo della conversazione avuta con lo scaltrissimo Halifax dopo che questi aveva incontrato Chamberlain, ci offre un quadro alquanto diverso:
Egli [Halifax] mi disse di potersi assumere l'incarico. Disse anche che bisognava arginare Churchill: era pi facile farlo nelle vesti di premier o in quelle di ministro di un governo Churchill? Ma anche se Halifax avesse scelto la prima soluzione, le qualit e l'esperienza di Churchill avrebbero fatto s che "in ogni caso a gestire la guerra" sarebbe stato quest'ultimo e il ruolo di Halifax si sarebbe trasformato ben presto in quello di una sorta di primo ministro onorario.23
Malgrado quanto ha voluto far credere Halifax, si direbbe un motivo ben pi credibile per rifiutare la carica che nella carriera di un politico inglese rappresenta il culmine del successo. Le riserve di Halifax erano essenzialmente dovute alla sua appartenenza alla Camera dei Lord, che gli avrebbe impedito di sedere come primo ministro alla Camera dei Comuni. Che tipo di capo della nazione avrebbe potuto essere Halifax?
Ricevere l'incarico di guidare la Gran Bretagna senza avere l'effettivo potere di farlo, e per di pi trovarsi a dipendere in misura rilevante da Churchill - che Halifax sapeva essere stratega e leader ben pi abile di lui -, non era certo una prospettiva allettante per un uomo con il rango e l'ego di lord Halifax. Ma com'era possibile che gli altri esponenti del mondo politico non si rendessero conto delle sue vere intenzioni? I lord volevano Halifax, re Giorgio VI voleva Halifax, persino i laburisti lo volevano. L'impressione era che stessero concentrando il proprio consenso su un personaggio inopinatamente disinteressato ad assumere l'incarico (almeno finch lo scenario non fosse cambiato).
Fu cos che il nome di Churchill si ritrov, a sorpresa, al vertice della lista.
Era uno sviluppo del tutto imprevisto. Quella che solo qualche giorno prima era ritenuta un'opzione improponibile, ora veniva considerata una possibile soluzione. Era una scelta difficile per tutti. Quell'uomo era un enigma, una congerie di volti inconciliabili: uno showman, un esibizionista, uno sbruffone, un poeta, un giornalista, uno storico, un avventuriero, un malinconico, probabilmente un alcolista, certamente un uomo in et pensionabile, un sessantacinquenne che si era distinto soprattutto per i suoi continui fallimenti, per il suo sistematico fraintendimento dei segnali premonitori, per aver troppo spesso gestito male le cose, e troppo spesso proprio quando si sarebbero dovute gestire nel migliore dei modi. Ritenuto un pericoloso guerrafondaio per gli errori commessi come primo lord dell'Ammiragliato durante la Grande guerra (soprattutto per la catastrofica campagna di Gallipoli contro gli ottomani, nella quale persero la vita quarantacinquemila soldati del Commonwealth), aveva trascorso gran parte degli ultimi dieci anni in quello che definiva un "deserto", dopo una serie di altri passi falsi, tra cui l'opposizione all'autogoverno dell'India e la rozza gestione di uno sciopero di minatori in Galles.
Era del tutto naturale che Churchill stesso, dopo una simile collezione di errori, nutrisse dubbi sulla propria adeguatezza. Poich si tratta di abbagli macroscopici, sarebbe una pretesa davvero bizzarra - e psicologicamente insostenibile - immaginare il contrario. Sapeva di essere compromesso. Sapeva che a questo punto della sua carriera era ormai un classico da barzelletta, la gioia dei vignettisti, cosa che stupir chi oggi lo conosce solo per ci che egli divenne in seguito. Che ambisse all'alta carica  fuori questione: sognava di fare il primo ministro sin dall'infanzia, per completare un percorso familiare che il defunto padre, Randolph, non aveva potuto portare a termine. Tuttavia era consapevole di avere gestito male le crisi cui abbiamo accennato e di quanto pesanti ne fossero stati i costi in termini di vite umane. Ma se personalmente riteneva che avere dubbi riguardo a se stessi fosse una debolezza (tornava spesso a definire la leadership come risoluta attuazione di una visione consapevole), non c' ragione per essere d'accordo con lui: mettersi in dubbio, nella misura in cui non ha effetti paralizzanti, consente di soppesare e valutare punti di vista alternativi e pu quindi essere ritenuto un passaggio cruciale in qualsiasi processo decisionale.
Quale fosse all'epoca la considerazione generale di Churchill  ben esemplificato dalle parole di sir Edmund Ironside, comandante dello stato maggiore dell'impero, il quale nel proprio diario ne registrava l'ambivalenza: "Naturalmente il solo che pu succedere [a Chamberlain]  Winston, che per  troppo instabile, anche se ha il genio necessario per condurre la guerra sino in fondo".24
Se dunque la nomina di Churchill al vertice era tutt'altro che scontata, un punto di forza che questi poteva vantare rispetto ad Halifax era l'esperienza diretta della guerra. Le sue credenziali militari - aveva prestato servizio sia nella guerra boera sia nella prima guerra mondiale, e aveva seguito vari altri conflitti in veste di giornalista - erano, pur con tutti i passi falsi compiuti, superiori sotto ogni riguardo a quelle del ministro degli Esteri, che di battaglie, o anche solo di strategia militare, sapeva ben poco e che appena un mese prima aveva confessato la propria ignoranza in materia bellica: scrive infatti Roberts che quando ad Halifax era stato chiesto se "un attacco a Trondheim avrebbe potuto essere pi efficace di un attacco a Narvik, il ministro era stato costretto ad ammettere di non avere la competenza per rispondere".25
Un altro punto a sfavore di Halifax, un'autentica macchia agli occhi dell'opinione pubblica, era l'appoggio dato alla politica dell'appeasement. Anche quando Hitler si era dimostrato insaziabile, Halifax aveva continuato a credere nella pace, nella pace a qualsiasi costo.
In lizza non c'erano altri possibili contendenti. Anche Anthony Eden aveva perduto gran parte della sua popolarit. In un sondaggio d'opinione del marzo 1939 su chi avrebbe dovuto essere il prossimo primo ministro, Eden aveva raccolto il 38 per cento del favore, contro il misero 7 per cento di Churchill e di Halifax. Dimessosi da ministro degli Esteri per la politica dell'appeasement di Chamberlain, era tornato a far parte del governo come segretario di Stato per gli Affari dei Dominions, e il modesto livello della carica gli precludeva qualsiasi possibilit di correre per la leadership in un momento tanto delicato.26
Cos, stante la ritrosia di Halifax, Churchill assunse il portamento, l'aspetto e il piglio oratorio - soprattutto il piglio oratorio - del leader.
Per promuovere la propria candidatura senza darlo troppo a vedere, la mattina del 9 maggio incontr molti dei suoi pi stretti alleati. Eden lo raggiunse all'Ammiragliato. Lo trov che si radeva la barba "rievocando i fatti della sera prima, convinto che Neville [Chamberlain] non sarebbe riuscito a coinvolgere i laburisti e che fosse necessario dar vita a un governo di unit nazionale".27
Fu poi la volta del vecchio amico lord Beaverbrook, potente magnate della stampa, che sulla questione della leadership cerc di ottenere una chiara risposta. Ma ancora una volta Churchill non lasci trasparire nulla, dicendo: "Assumer qualsiasi incarico istituzionale da cui sia possibile condurre la guerra".28
Pi tardi sedette a pranzo con Eden e il lord del Sigillo privato, sir Kingsley Wood. In quell'occasione Wood disse a chiare lettere che avrebbe sostenuto il primo lord dell'Ammiragliato nell'eventuale corsa alla leadership e lo esort "a palesare, se richiesto, la propria volont [di succedere a Chamberlain]".29
Ormai deciso a ritirarsi, quello stesso giorno Chamberlain convoc Halifax e Churchill a Downing Street per le 16.30.
La contraddittoriet delle versioni su quanto avvenne in quell'incontro, destinato a cambiare la storia,  entrata nella leggenda. Sappiamo che erano presenti Chamberlain, Halifax, Churchill e il capogruppo della maggioranza, David Margesson. Il primo ministro li aveva riuniti per informarli della sua decisione di dimettersi e per stabilire chi avrebbe dovuto assumere la guida del paese. Il resoconto pi immediato dei fatti  quello del diario di Halifax, secondo il quale Chamberlain dichiar la propria intenzione di lasciare, ma in merito al proprio successore non manifest alcuna preferenza, limitandosi a dire che "si sarebbe messo di buon grado al servizio sia dell'uno che dell'altro".30 Poich quella sera i leader laburisti - che in qualsiasi confronto sulla composizione di un governo di unit nazionale avevano il coltello dalla parte del manico - avrebbero lasciato Londra per partecipare al congresso del partito a Bournemouth, la disponibilit del governo a gratificarli con posizioni di riguardo in seno a una nuova amministrazione significava che era necessario decidersi in fretta.
Halifax trovava la tensione insopportabile. "Il mal di stomaco proseguiva", ricorder: ci fa pensare che l'idea di assumere la leadership scatenasse in lui un rifiuto fisico. A preoccuparlo non erano solo "le qualit di Churchill rispetto alle [sue]", ma, ancora una volta, i dubbi su quale sarebbe stata esattamente la sua posizione qualora avesse assunto l'incarico di premier: "Winston guiderebbe la Difesa ... e io [in quanto membro dei Pari] non avrei accesso alla Camera dei Comuni. L'inevitabile risultato sarebbe che, privato di questi due vitali punti di contatto, mi troverei in breve tempo a essere una sorta di primo ministro onorario, costretto a restare in penombra, alla periferia degli affari che contano davvero".31 A questa lucida valutazione del quadro seguiva un caustico giudizio su Churchill, sulla sua "abile affettazione di rispetto e umilt: ha detto di non poter non riconoscere la forza dei miei argomenti; e cos il primo ministro, pur riluttante, e Winston, in tutta evidenza assai meno riluttante, hanno finito per sottoscrivere la mia analisi".32 Questa versione trova conferma in quanto registrato quello stesso giorno nel diario di sir Alexander Cadogan, sottosegretario permanente del Foreign Office e braccio destro di Halifax.
Il resoconto di Churchill  probabilmente il meno affidabile di tutti. Nel suo L'addensarsi della tempesta sostiene, erroneamente, che l'incontro ebbe luogo il giorno successivo, 10 maggio, e con verve squisitamente churchilliana scrive, a proposito degli istanti che seguirono la pregnante domanda di Chamberlain ("Sai indicarmi qualche motivo, Winston, perch in giorni come questi un Pari non potrebbe essere primo ministro?"): "Io tacqui e vi fu un lungo silenzio. Certo parve pi lungo dei due minuti che si osservano durante la commemorazione dell'Armistizio".33 La versione che Churchill voleva consegnare alla storia era che si fosse creato un silenzio talmente imbarazzante da indurre lord Halifax, con i nervi ormai a pezzi, a intervenire con un lungo discorso sui motivi per cui non sarebbe potuto diventare primo ministro. Stando a David Margesson, invece, Halifax ruppe il silenzio pressoch subito, dicendo che in tempo di guerra sarebbe stata molto pi adeguata la guida di Churchill.
Silenzio o no, si giunse a un accordo. All'altezza di questa fase, sir Alexander Cadogan scriveva nel suo diario: "Il capogruppo [Margesson] e gli altri pensano che alla Camera gli animi si stiano orientando verso di lui [Churchill]. Se NC [Neville Chamberlain] resta [al governo] - come  pronto a fare - Winston diventerebbe il suo consigliere permanente".34 A quel punto si prepararono a lasciar uscire il leone dalla gabbia. Quando la riunione ebbe termine, Chamberlain, alle 18.15, incontr i laburisti Clement Attlee e Arthur Greenwood, i quali confermarono la propria volont di entrare in un governo di unit nazionale; espressero altres il timore che il Partito laburista non sarebbe stato disponibile ad appoggiare un governo guidato da Chamberlain e dissero che avrebbero dovuto consultare il comitato esecutivo del partito al congresso fissato per il giorno successivo a Bournemouth.
Intanto Halifax e Churchill si ritirarono nel giardino di Downing Street per il t. Nelle sue memorie Churchill dice che prima di rientrare all'Ammiragliato a prepararsi per il grande compito parl con gli altri "del pi e del meno".35 La sera sedette a tavola con Anthony Eden, cui raccont le intense vicissitudini della giornata. Churchill disse di "sperare che NC [Chamberlain] sarebbe rimasto, alla guida della Camera di Comuni e del partito".36 Si riteneva che Chamberlain avrebbe presentato le dimissioni al re, raccomandandogli di incaricare Churchill, nel corso della giornata seguente. L'aspetto pi interessante era che Churchill non solo sarebbe diventato primo ministro, ma avrebbe assunto anche la carica, istituita per l'occasione, di ministro della Difesa.
Quale che fosse l'esito della lunga e tesa riunione di quel 9 maggio, una cosa era certa: a condurre la guerra sarebbe stato Winston Churchill. E l'ora di Churchill era arrivata appena in tempo, proprio mentre Hitler stava ammassando senza troppo clamore i propri carri armati ai confini con l'Olanda, il Belgio e la Francia, pronto a lanciare un Blitzkrieg, a scatenare una guerra cos terrificante che di l a poco nelle stanze del potere si sarebbe paventata la possibile resa dell'Europa intera alle brutali orde naziste.
Ricorder in seguito Churchill: "Mi pareva di procedere di pari passo con il destino, come se tutta la mia vita precedente fosse stata soltanto una preparazione a quest'ora e a questo cimento ... Ero convinto di conoscere a fondo la situazione, ed ero certo che non mi sarei rivelato inferiore al mio compito".37 Il destino della nazione era ormai nelle sue mani, e ci che seppe farne fu qualcosa di straordinario.


II
LA ZAVORRA SOCIALE

Chi era dunque l'uomo che si accingeva a guidare la Gran Bretagna in uno dei pi grandi conflitti della sua storia?
Non  facile riassumere in poche parole la figura di Winston Leonard Spencer Churchill, il personaggio storico per il quale  stato versato pi inchiostro. I libri che lo riguardano superano di gran lunga quelli dedicati a George Washington, Giulio Cesare o Napoleone e fanno apparire inconsistenti i vari tentativi di descrivere il suo grande nemico, Adolf Hitler. La ragione  semplice: raramente nella storia un individuo  stato cos determinante, sia nel bene che nel male, e ha fatto tanta differenza nel corso di una vita lunga e intensa, senza considerare i sessantacinque anni che precedettero quegli ansiosi giorni di maggio del 1940 alla Camera dei Comuni.
Oratore eccezionale. Ubriacone. Uomo arguto. Patriota. Imperialista. Visionario. Progettista di carri armati. Arruffone smargiasso. Aristocratico. Prigioniero. Eroe di guerra. Criminale di guerra. Conquistatore. Zimbello. Muratore. Proprietario di cavalli da corsa. Soldato. Pittore. Politico. Giornalista. Premio Nobel per la letteratura. L'elenco prosegue all'infinito, ma se ogni voce, da sola, non gli rende giustizia, tutte insieme rappresentano una sfida analoga a mescolare i pezzi di venti puzzle e pretendere di ottenere un quadro unico e uniforme.
Da dove cominciare, dunque, per avere una visione d'insieme del personaggio, una visione lucida, sgombra dal mito, da una prospettiva moderna e utilizzando l'odierno linguaggio della psicologia?
Immaginate Winston seduto in poltrona davanti a un moderno psichiatra. A quale categoria verrebbe ricondotto? Dopo aver parlato dei suoi sbalzi di umore, si ritroverebbe a ingoiare litio con una diagnosi di bipolarismo o di psicosi maniaco-depressiva? Oppure, dopo aver confessato tutte le sue stranezze, il suo eccentrico anticonformismo, la sua impulsivit, l'amore per il rischio e per le tute in velluto rosso o verde, si sentirebbe dire che il problema  la rimozione di un trauma infantile e la sindrome da abbandono? Quale strizzacervelli avrebbe il coraggio di diagnosticare a Winston Churchill un disturbo narcisistico di personalit con accentuazione istrionica, grave ma gestibile? Molto probabilmente, basterebbe un elenco di ci che beveva ogni giorno per imputargli una dipendenza da alcol come forma, si direbbe oggi, di automedicazione.
Partiamo dunque dall'esterno per farci strada nel suo intimo, esaminiamo prima le forze che lo plasmarono negli anni giovanili in cui si intravede l'uomo che senza alcun dubbio sarebbe diventato: un uomo in cui convivevano ansia e sicurezza, incertezza e convinzione, vergogna e autostima, una grinta da mastino e una straziante indecisione.
Winston era anzitutto un vittoriano. Trascorse i primi ventisette anni di vita sotto il regno della Regina, quando l'impero era all'apice; nella sua visione del mondo era impresso a fuoco il presunto dominio della superiorit britannica in tutto il globo.
Era anche un aristocratico. Nato a Blenheim Palace, nell'Oxfordshire, il 30 novembre 1874, era il primogenito di lord Randolph Churchill (figlio del VII duca di Marlborough) e di lady Randolph Churchill (Jennie Jerome); era nato prematuro di due mesi, o pi probabilmente concepito fuori dal matrimonio.
Fu il principe del Galles, il futuro re Edoardo VII, a presentare Randolph e Jennie in occasione della regata di Cowes, sull'isola di Wight, nell'agosto del 1873. Randolph si innamor di lei a prima vista e, dopo soli tre giorni, i due erano gi fidanzati. Si sposarono con una semplice cerimonia presso l'ambasciata britannica a Parigi, il 15 aprile 1874, due mesi dopo che lo sposo aveva conquistato il suo primo seggio alla Camera dei Comuni per il Partito conservatore.
Jennie aveva vent'anni alla nascita di Winston e il suo approccio riguardo alla cura dei figli era quello tipico dell'alta societ vittoriana: Winston e suo fratello minore, Jack, furono affidati alla devota bambinaia, Mrs Elizabeth Everest. Winston la soprannominava affettuosamente "Old Woom",38 mentre lei lo chiamava "Winnie". Jennie era una giovane donna altolocata, figlia di un magnate newyorchese noto come "il re di Wall Street", e interrompere una vita fatta di feste, viaggi e avventure amorose per badare ai figli non era certo nel suo stile. In seguito Winston scrisse: "La stessa impressione, mia madre la faceva al mio occhio infantile. Per me, splendeva come un sole. Le volevo bene, ma a distanza".39
Con suo padre era anche peggio. Winston lo idolatrava, ma la vita di lord Randolph era completamente dedita alla carriera politica. Randolph era un paladino del conservatorismo progressista con fama di grande oratore, uno stimato cancelliere dello Scacchiere e leader della Camera dei Comuni. Tuttavia, l'ascesa fulminea di questa nuova stella del Partito conservatore non dur a lungo: la sua luce si affievol, e il 20 dicembre 1886, dopo meno di un anno di governo, si dimise a causa della mancata approvazione del bilancio statale da lui predisposto. Randolph rimase un membro del parlamento, ma i problemi di salute che lo affliggevano da anni peggiorarono rapidamente.
Pare che soffrisse di sifilide. Non  mai stato appurato con esattezza come e quando l'avesse contratta, ma probabilmente gi nel 1875. Mor a soli quarantacinque anni e, nel ventennio che precedette la sua prematura scomparsa, la demenza paralitica tipica della malattia - una paralisi progressiva - provoc un feroce deterioramento delle facolt mentali. Padre e figlio, dunque, non ebbero alcuna possibilit di sviluppare un legame, e tale lacuna grav su Winston per il resto della sua vita. In Gli anni della mia giovinezza scrisse:
Mio padre mor nelle prime ore della mattinata del 24 gennaio 1895. Mi chiamarono nella casa dove alloggiavo nelle vicinanze, e ricordo la corsa che feci ancora nel buio, attraverso Grosvenor Square coperta da un alto strato di neve. Mor quasi senza sofferenze: da qualche tempo era immerso nell'incoscienza. Con la sua morte svaniva il mio sogno di diventare suo amico e, un giorno, entrare in parlamento per essergli d'aiuto. Potevo solo promettermi che avrei cercato di realizzare i suoi progetti e rivendicare i suoi meriti.40
A sette anni Winston, come molti ragazzi del suo ceto, fu spedito in collegio. Per lui fu un'esperienza orribile: "Fino ad allora ero vissuto felice nella mia "nursery" coi miei giocattoli ... E d'ora in poi solo lezioni e lezioni".41 Frustare gli allievi era normale e la verga si abbatteva piuttosto di frequente su questo ragazzino precoce, che leggeva L'isola del tesoro e altri libri impegnativi per la sua et. Dopo aver frequentato scuole preparatorie in diverse parti del paese, nell'aprile del 1888 Winston fu ammesso alla prestigiosa Harrow School. Fin dal XVIII secolo i Churchill avevano sempre frequentato Eton, la scuola maschile rivale, ma Harrow, sita su una collina, godeva di una migliore qualit dell'aria e fu giudicata la scelta pi opportuna per la costituzione piuttosto cagionevole di Winston.
Il ragazzo non era un allievo studioso, dunque fu assegnato all'ultima classe. Detestava i classici, ma scopr di essere portato per l'inglese e la storia, materie che gli sarebbero tornate utili. Descrisse il suo insegnante, Mr Somervell, come "un carissimo uomo a cui rester grato per la vita". L'appassionato professore ebbe "il compito di insegnare questa materia, la pi umile di tutte [l'inglese], all'allievo pi stupido della scuola". I vocaboli, il periodo, la struttura e la grammatica gli entrarono "nelle ossa"42 e non lo abbandonarono mai pi.
A Harrow, Winston scopr di apprezzare altre attivit e di esservi anche portato. Si arruol nei cadetti, partecip a campionati di scherma, vinse premi per aver imparato a memoria lunghi brani di poesie, e molti suoi articoli furono pubblicati su "The Harrovian", il giornale della scuola.
Quando il ciclo di studi a Harrow stava per giungere al termine, Winston opt per la carriera militare e cominci a prepararsi per l'esame di ammissione all'accademia di Sandhurst. La prima prova, nel luglio del 1892, fall: ottenne soltanto 5100 punti su un minimo richiesto di 6457. Dovette tentare altre due volte prima di essere finalmente ammesso, nell'agosto del 1893. A quel punto, forse, il diciottenne Winston si sarebbe aspettato una lettera di congratulazioni da parte del padre, ma le condizioni mentali del genitore erano talmente deteriorate, che gli riserv soltanto una bella ramanzina. La lettera merita di essere citata a dimostrazione di come Randolph Churchill seppe impiegare il suo talento per la prosa per svilire brutalmente - e drasticamente - il figlio:

9 agosto 1893

Caro Winston,
la tua esultanza per l'ammissione a Sandhurst mi lascia piuttosto sorpreso. Vi sono due modi per superare un esame: uno degno di lode, l'altro no. Purtroppo tu hai scelto il secondo metodo e sembri molto compiaciuto del tuo successo ...
Con tutti i vantaggi di cui godi, con tutte le doti che ritieni scioccamente di possedere e che alcuni parenti ti attribuiscono, con tutti gli sforzi fatti per renderti la vita facile e gradevole e il lavoro non opprimente n spiacevole, il tuo grande risultato  quello di guadagnare una classe di secondo e terzo rango, buona solo per un brevetto in un reggimento di cavalleria ...  bene che ti chiarisca le cose senza mezzi termini. Non credere che mi prender la briga di scriverti lunghe lettere dopo ogni sciocchezza che commetterai e fallimento a cui andrai incontro. Non scriver pi a questo proposito e non devi disturbarti a rispondere a questa parte della mia della mia lettera [sic], perch non attribuisco pi alcuna importanza a ci che puoi dire riguardo ai tuoi successi e alle tue imprese. Mettiti bene in testa che se la tua condotta a Sandhurst sar ... cialtronesca, scanzonata e avventata ... come negli altri istituti, non mi riterr pi responsabile nei tuoi confronti. Lascer che tu faccia affidamento solo su te stesso, limitandomi a garantirti il necessario per un'esistenza rispettabile. Sono certo, infatti, che se non saprai rinunciare alla vita oziosa, inutile, infruttuosa che hai condotto nel periodo scolastico e nei mesi successivi, diventerai una mera zavorra sociale, uno fra le centinaia di falliti delle scuole private e precipiterai in un'esistenza squallida, infelice e futile. In tal caso, dovrai incolpare soltanto te stesso. Ti baster un esame di coscienza per ricordare ed enumerare tutti gli sforzi compiuti per offrirti le migliori opportunit che ti derivavano dalla tua condizione e che tu in pratica hai completamente ignorato.
Spero che per il tuo viaggio ti sentirai meglio. Chiedi consiglio da parte nostra al capitano James sull'attrezzatura necessaria per Sandhurst. Tua madre ti manda i suoi saluti.
Il tuo affezionato padre,
Randolph S.C.43

Possiamo soltanto immaginare gli effetti devastanti di una lettera simile su un giovane alla disperata ricerca dell'approvazione paterna. Tuttavia, questa "zavorra sociale" fece un buon lavoro a Sandhurst e, un mese prima della morte di lord Randolph, si diplom ottenendo l'ottavo miglior risultato su centocinquanta: una conclusione degli studi di tutto rispetto dopo un inizio giudicato da molti piuttosto incerto. In seguito Churchill scrisse: "Sono favorevole al sistema dei collegi, ma non ci tornerei neanche dipinto".44
Nel marzo del 1895 entr nel 4 reggimento ussari di Sua Maest come sottotenente. L'addestramento di sei mesi per le nuove reclute fu intenso, "molto pi duro" scrisse Churchill "di quello [in equitazione militare] che avevo ricevuto io".45 Tuttavia vi si adegu rapidamente e inizi a godersi la nuova libert. Era diventato membro di un club per gentiluomini, si teneva aggiornato sulle vicende politiche, frequentava le feste e i balli dell'alta societ, giocava a polo e gareggiava nella corsa a ostacoli della brigata di cavalleria, ma sempre applicandosi seriamente nel suo addestramento.
Dopo la morte del padre le cose sembravano essersi messe bene per Winston, finch il 2 giugno un telegramma port altre pessime notizie. La sua vecchia bambinaia, Mrs Everest, era gravemente malata. Winston si precipit da lei, nel nord di Londra, e arriv al suo capezzale fradicio dopo essere stato sorpreso da un temporale. In Gli anni della mia giovinezza ricorda:
Mi riconobbe, ma ormai stava scivolando nell'incoscienza. Pass calma da quello stato alla morte. La sua vita era stata cos candida, cos disinteressata nel servizio altrui, che ora accettava la fine senza ombra di paura. Nei miei vent'anni di vita, lei era stata sempre la mia amica pi cara e intima.46
Sebbene non fosse mai diventata madre, Mrs Everest mor serenamente con accanto un giovane devoto come un figlio. Winston era notoriamente molto emotivo ed era solito manifestare apertamente i propri sentimenti. Circolano innumerevoli storie su Churchill in lacrime e a raccontarle non sono soltanto gli amici pi intimi, ma anche politici e commilitoni. Non bisogna sottovalutare lo stress emotivo che doveva aver subto un bambino tanto sensibile con genitori simili; senza l'amore indefesso di Mrs Everest, Winston sarebbe diventato un uomo completamente diverso e, forse, lo sarebbe stato anche il suo futuro.
Con l'avanzare della carriera militare, Winston divenne sempre pi irrequieto:
Sul finire dell'era vittoriana l'impero britannico viveva ormai da tanti anni in una pace quasi totale, che nell'esercito le medaglie al valore, con tutto ci che esse rappresentano di esperienza bellica e tempra dei caratteri, si stavano facendo molto rare.47
Come i suoi coetanei, pativa profondamente la mancanza di servizio attivo. Presto questa fame di combattimento sarebbe stata brutalmente appagata, ma prima di ritrovarsi con i piedi sprofondati nel fango delle trincee d'Europa al cospetto di una guerra tremenda, Winston e i suoi colleghi ufficiali avevano brama di azione.
Nel setacciare il globo in cerca di un conflitto, egli si imbatt nella guerra di indipendenza cubana contro gli spagnoli, iniziata nei primi mesi del 1895.
La sua nave giunse a destinazione verso la fine di ottobre, qualche settimana prima del suo ventunesimo compleanno. L'eccitazione di Winston era palpabile: "Una mattina nelle prime luci dell'alba vidi la riva cubana delinearsi e poi precisarsi sull'orizzonte bluastro, e mi parve di essere in vista dell'Isola del Tesoro".48 Invi cinque dispacci al "Daily Graphic", a Londra: in essi affin le tecniche apprese da Mr Somervell a Harrow e, naturalmente, cond il tutto con una buona dose di azione, tra fischi di proiettili e il brivido della guerriglia. Dopo un solo mese a Cuba, al seguito dell'esercito spagnolo, Winston ripart con una nuova passione per il giornalismo di prima linea... e con tutti i sigari cubani che riusc a trasportare.
In Inghilterra, Churchill torn a vivere da sua madre finch, l'11 settembre, salp insieme ad altri milleduecento uomini alla volta dell'India, il fiore all'occhiello dell'impero britannico. Approdarono a Bombay all'inizio di ottobre.
Il reggimento era stanziato a Bangalore e Winston si adatt rapidamente alla sua nuova vita: il clima gli era congeniale, le bellezze del paese lo lasciavano a bocca aperta e andava fiero delle grandi cose "che l'Inghilterra faceva ... in India" e dell'incarico "che la storia le aveva dato ... di reggere quegli indiani primitivi s, ma amabili, per il bene loro e per il suo proprio".49 Tale opinione lo accompagn per tutta la sua carriera politica e, nelle future discussioni sull'indipendenza di questa preziosa colonia, sarebbe stata alla base dello scontro con i colleghi conservatori.
Durante la permanenza in India, Winston sent affiorare la consapevolezza di un'inferiorit culturale che fino ad allora era rimasta latente. E cos, spronato a migliorare la propria istruzione, si ripromise "di leggere di storia, filosofia, economia e cose del genere". Scrisse a sua madre chiedendole di spedirgli "alcuni libri che trattavano di quelle materie" e lei lo accontent prontamente: "da allora una volta al mese mi giunse per posta un bel pacco di opere che erano o credevo fondamentali nelle loro materie".50 Nacque dunque un perenne amore per la letteratura, come descrisse in Gli anni della mia giovinezza: "salpai sulle vaste acque [di quella splendida avventura] e le attraversai a vele spiegate".51
Per mesi, da novembre a maggio del 1897, trascorse quattro o cinque ore al giorno a divorare libri di storia, filosofia, poesia, saggistica, biografie, classici come Declino e caduta dell'Impero romano di Gibbon, Storia d'Inghilterra di Macaulay, La Repubblica di Platone, La Politica di Aristotele, Socrate, Schopenhauer sul pessimismo, Malthus sul principio di popolazione, L'origine delle specie di Darwin. Leggeva di tutto. Addirittura si inoltr nei ventisette volumi dell'Annual Register, in cui si mettevano a verbale il dibattito parlamentare e gli sviluppi legislativi. Fu una vera maratona della formazione autodidatta, un campo di addestramento intellettuale e una preparazione consapevole per il ruolo grandioso che stava cominciando a immaginare per se stesso: quello di leader, un leader saggio, intriso delle idee delle menti pi eccelse, con un'intrinseca conoscenza del genere umano e dei suoi tormenti. In altre parole, per poter essere influenti, bisognava accettare di lasciarsi influenzare.
Era la primavera del 1897 e, dopo due anni trascorsi in India, Winston era di nuovo irrequieto. Nelle lettere alla madre accennava spesso alla possibilit di diventare parlamentare. Torn a Londra con in testa i suoi propositi politici e contatt il Partito conservatore chiedendo di organizzare qualche breve conferenza. E cos, il 26 giugno, il ventiduenne Winston Leonard Spencer Churchill realizz finalmente il desiderio che covava da tanti anni e, seguendo le orme del padre, pronunci il suo primo discorso.
Ricevette una buona accoglienza, ma quasi non fece in tempo a terminare il suo intervento che dovette ripartire in fretta e furia per l'India, dov'era esploso un conflitto fra le trib pashtun e le truppe britanniche e indiane. Winston si garant un incarico da corrispondente per il "Daily Telegraph" e il "Pioneer", ai quali invi diversi articoli.
Alla fine del 1897, dopo alcuni mesi estenuanti trascorsi in prima linea in quel conflitto sanguinario, Winston pot finalmente godersi un po' di riposo. Ma, poich l'ozio non faceva per lui, approfitt del tempo a disposizione per scrivere non solo il suo primo libro - un resoconto dettagliato della guerra dal titolo The Story of the Malakand Field Force (Storia della Malakand Field Force) -, ma anche il suo primo romanzo, Savrola (che usc nel 1900). L'opera, ambientata in una capitale immaginaria governata da un dittatore, era una parodia della societ londinese e fu accolta piuttosto freddamente. La moglie del dittatore abbandona il marito per gettarsi tra le braccia del personaggio da cui prende il titolo il romanzo, senza dubbio un autoritratto di Winston, descritto significativamente come un uomo che "conosceva il riposo solo nell'azione, l'appagamento solo nel pericolo e che trovava pace soltanto nella confusione ... La sua forza motrice era l'ambizione, a cui era incapace di resistere".52
Lo spettro della morte prematura di lord Randolph, a soli quarantacinque anni, aleggiava costantemente. A suo tempo questi veniva descritto come "un uomo frettoloso" e suo figlio non sembrava certo diverso.
Nel 1898 Winston part alla volta del Sudan per unirsi al reggimento di lord Kitchener, impegnato nella guerra mahdista. Qui prosegu il suo lavoro di corrispondente di guerra e prese parte a una delle pi grandi cariche di cavalleria della storia inglese, vantandosi di avere ucciso personalmente almeno tre "selvaggi".
Quando fece ritorno in Inghilterra, nel marzo del 1899, aveva gi deciso di entrare in politica. La prima opportunit si present alla morte del deputato del collegio di Oldham, che impose un'elezione suppletiva nel giugno dello stesso anno. Winston si lanci in una vigorosa campagna, ma fu sconfitto. Non essendo il tipo da fermarsi davanti a una delusione, torn al giornalismo di prima linea e part alla volta del Sudafrica per scrivere di un nuovo conflitto: la guerra boera.
Churchill si gett nel vivo dell'azione e sul suo eroismo furono spese molte parole. Quando in Inghilterra giunse la notizia che dopo qualche settimana era caduto prigioniero dei boeri, si scaten il furore popolare. Winston si dichiar "non combattente", pur essendo armato della sua fidata pistola Mauser, ma i boeri non vollero sentire ragioni. E cos, anzich affidare il proprio destino ai canali diplomatici, il nostro giovane avventuriero mise in atto un'ardita fuga dal campo di prigionia a Pretoria. Dopo ore di cammino nel torrido calore sudafricano, si imbatt in una linea ferroviaria e infine trov la libert saltando su un treno diretto verso il Transvaal Highveld. La salvezza era sempre pi vicina e, ogni cinquecento chilometri percorsi, la leggenda di Churchill si ingigantiva. Per altri sei mesi rimase in Sudafrica a bearsi della propria fama, e quando torn in Inghilterra, nel luglio del 1900, si mise immediatamente all'opera per dare una scossa alla sua carriera politica. Alla fine gli sforzi - e la notoriet - diedero i loro frutti e, il 1 ottobre 1900, Winston Churchill fu eletto deputato del Partito conservatore. Mancavano due mesi al suo ventiseiesimo compleanno.
La sua elezione potrebbe essere giudicata un precoce esempio di celebrity politics, ma, come spiega l'illustre biografo di Churchill, Roy Jenkins, Winston "credeva nella propria "stella". E la sua stella aleggiava su Oldham".53 Come sempre, per lui una sola carriera non era sufficiente. Continu a scrivere e inizi un ciclo di conferenze in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Canada, dov'era pagato profumatamente per deliziare il pubblico con le sue storie di ardimento in Sudafrica. Il 22 gennaio 1901 gli giunse la notizia della morte della regina Vittoria: sulla nazione spuntava l'alba di una nuova era. Il giorno del funerale, Churchill torn in Inghilterra e finalmente prese posto alla Camera dei Comuni. Come scrisse Jenkins, Churchill, "che per gran parte della sua carriera a venire fu considerato l'ultimo vittoriano della politica britannica, aveva perso l'occasione di prestare giuramento alla regina perch goloso del compenso che gli fruttavano le conferenze. E il giorno della sua ammissione in parlamento, il 14 febbraio, si trov a giurare fedelt a re Edoardo VII".54 Tuttavia, aveva ottenuto il suo seggio e, il 18 febbraio, pronunci il discorso inaugurale alla Camera.
Tenendo in considerazione la ben nota tracotanza di Winston, i suoi primi quattro anni in parlamento furono tutto sommato tranquilli. Come aveva fatto nel periodo trascorso in India, si prese tutto il tempo per valutare e analizzare le posizioni dei colleghi conservatori e dei partiti di opposizione e, a un certo punto, realizz che un semplice seggio da deputato non gli bastava. Voleva avere nelle mani il destino del paese. Avrebbe dovuto attendere quasi quarant'anni prima di averne l'occasione.
Churchill non rimase tranquillo a lungo. Presto, con i suoi discorsi, avrebbe messo in discussione le posizioni del suo stesso partito riguardo all'incremento della spesa pubblica per le forze armate. In Gli anni della mia giovinezza ricorda:
Secondo me bisognava portare vigorosamente a termine quella guerra [boera] che si era riaccesa in una forma equivoca e disastrosa; sostenevo che bisognava disporre di contingenti numerosi, e migliorarne molto la qualit. E sostenevo che si dovevano adoperare nel Sudafrica delle truppe indiane.55
Inoltre era convinto che fosse necessario portare a termine la guerra usando la forza e la magnanimit, per poi tornare rapidamente sulla via della pace, del taglio delle spese e delle riforme. Con la fine della guerra boera, nel 1902, Churchill mantenne comunque una posizione non allineata rispetto ai conservatori pi anziani e, in quanto sostenitore del libero scambio in contrasto con il suo stesso partito, il 31 maggio 1904 sconvolse la Camera passando nelle file dei liberali. Come scrisse la sua intima amica Violet Bonham-Carter, Winston "arriv e, fermo alla sbarra, lanci un'occhiata al suo consueto seggio sotto il corridoio ministeriale, quindi scrut per un attimo lo scranno corrispondente sul lato dell'opposizione, avanz di qualche passo, rivolse un inchino alla poltrona dello speaker e, d'un tratto, devi verso destra e and a sedersi tra i liberali".56 Prese deliberatamente posto accanto a David Lloyd George, antagonista del collega Joseph Chamberlain.
Nei primi quattro anni da parlamentare, Churchill dimostr chiaramente di voler guidare gli sforzi dei liberali volti al discredito dei conservatori e all'esaltazione delle glorie del liberalismo. La combinazione esplosiva tra il giovane voltagabbana e il suo caparbio mentore gallese, Lloyd George, port all'insediamento dei liberali nel dicembre del 1905, quando Arthur Balfour si dimise dalla carica di primo ministro. Churchill fu nominato sottosegretario di Stato per le Colonie, una carica poco rilevante, che gli si addiceva per la sua esperienza diretta in India e in Sudafrica e che Winston gest con competenza. Nell'aprile del 1908 raggiunse il traguardo successivo, la carica di ministro del Commercio.
Per quanto importante, quel posto al tavolo del governo si sarebbe rivelato trascurabile in confronto a quello che stava per occupare come ospite a cena a casa di una certa lady St Helier.
Churchill era stato invitato come quattordicesimo commensale per scongiurare la sfortuna dei tredici a tavola e, quando si volt verso la graziosa ospite seduta accanto a lui, incroci lo sguardo della donna che, dopo soli sei mesi, sarebbe diventata sua moglie e con la quale avrebbe trascorso il resto della vita: Clementine Hozier.
Clementine aveva ventitr anni ed era figlia di lady Blanche Hozier e di... be', di Henry Montague Hozier, forse, o del capitano William "Bay" Middleton oppure di Algernon Freeman-Mitford, il marito della sorella di lady Blanche, o di chiss chi altri... Lady Blanche, infatti, era nota per i suoi tiraemolla con numerosi amanti.
Laureata alla Sorbona, anche Clementine era una debuttante molto corteggiata. Si era fidanzata due volte con sir Sidney Peel e lo aveva lasciato in entrambi i casi.
E cos, grazie a un semplice vezzo scaramantico, Churchill ebbe l'opportunit di conquistare la donna che di l in avanti lo avrebbe aiutato a tener testa non solo ai propri dubbi, ma anche a quelli altrui; che avrebbe creduto in lui, non senza rimproverarlo per il suo comportamento; che gli sarebbe rimasta strenuamente devota, un eccezionale elemento di forza nella sua vita; che, pur non essendo un politico, eguagliava per competenza e carisma i membri pi illustri della Camera dei Comuni; e che si sarebbe presa cura di lui nel periodo nero della depressione, pur essendo vittima lei stessa dei propri demoni. Ma, soprattutto, Clementine avrebbe sempre anteposto ai propri interessi quelli del marito e del suo paese.
Winston e Clementine formavano una coppia molto unita. Lui la chiamava affettuosamente "Kat", lei "Pug" oppure "Pig". Spesso costretti alla lontananza, si scrissero molte lettere nel corso della vita, firmandole di frequente con piccole raffigurazioni dei rispettivi animali. Nel caso di Clementine, il matrimonio richiese qualcosa in pi di un normale adattamento; era diventata la moglie di un parlamentare, e anche molto in vista. Qualche mese dopo le nozze, rimase incinta per la prima volta. I suoi genitori si erano separati, a causa dei numerosi tradimenti, quando lei aveva soltanto sei anni, perci Clementine aveva tutte le intenzioni di costruire un ambiente familiare stabile per i propri cari, incluso lo stesso Winston.
L'11 giugno 1909 mise al mondo una femminuccia, Diana. Sebbene Clementine ambisse fortemente alla serenit domestica, il parto e la maternit si rivelarono traumatici per lei. Diana aveva solo qualche settimana quando Clemmie manifest il bisogno di prendersi una pausa, e Winston, preoccupato per le sue condizioni, acconsent. La donna affid quindi la piccola a una nutrice e si rifugi in campagna dalla sorella. Quel periodo di solitudine contribu ad alleviare le sue ansie e, sentendosi pronta a riabbracciare la bambina, fece ritorno a Londra.
L trov suo marito profondamente turbato: subito dopo aver ottenuto la carica di ministro del Commercio, Winston aveva perso le elezioni suppletive di Manchester North West, subendo lo smacco dei Tories. Un duro colpo, ma non fatale: spinto da un'inesorabile determinazione, salt su un treno per la Scozia e, dopo due sole settimane, si candid a Dundee. Poi, gi che c'era, vinse. Si era accaparrato un seggio che molti consideravano estremamente sicuro e adesso, rincuorato, Winston pot dedicarsi ai suoi progetti radicali di riforma sociale. Promosse efficacemente il principio del salario minimo per i cittadini a basso reddito e il diritto dei lavoratori a una pausa per consumare i pasti e ristorarsi. Presto fecero seguito iniziative per l'istituzione del sussidio di disoccupazione e degli uffici di collocamento. La reputazione politica di Churchill e i suoi rapporti con i colleghi di partito non erano mai stati cos floridi.
Il Partito liberale vinse di stretta misura le elezioni generali del 1910 e, come previsto, Churchill fu tranquillamente rieletto nel suo collegio di Dundee, per poi ottenere la prestigiosa carica di ministro dell'Interno. Ma quando la Camera dei Lord (zeppa di pari conservatori) bocci il bilancio statale presentato dai liberali (ricco di riforme sociali, molte delle quali propugnate da Winston), il nuovo re, Giorgio V, autorizz il primo ministro, Herbert Asquith, a sciogliere il governo e a indire le seconde elezioni generali del 1910. Asquith sperava che il suo partito, grazie alla popolarit delle riforme proposte, conquistasse una maggioranza pi ampia alla Camera e vedesse cos approvato il Parliament Act, volto a limitare il potere dei Lord. Una buona notizia per i liberali, ma un pessimo tempismo per Churchill, che si trov invischiato nella prima delle numerose crisi della sua carriera da cui non sarebbe uscito illeso.
A Tonypandy, un paesino sperduto nelle vallate del Galles, migliaia di minatori erano scesi in sciopero per protestare contro le condizioni di lavoro. La situazione era rapidamente degenerata ed erano scoppiate delle rivolte. La stampa attacc il ministro dell'Interno per non avere inviato prontamente l'esercito, mentre il Partito laburista tir in ballo storie sulla violenza della polizia e accus Churchill di avere reagito con mano troppo pesante. Quella vicenda lo avrebbe perseguitato per il resto del XX secolo.
E le cose non andarono meglio a Londra. Nel gennaio del 1911 una fallita rapina era costata la vita a tre poliziotti, uccisi a colpi d'arma da fuoco da una banda di russi. I criminali si erano poi barricati in una casa in Sidney Street, nell'East End, e avevano cominciato a sparare a casaccio dalle finestre. Le guardie scozzesi furono inviate a sostegno della polizia, e il ministro dell'Interno, informato della situazione tramite telegramma, si precipit sul posto per gettarsi nella mischia. L'immagine di Churchill che si faceva largo tra la folla dell'East End con indosso il cilindro e il cappotto guarnito di pelliccia fu qualcosa di eclatante. Uno dei primi filmati della polizia di Londra, proiettato nei cinema di tutto il paese, suscit reazioni di scherno e "buu" di disapprovazione: mostrava le ardite forze di polizia impegnate nell'"assedio di Sidney Street", mentre un ministro dell'Interno dall'aria sconcertata e decisamente fuori posto faceva capolino dall'angolo di un edificio.
I cronisti dileggiarono quell'intervento in Sidney Street, mentre i vignettisti di Fleet Street, che avevano individuato in Churchill una figura perfetta per i loro disegni satirici, affinarono le parodie raffigurandolo nei panni di Punch, la maschera inglese del teatro dei burattini, o in quelli di un clown, di Napoleone, di un vagabondo. Il suo buon nome era sempre pi spesso associato a passi falsi, cantonate, errori di calcolo. Ciononostante, grazie a un innato eccesso di sicurezza, Winston conserv una fiducia incrollabile nelle proprie capacit.
A met del 1911, come riconoscimento per la sua encomiabile reazione a una crisi in Marocco, Churchill ottenne la carica di primo lord dell'Ammiragliato: era lui l'uomo a cui Asquith volle affidare la riorganizzazione della marina militare. Non era un'impresa da nulla e il neoincaricato ne era pienamente consapevole. Secondo Churchill la marina doveva essere potenziata in vista della minaccia ormai verosimile di un attacco tedesco, come se questo fosse potuto accadere il giorno dopo.
La nuova carica era accompagnata da generosi extra, tra cui lo yacht dell'Ammiragliato, l'Enchantress, e uno sfarzoso alloggio sul Mall, presso la Admiralty House. Tanto spazio si rivel particolarmente utile quando, il 28 maggio 1911, dopo un'altra gravidanza difficile ed estenuante, Clementine diede alla luce Randolph, il maschietto che avrebbe portato avanti il cognome della famiglia.
Come primo passo, Churchill cre uno stato maggiore dell'Ammiragliato affine a quello dell'esercito e consult alcuni primi lord che lo avevano preceduto, ammiragli e altri membri esperti della marina sul modo migliore di procedere e su quelli che a loro parere erano i punti deboli. Per rendere pi veloci le navi da guerra britanniche, introdusse l'olio combustibile come carburante al posto del carbone. Increment le spese per la marina da trentanove a cinquanta milioni di sterline, principalmente per dimostrare ai "tedeschi che, qualunque cosa avessero costruito, la Gran Bretagna avrebbe fatto di meglio".57 Ormai l'Europa era in preda a una palese corsa agli armamenti che, negli anni anteriori alla prima guerra mondiale, avrebbe visto un incremento della spesa militare del 50 per cento.
Se i colleghi di Churchill all'Ammiragliato erano consapevoli della rapida espansione delle forze armate tedesche, i ministri erano pi che altro concentrati sugli appoggi che, a parer loro, Winston stava ricevendo dal suo vecchio amico Lloyd George, ora cancelliere dello Scacchiere. Secondo Roy Jenkins, il "principale nemico"58 di Winston altri non era che l'Attorney General,59 sir John Simon, il quale cominci immediatamente a suggerire ad Asquith che la perdita di Churchill, per quanto spiacevole, non solo non avrebbe spaccato il partito, ma avrebbe potuto addirittura rafforzarlo placando le fazioni contrarie alla guerra e pi attente al bilancio.
Winston incontr resistenza anche da parte della gente e, sebbene nei suoi discorsi insistesse sulla pericolosit dell'espansione navale della Germania, la minaccia appariva ancora remota. Come afferma Michael Shelden in Young Titan (Giovane titano): "Per molti, in Gran Bretagna, era quasi inconcepibile che queste due civilissime nazioni mettessero in atto un catastrofico scontro navale e che una flotta di corazzate potesse distruggere l'altra".60 La fiducia nel primo lord stava cominciando a vacillare e, un po' alla volta, i liberali ripiegarono sulla loro posizione tradizionalmente contraria alla guerra. Ormai anche Lloyd George parlava della Germania come di una nazione pacifica. E cos, Churchill si ritrov ad agitare la spada da solo su una spiaggia improvvisamente sommersa da un'ondata di pacifisti. Ma rimase fermo sulle proprie decisioni e quando, il 28 giugno 1914, a Sarajevo fu sparato quel colpo fatidico, Winston non si fece trovare impreparato.
"Le luci si stanno spegnendo in tutta Europa e non le vedremo pi accendersi per il resto della nostra vita."61 A pronunciare queste parole fu il ministro degli Esteri britannico, sir Edward Grey, la sera prima che la Gran Bretagna dichiarasse guerra alla Germania, il 4 agosto 1914.
Nei primi mesi di guerra la marina sub perdite enormi, con pi di cinquemilacinquecento vittime. Nelle fasi iniziali, la gestione di Churchill fu aspramente criticata sia dalla stampa sia dalla Camera dei Comuni. Com'era accaduto durante l'"assedio di Sidney Street", gli inglesi rimasero piuttosto sconcertati quando Churchill decise di recarsi personalmente al porto asserragliato di Anversa, in Belgio, con la stravagante convinzione di poter salvare la citt. Dopo un solo giorno sul campo, invi un telegramma ad Asquith in cui proponeva di dimettersi da primo lord "e assumere il comando delle forze di rimpiazzo e difensive assegnate ad Anversa".62 Che la causa fosse da ricondurre alle cariche di cavalleria a cui aveva preso parte ai tempi dell'esercito o all'esaltazione provata schivando proiettili come giornalista di prima linea, di fatto Winston sembrava incapace di restare fuori da ci che non era di sua competenza. La proposta di mettersi al comando delle truppe in Belgio fu respinta dal primo ministro, che gli ordin di tornare immediatamente in Inghilterra. Winston, convinto di essere l'unico in grado di gestire la situazione, si trattenne per altri tre giorni, togliendosi dalla testa l'idea di abbandonare la carica di primo lord dell'Ammiragliato. Rientr in patria il 7 ottobre, in tempo per assistere alla caduta di Anversa, ma non alla nascita di sua figlia Sarah, venuta al mondo quella stessa mattina.
I giornali riferirono della sua presuntuosa missione, ma Churchill mantenne una granitica fiducia nelle proprie capacit. Ci che segu fu un episodio talmente infame nella storia militare britannica che basta citarne il nome: Gallipoli.
A seguito dell'alleanza antirussa del 1914 con la Germania, l'impero ottomano aveva visto i propri territori trasformarsi nei principali campi di battaglia. Il piano prevedeva che la Gran Bretagna, grazie a un'operazione congiunta tra l'esercito e la marina, aprisse un varco attraverso lo stretto dei Dardanelli e che, dopo lo sbarco delle truppe sulla penisola di Gallipoli, una flotta attraccasse nel mare di Marmara, sulle spiagge di Costantinopoli, l'odierna Istanbul. Lo scopo era spingere il governo turco a ritirarsi dal conflitto con un accordo di pace, aprendo cos l'accesso verso l'alleata Russia attraverso il mar Nero. Tutto questo, secondo Churchill, era sempre meglio che masticare filo spinato nelle Fiandre.
Oltre a promuovere la campagna presso il Consiglio del Gabinetto di guerra, Churchill fece anche pressione sui vertici militari incaricati di mettere in atto un piano che, ai loro occhi, risultava a dir poco traballante. Con il senno di poi,  ovvio che la pianificazione, o per meglio dire la sua assenza, contribu pesantemente all'esito catastrofico della campagna dei Dardanelli. Invece di un unico piano coerente e accurato, ne furono portati avanti tre contemporaneamente. Churchill prediligeva l'impiego della sola flotta navale; il suo vice, il primo lord del Mare ammiraglio John Fisher, preferiva un'operazione congiunta fra esercito e marina; il ministro della Guerra, lord Kitchener, perseguiva un "piano in evoluzione imperniato sull'esercito".63 La situazione era ulteriormente aggravata dalla presenza di quel "calderone"64 di nervosismo che, per citare Jenkins, ribolliva in mezzo a loro.
Ma Churchill era abituato ad averla vinta e infatti, il 28 gennaio 1915, il Gabinetto di guerra approv l'attacco navale da lui proposto. Dopo alcuni vani tentativi di superare lo Stretto costellato di mine e la conseguente perdita di tre corazzate alleate, si opt per uno schieramento di truppe volto alla conquista della penisola di Gallipoli. Se, dopo il fallimento delle operazioni navali, fossero stati messi in atto piani adeguati per il sostegno delle truppe di terra, si sarebbe evitata l'assoluta confusione tra esercito e marina sulla gestione delle operazioni dopo lo sbarco del 25 aprile. E, ancora pi importante, se gli Alleati si fossero organizzati meglio fin dall'inizio, le forze ottomane e tedesche non avrebbero avuto oltre un mese di tempo per predisporre le proprie difese contro un'imminente invasione.
Dal giorno dello sbarco a Gallipoli, il conflitto impieg pi di otto sanguinosi mesi per concludersi, mietendo circa 400.000 vittime: 73.000 tra britannici e irlandesi, 36.000 tra australiani e neozelandesi, 27.000 francesi, 4800 indiani e 251.000 ottomani. Gli Alleati non erano pronti per la poderosa resistenza opposta dall'esercito turco e, nel gennaio del 1916, l'unica opzione rimasta fu l'evacuazione.
Ma il destino di Churchill fu segnato molto prima della fine della campagna: quando l'ammiraglio Fisher rassegn le dimissioni il 15 maggio 1915, i colleghi che gi incolpavano Winston per il fallimento ne chiesero a gran voce la destituzione da primo lord dell'Ammiragliato. Alla luce di tante critiche, il primo ministro Asquith propose un governo di coalizione per il periodo bellico insieme al Partito conservatore e quest'ultimo pose come unica condizione la destituzione di Churchill. A quel punto Winston si trov declassato alla modesta carica di cancelliere del ducato di Lancaster.
Di certo gli errori di Gallipoli non possono essere imputati esclusivamente a lui, ma era opinione diffusa che Churchill, sempre sprezzante verso i pareri dei suoi consiglieri, prepotente nei confronti degli ammiragli e incapace di adottare le elementari misure di sicurezza, avesse una consistente dose di responsabilit. Tale opinione era talmente radicata nel bisogno collettivo di un capro espiatorio che, seppur smentita dagli esiti di un'inchiesta pubblica, non si dissip. Bisogna riconoscere, a onor del vero, che in fondo non era Churchill il primo ministro e che tutte le sue decisioni erano state prima sottoposte al Gabinetto di guerra. Tuttavia, aveva preteso l'attuazione dei suoi piani malgrado le obiezioni di Kitchener e dei colleghi dell'Ammiragliato. La reazione di Winston non fu affatto contrita, ma furibonda. A un amico disse: "Ho chiuso! ... Ho chiuso con tutto ci che mi sta a cuore: fare la guerra, sconfiggere i tedeschi".65
Un Churchill mortificato e svilito abbandon la Admiralty House, e lui e Clemmie si ritrovarono isolati da quella societ che per cinque anni avevano tanto apprezzato. In seguito Clementine rivel al biografo di Churchill, Martin Gilbert, che quello fu uno dei momenti pi dolorosi della vita di suo marito e che temeva "che sarebbe morto di crepacuore".66 Furiosa per la destituzione di Winston, scrisse ad Asquith: "Sbarazzarvi di Winston  un atto di debolezza e il vostro governo di coalizione non sar una macchina da guerra formidabile come il governo attuale".67 Ma il primo ministro si mostr imperturbabile e, quando fu proclamato un nuovo Gabinetto di guerra, Winston non era fra i membri. A quel punto, Churchill decise di abbandonare qualunque incarico di governo e di unirsi all'esercito sul fronte occidentale.
Inizialmente torn alla sua vecchia brigata, gli ussari di Sua Maest, ma quando giunse in Francia, un'auto lo prese a bordo per condurlo direttamente al quartier generale di Saint-Omer. Davanti a una cena innaffiata da champagne, gli fu proposto di scegliere fra un ruolo semplice come quello di aiutante di campo del comandante in capo, sir John French, e un incarico attivo al fronte. Come forse era prevedibile, Winston opt per la prima linea, ma la decisione non fu dettata solo dal suo innato senso dell'avventura: in tal modo avrebbe avuto la possibilit di distinguersi combattendo per una causa in cui credeva seriamente e di lavarsi le mani dal sangue di Gallipoli.
Dopo due sole settimane in Francia, Churchill chiese al generale French di essere promosso alla testa di una brigata. Considerando la sua scarsa esperienza in quel ruolo e seguendo il consiglio del primo ministro, che temeva reazioni, French bocci la proposta. In alternativa, Winston fu esortato ad assumere la guida di un battaglione pi piccolo e divenne cos tenente colonnello al comando della 9 divisione, 6 battaglione fucilieri reali scozzesi. Alla fine di gennaio del 1917 il suo battaglione raggiunse il fronte del Belgio e Churchill trascorse tre mesi e mezzo in trincea. Sebbene non fosse in atto alcuna grandiosa offensiva, non c'era un attimo di tregua: "il bombardamento tedesco era incessante e il fuoco di mitragliatrici e fucili rappresentava un pericolo continuo".68
Nel frattempo, in patria, Clementine continuava la sua battaglia a difesa della reputazione politica del marito, ma con il governo di Asquith in subbuglio e il dibattito ancora aperto alla Camera dei Comuni sul fallimento della campagna di Gallipoli, le acque sembravano ben lontane dal placarsi. Nonostante fosse preoccupata per l'incolumit di Winston, gli scrisse di non affrettare il suo ritorno: "Le azioni di un individuo, per essere grandi, devono poter essere comprese dalla gente comune. I tuoi motivi per andare al fronte erano facilmente comprensibili. I tuoi motivi per tornare richiedono una spiegazione".69 Nel marzo del 1917, durante una settimana di licenza, Churchill pronunci un discorso alla Camera dei Comuni che ricevette un'accoglienza disastrosa e peggior ulteriormente la sua posizione. Tuttavia, ignor il suggerimento di Clementine e, il 7 maggio, torn a Londra per tentare di ricucire una reputazione ormai a brandelli.
Gli occorsero quasi tre anni e una serie di incarichi prima di riconquistare finalmente una posizione di rilievo al governo. In quel periodo fu firmato l'armistizio tra gli Alleati e la Germania e quattro giorni dopo quell'evento, il 15 novembre 1918, Clementine mise al mondo la quarta figlia, una bambina di nome Marigold.
Il neo rieletto premier, David Lloyd George, dimostr di nutrire una grande fiducia nel suo vecchio amico quando, nel gennaio del 1919, lo nomin ministro della Guerra. Fin da subito Churchill inizi a fare pressioni dietro le quinte affinch le truppe alleate ancora stanziate in Russia fornissero supporto all'Armata bianca durante la guerra civile. Considerava il bolscevismo una delle grandi minacce per la democrazia britannica e, come afferma Jenkins, ribad nuovamente "la convinzione che volont e ottimismo fossero pi importanti dell'adeguatezza di risorse per il compito che si prospettava".70 Il suo piano prevedeva un'offensiva nel nord della Russia per impadronirsi della Transiberiana, ma si concluse con la ritirata e una disfatta. E cos Churchill vide consolidarsi la sua nuova fama di avventuriero militare sconsiderato e inaffidabile.
Persino Lloyd George perse fiducia nel suo ministro della Guerra e, nel 1921, lo nomin ministro delle Colonie. Restava comunque un'importante carica di governo e, perlomeno, offr a Winston l'opportunit di partecipare insieme a Clementine alla conferenza del Medio Oriente che si tenne al Cairo quella primavera. Fu un grande evento mondano, durante il quale la coppia conobbe nientemeno che il colonnello T.E. Lawrence ("Lawrence d'Arabia") e l'esploratrice Gertrude Bell. Ma quando Clementine fece ritorno a Londra, in aprile, fu accolta da una tragica notizia: suo fratello, Bill Hozier, un affascinante ma ben noto giocatore d'azzardo, si era suicidato sparandosi in una camera d'albergo a Parigi. Clemmie e Winston gli erano molto affezionati e la notizia fu un duro colpo per entrambi. Inoltre, qualche mese dopo, mor anche la madre di Winston. Dopo due perdite cos dolorose, con la casa ancora in lutto, Clementine ricevette una telefonata: la loro figlia minore, Marigold, era gravemente malata di setticemia.
La coppia si precipit da lei e le rimase accanto tutta la notte. La sera del 22 agosto, Marigold riprese coscienza il tempo sufficiente per chiedere a sua madre di cantarle Bubbles, la sua canzone preferita. A quel punto Clemmie raccolse ogni briciola di coraggio che le era rimasta e inton "I'm forever blowing bubbles...", finch Marigold non le mise una mano sul braccio e disse: "Basta... la finirai domani". Mor la mattina seguente, con i genitori al suo capezzale. In seguito, come riferito da Winston a sua figlia Mary, "Clementine, sconvolta dal dolore, lanci una serie di grida selvagge, come un animale in preda all'agonia".71
Quella sofferenza non li avrebbe mai abbandonati, ma raramente riusciva a manifestarsi. Mary Soames spiega che sua madre, con atteggiamento stoico, "soffoc il dolore anzich abbandonarsi a esso e and avanti con la propria vita".72 Qualcuno consigli alla coppia di prendersi una vacanza e cos, nel gennaio del 1922, partirono per la Francia, dove Clementine scopr di essere nuovamente incinta. A poco pi di un anno dalla morte di Marigold, i Churchill diedero il benvenuto a Mary, la quinta e ultima figlia. E non era l'unico nuovo acquisto in famiglia: subito dopo, la coppia and a visitare Chartwell, una casa di campagna nel Kent, cinquanta chilometri a sud di Londra.
L'edificio, che sarebbe diventato la residenza pi iconica di Churchill - a parte, forse, il 10 di Downing Street -, era piuttosto fatiscente e richiese l'investimento di una piccola fortuna. Clementine detestava Chartwell ma, sapendo quanto il marito desiderasse un rifugio campestre per entrambi, ce la mise tutta per apprezzarla.
Un porto sicuro per Winston non sarebbe potuto giungere in un momento pi opportuno. La coalizione di Lloyd George, infatti, aveva raggiunto il punto di rottura e, nell'ottobre del 1922, il primo ministro fu costretto a dimettersi. Vennero indette nuove elezioni, ma Churchill, colpito da appendicite, non fu in grado di condurre la campagna elettorale per il suo seggio nel collegio di Dundee. L'esito fu disastroso: "il "seggio a vita" del 1908 gli si era sgretolato fra le mani".73
I coniugi decisero dunque di prendersi una lunga vacanza di sei mesi in Costa Azzurra, affinch Winston potesse ristabilirsi. Anni prima, nel 1915, quando fu deposto dall'Ammiragliato, aveva scoperto la passione per la pittura e oggi, nuovamente disoccupato, aveva tutto il tempo per tornare al suo vecchio hobby. La coppia rientr in Inghilterra nell'estate del 1923 per supervisionare gli ultimi lavori di ristrutturazione a Chartwell. Clementine continuava a nutrire forti riserve sull'entit dell'investimento, ma la campagna era un luogo di conforto per il marito: laggi poteva scrivere e dipingere, e si divertiva a dare una mano con i lavori.
Ma non era da lui restare a lungo lontano dalla politica. Nella fase preliminare della campagna elettorale del 1924 non riusc ad assicurarsi un seggio liberale e tent senza successo di correre da indipendente. Era sua opinione che liberali e conservatori dovessero collaborare anzich osteggiarsi e, nell'aprile di quell'anno, apprese con stupore che i Tories stavano valutando di attirarlo nelle loro file offrendogli un seggio senza opposizione nel collegio di Epping, Londra. Dopo un breve tentennamento, Churchill accett di cambiare partito un'altra volta. Sarebbe rimasto un conservatore per il resto della vita.
Condusse una campagna di stampo fortemente antisovietico e critic aspramente i laburisti che ambivano a un trattato anglo-sovietico. La sua posizione incontr il favore degli elettori e Churchill vinse con ampia maggioranza. Il nuovo primo ministro, Stanley Baldwin, lo premi nominandolo cancelliere dello Scacchiere. Pare che, nell'accettare la carica, abbia detto a Baldwin: "Ci soddisfa le mie ambizioni. Ho ancora la toga di cancelliere di mio padre. Sar fiero di servirvi in questo splendido ufficio".74 E fu splendido eccome, con tanto di sistemazione al numero 11 di Downing Street, un alloggio che Clementine e i loro figli adoravano e dove avrebbero vissuto per quattro anni e mezzo.
Il temporaneo allontanamento dalla politica e gli svariati passi falsi non avevano intaccato la sempre straripante sicurezza di Churchill; tuttavia la sua permanenza al ministero del Tesoro fu turbata da numerose controversie. La prima fu una politica fiscale che avrebbe portato l'economia alla recessione con conseguenti scioperi in tutto il paese. Prima ancora dell'insediamento dell'amministrazione Baldwin, stava gi circolando l'idea di un ritorno al sistema aureo (abbandonato dalla Gran Bretagna nel 1914 per arrestare la rapida svalutazione della sterlina) e, inizialmente, Churchill nutriva forti riserve. Avvi dunque un'indagine e si consult con colleghi e studiosi, tra i quali un giovane e brillante economista di Cambridge, John Maynard Keynes. Questi, in un pamphlet dal titolo The Economic Consequences of Mr. Churchill (Le conseguenze economiche di Mr Churchill), affermava che il ritorno al sistema monetario in vigore prima della guerra sarebbe stato disastroso per la crescita economica e l'occupazione. Purtroppo le vaste fasce di sostenitori del Partito conservatore e i comitati parlamentari ebbero la meglio e cos Churchill, sotto gli occhi dei suoi familiari che lo osservavano dalla galleria della Camera dei Comuni, reintrodusse il sistema aureo con la legge di bilancio dell'aprile 1925.
Quella che  ampiamente considerata la mossa politica pi incosciente del governo Baldwin porta proprio la firma di Churchill. Le previsioni di Keynes si rivelarono corrette: la sterlina divenne troppo forte per sostenere l'esportazione e l'impatto sull'industria britannica, in particolare quella del carbone, fu catastrofico. Nel 1926 fu proclamato l'unico sciopero nazionale nella storia della Gran Bretagna: al suo apice, incrociarono le braccia 1 milione e 750 mila persone. Churchill opt per l'intervento dell'esercito, ma Baldwin insistette affinch i soldati fossero disarmati, mitigando cos la sua reazione. Mentre a Hyde Park si srotolava il filo spinato, alcuni servizi furono ripristinati dai colletti bianchi: gentiluomini con indosso cravatte Eton lavoravano come facchini alla stazione di Waterloo, guidavano locomotive e autobus, consegnavano giornali. Churchill si rec personalmente nella zona portuale per tentare di sedare le agitazioni. Infine, nel crescente timore per un'ondata generale di violenza, i sindacati fecero marcia indietro e lo sciopero fu debellato in soli dieci giorni, ma Churchill fu messo sotto accusa per aver usato il pugno duro.
La nazione non dimentic facilmente lo sciopero generale, e alle elezioni del 1929, con un tasso di disoccupazione ancora alto, i conservatori persero la maggioranza. Stanley Baldwin si dimise, mentre Churchill conserv il seggio di Epping. Tuttavia, nei due anni successivi si trov estraniato dal suo partito per divergenze di opinioni su questioni sostanziali.
Rifugiatosi a Chartwell, Winston riprese a scrivere e a dipingere. Senza la retribuzione da ministro, e dopo aver subto un grosso danno finanziario in seguito al crollo di Wall Street, i Churchill si trovarono nuovamente isolati, oltre che a corto di denaro a causa degli esorbitanti sperperi di Winston in sigari e champagne. Quell'isolamento sarebbe durato dieci anni.
Bench fortemente ridimensionato nel suo ruolo politico, Churchill si sentiva troppo preparato su certi argomenti per negare all'opinione pubblica il proprio giudizio e, nel 1931, l'argomento in questione era l'autonomia dell'India. Ancora una volta, per, si sarebbe trovato dalla parte sbagliata sia della storia sia del suo partito. L'India aveva chiesto il riconoscimento dello status di dominio, al pari di Canada, Australia e Nuova Zelanda, e Churchill si disse contrario: temeva che la concessione di un qualsivoglia status di dominio avrebbe segnato la fine dell'impero britannico in India e che presto il nuovo governo indiano avrebbe tentato di liberarsi della Gran Bretagna e dei britannici.
Il vicer indiano, lord Irwin, meglio noto come visconte Edward Halifax, era invece di parere diametralmente opposto. A dispetto dei suoi rapporti con il re e con le alte sfere dell'aristocrazia britannica, vantava opinioni sorprendentemente progressiste in materia. Ormai agli sgoccioli del suo mandato, credeva fermamente che, dopo anni di violenza e disobbedienza civile, la concessione dello status di dominio fosse la chiave per facilitare un insediamento pacifico. Baldwin era d'accordo con Halifax e dichiar alla Camera che, se il suo partito fosse tornato al potere, avrebbe considerato la sua proposta un "atto di dovere". Churchill, che un tempo aveva fatto parte dei conservatori di pi ampie vedute, si sent costretto a dimettersi dal governo ombra. Come osserva Roy Jenkins: "La questione indiana rimase al centro della politica di Churchill almeno per altri tre anni, prosciugando le sue energie e spingendolo ancor pi in un miasma di isolamento impotente".75
Nuovamente estraniato, Winston si dedic ai suoi scritti e fece viaggi negli Stati Uniti, dove teneva discorsi e partecipava a trasmissioni radiofoniche. Interveniva ancora di frequente alla Camera dei Comuni, su temi legati alla finanza e alla sicurezza internazionale, ma le sue idee sulla questione indiana lo ponevano in una posizione anacronistica. Erano in molti ad associare la fine della prima guerra mondiale alla fine stessa dell'impero, ma Churchill, figlio dell'et vittoriana e edoardiana, serbava una devozione incrollabile nella presenza britannica a livello mondiale.
Con la rapida ascesa del Partito nazionalsocialista, Churchill identificava nella Germania di Hitler la minaccia pi grande per la Gran Bretagna. Tale convinzione era frutto di una piena consapevolezza dei fatti. Se gli mancava una conoscenza diretta della societ indiana, aveva invece viaggiato molto in Germania, dove aveva visto "bande di robusti giovani teutonici marciare per le strade ... con gli occhi illuminati dalla smania di sacrificarsi per la patria".76 Per lui era tutto molto chiaro: dal desiderio patriottico di riscattare l'onore perduto sarebbe scaturito l'appello alle armi; e dall'appello alle armi quello alla restituzione dei territori perduti.
Nell'aprile del 1933 Churchill pronunci un lungo e appassionante discorso alla Camera dei Comuni riguardo alla natura di tale minaccia. Era convinto, disse, che la Germania se la fosse "cavata a buon mercato dopo la Grande guerra".77 Agli Alleati, aggiunse, era stato garantito che "[la Germania] sarebbe stata una democrazia con istituzioni parlamentari", ma tutto ci era stato "spazzato via":
Ora avete una dittatura, un'orrenda dittatura. Avete militarismo e richiami a ogni forma di spirito bellicoso, dalla reintroduzione del duello nelle universit alla raccomandazione, da parte del ministero dell'Istruzione, di fare ampio uso della bacchetta nelle scuole elementari. Avete manifestazioni marziali o guerresche, oltre alla persecuzione degli ebrei, a cui tanti onorevoli membri hanno fatto riferimento e che riguarda tutti coloro che hanno a cuore il diritto di uomini e donne a vivere nel mondo in cui sono nati e il diritto a provvedere al proprio sostentamento, come finora gli  stato garantito dalle leggi della loro terra natale.78
Churchill continu a impartire moniti analoghi in parlamento, sui giornali, nelle numerose lettere ai colleghi, ma solo una volta alla radio della BBC: il suo fondatore, John Reith, lo considerava un estremista e, di fatto, gli proib ogni dichiarazione pubblica sull'argomento. Tuttavia, nel 1935, il governo britannico riconobbe alla Germania il diritto di avviare il riarmo e di ricostruire la sua flotta che, come stabilito dall'accordo navale anglo-tedesco, non avrebbe dovuto superare il 35 per cento di quella britannica.
Nel giugno del 1935 il laburista Ramsay MacDonald rinunci alla carica di primo ministro per problemi di salute. Gli successe Stanley Baldwin, vecchio amico di Churchill, anch'egli strenuo sostenitore dell'appeasement e della linea politica del suo predecessore. La stampa ora riferiva le atrocit perpetrate dal nuovo regime nazista, lasciando sgomenti tutti coloro che, in Gran Bretagna, erano convinti che la Germania avesse pagato a caro prezzo la sconfitta subita nella prima guerra mondiale. Tuttavia, la Russia sovietica era considerata ancora una seria minaccia e poich, come afferma Martin Gilbert in The Roots of Appeasement (Le radici dell'appeasement), "lo stesso Hitler si ergeva a paladino dell'Europa contro la diffusione del comunismo",79 le classi inglesi pi elevate erano particolarmente restie a dichiararlo pericoloso.
Le ambizioni militari di Hitler non si placarono e, nel marzo del 1936, le truppe tedesche marciarono sulla zona smilitarizzata della Renania, in spregio ai trattati di Versailles e Locarno. In quel periodo gli inglesi erano distratti dalla crisi provocata dall'abdicazione di Edoardo VIII, che aveva dichiarato di voler sposare l'americana divorziata Wallis Simpson. Anche su quella questione Churchill - favorevole al matrimonio d'amore - si trov in contrasto con il governo. A ogni modo, l'opinione pubblica era talmente contraria anche al solo pensiero di un'altra guerra, che ebbe ben poco da ridire sulla riconquista dei territori di lingua tedesca da parte della Germania.
Negli ultimi anni il governo britannico aveva avviato un processo di riarmo, ma il paese non era nella posizione di considerare una qualsivoglia sanzione militare in risposta alla recente mossa di Hitler. Churchill fece presente che se la Germania fosse rimasta impunita, non avrebbe esitato a volgere lo sguardo verso Austria, Polonia, Cecoslovacchia e Romania, e incalz la Gran Bretagna ad accelerare le operazioni di riarmo. Winston stava cominciando a guadagnare consensi da parte dell'opinione pubblica, ma era ancora screditato dal governo Baldwin, che lo considerava un guerrafondaio. Quando, nel maggio del 1937, Neville Chamberlain sostitu Baldwin alla carica di primo ministro, Churchill rest fuori dal governo: i due si erano scontrati costantemente nel corso della loro carriera politica e, pi di recente, su questioni relative ai rapporti con la Germania e alla crisi dell'abdicazione.
Chamberlain cominci a interessarsi attivamente alla politica estera, ma la sua posizione nei confronti della Germania non era diversa da quella di Baldwin. Il ministro degli Esteri, Anthony Eden, condivideva invece il parere di Winston. Eden diffidava della Germania e considerava un grosso errore sia la politica di Chamberlain nei confronti della nazione tedesca sia l'indulgenza verso il dittatore italiano, Benito Mussolini (a seguito dell'invasione fascista dell'Abissinia). Questo provoc una rottura fra Eden e la nuova amministrazione, e il distacco si fece ancora pi profondo quando Chamberlain incoraggi Halifax, lord presidente del Consiglio, a occuparsi maggiormente delle questioni di politica estera. Nell'ottobre del 1937 il primo ministro persuase Halifax ad accettare l'invito a incontrare Hitler in occasione di una battuta di caccia in Germania.
Eden era fermamente contrario all'incontro e si sentiva delegittimato dal nuovo primo ministro. Esort caldamente Halifax a seguire la linea dura con Hitler riguardo alle sue mire verso Austria, Cecoslovacchia e Polonia. Ma, fin dalla sua salita al potere, il Fhrer aveva dimostrato una straordinaria capacit di seduzione nei confronti dei politici britannici e per Halifax non fu diverso. Rientr dalla Germania tessendo le lodi del leader nazista e, in spregio alle raccomandazioni di Eden, inform il governo di aver confermato l'assoluta disponibilit della Gran Bretagna a discutere l'acquisizione tedesca dei territori dell'Europa centrale e la restituzione delle ex colonie sottratte alla Germania attraverso i trattati postbellici. Le rassicurazioni di Halifax, il quale era certo che Hitler non avesse alcuna intenzione di iniziare una guerra, non convinsero affatto Eden e segnarono l'inizio della fine della sua carica di ministro degli Esteri.
Eden diede le dimissioni il 20 febbraio 1938 e Chamberlain nomin lord Halifax suo successore. Churchill era distrutto e, in seguito, ricord nelle sue memorie:
[P]ersi il coraggio, lasciandomi sommergere dai vortici della disperazione ... non ho mai trovato difficolt a addormentarmi ... ma quella notte, il 20 febbraio 1938, per l'unica volta nel corso della vita, fui preda dell'insonnia. Dalla mezzanotte all'alba giacqui nel mio letto tormentato dal dolore e dalla paura. Mi sembrava di vedere una figura giovane e forte ergersi contro le pesanti correnti dell'abbandono e della resa, contro le valutazioni false e le deboli reazioni. Io forse mi sarei comportato in un modo diverso dal suo [di Eden] a proposito di molti problemi; ma in quell'ora mi pareva di vedere incarnata in lui ogni speranza della nazione britannica, dell'antica e grande razza britannica che tanto ha fatto per l'umanit e tanto pu ancora fare. Ora egli era scomparso. Guardai la luce del giorno penetrare lenta dalle finestre e con gli occhi dello spirito mi vidi sorgere dinanzi l'ombra della morte.80
Due giorni dopo, con l'annessione tedesca dell'Austria gi in atto e la possibile perdita della Cecoslovacchia all'orizzonte, Churchill lanci un forte monito alla Camera sulle conseguenze dell'appeasement: "Prevedo che prima o poi, su una questione o sull'altra, dovrete prendere posizione e prego Dio che, quando quel giorno arriver, non scopriremo di essere rimasti i soli sostenitori di tale posizione a causa di una politica scriteriata".81
Ormai non c'erano pi dubbi circa le intenzioni di Hitler, e i timori di Churchill furono confermati quando, nel settembre del 1938, Chamberlain si rec in Germania per presentare una proposta anglo-francese sulla questione dei Sudeti, gi approvata in linea di massima sia dai leader cechi sia da quelli sudeti. Il piano sort l'effetto opposto e, come scrive Gilbert, "Hitler, furioso per il fatto che i sudeti fossero disposti ad accettare l'autonomia all'interno della Cecoslovacchia, li incalz a pretendere di pi. Quando si dimostrarono riluttanti ... condann pubblicamente e brutalmente la proposta".82
Quando le previsioni di Churchill si avverarono, il governo lo riaccolse - si fa per dire - all'ovile. Pur non facendo parte dell'esecutivo, nelle settimane successive all'infruttuoso incontro fra Chamberlain e Hitler, Churchill partecip a numerose riunioni con il primo ministro e il ministro degli Esteri, ma i suoi colleghi parlamentari erano ancora riluttanti ad accettare il suo parere e a riconoscere il fallimento dell'appeasement.
Chamberlain insisteva per avviare nuovi negoziati con Hitler e part per Monaco nel tentativo di appianare le controversie. Churchill lo preg di riferire "alla Germania che, se metter piede in Cecoslovacchia, tra noi sar la guerra".83 Ma le sue richieste rimasero inascoltate. Chamberlain fece ritorno il 30 settembre, dopo poco pi di una giornata di negoziati, e al campo d'aviazione trov ad attenderlo una folla di sostenitori. Scese i gradini dell'aereo sventolando il pezzo di carta noto come accordo di Monaco e annunci festosamente ai giornalisti presenti che quel documento simboleggiava "il desiderio dei nostri due popoli di non entrare pi in guerra".84 Molti avevano la sensazione che, di fatto, Chamberlain avesse accolto tutte le richieste di Hitler, e quando la Camera dei Comuni si riun per quattro giorni per dibattere la questione, Churchill attese il momento di maggiore impatto - le 17.10 del terzo giorno di seduta - per pronunciare uno schiacciante discorso di quarantacinque minuti sugli eventi di cinque giorni prima:
Comincer affermando la cosa pi impopolare e sgradita. Comincer affermando ci che tutti vorrebbero ignorare o dimenticare, ma che va comunque precisato, ossia che abbiamo subito una sconfitta totale e assoluta ... Il massimo che [Chamberlain]  riuscito a ottenere per la Cecoslovacchia, e riguardo alle altre questioni in discussione,  che il dittatore tedesco, invece di dover ghermire le sue provviste dal tavolo, se le  viste servire comodamente una portata dopo l'altra ...  tutto finito. La Cecoslovacchia, muta, afflitta, abbandonata, smembrata, si ritira nell'oscurit ... Trovo intollerabile l'idea che il nostro paese finisca in balia, nell'orbita e sotto l'influenza della Germania nazista, che la nostra esistenza sia subordinata alla loro benevolenza, alla loro compiacenza ... Non vogliamo percorrere la strada che ci trasformer in un satellite del sistema di dominazione nazista in Europa. Fra pochissimi anni, forse fra pochissimi mesi, ci troveremo di fronte a richieste che, senza dubbio, saremo invitati ad accogliere, richieste relative alla cessione di territori o alla cessione della libert ... Non biasimo il nostro popolo leale e coraggioso, pronto a fare il proprio dovere a qualunque costo ... ma deve sapere la verit. Deve sapere che ci sono state gravi negligenze e lacune nelle nostre difese; deve sapere che abbiamo subito una sconfitta senza una guerra, le cui conseguenze ci accompagneranno a lungo nel nostro cammino; deve sapere che abbiamo superato una terribile pietra miliare della nostra storia, un momento in cui l'intero equilibrio europeo  stato sconvolto, e che tremende parole sono oggi pronunciate contro le democrazie occidentali: "Sei stato pesato sulle bilance e sei stato trovato mancante".85 E non crediate che sia finita. La resa dei conti  appena all'inizio. Questo  solo il primo sorso, il primo assaggio dell'amaro calice che ci verr somministrato anno dopo anno, a meno che, ritrovando con un sommo sforzo la salute morale e il vigore marziale, non risorgeremo a difesa della libert come un tempo.86
A meno di un anno di distanza, dopo che la Germania ebbe invaso Cecoslovacchia e Polonia, la Gran Bretagna dichiar guerra.
Con gli eventi che si susseguirono nel maggio del 1940, le agghiaccianti parole di Churchill dovettero senz'altro risuonare nella mente degli artefici dell'appeasement. Ma quel giorno di ottobre del 1938, pochi avrebbero potuto immaginare che quell'uomo intransigente sarebbe stato la salvezza della Gran Bretagna.


VENERD 10 MAGGIO 1940
LA GERMANIA D INIZIO ALL'OPERAZIONE "FALL GELB"
DISLOCA QUATTRO MILIONI DI UOMINI IN POSTAZIONI AI CONFINI DI OLANDA, BELGIO E FRANCIA
MOBILITA LA SUA AVIAZIONE MILITARE, FORTE DI UN MILIONE DI EFFETTIVI, PER LANCIARE IL "BLITZKRIEG"
IL GOVERNO CHAMBERLAIN CADE


III
LA CADUTA DI UN LEADER

Mentre la sera del 9 maggio 1940 si avviava a conclusione, Churchill si preparava alla colossale impresa di guidare la nazione. Al figlio Randolph, che gli aveva telefonato all'Ammiragliato, confidava: "Penso che domani sar primo ministro".87 All'alba del giorno seguente tutte le aspettative di un tranquillo passaggio di consegne svanirono, allorch - a un mese esatto dal momento di imbarazzo vissuto da Churchill per la "sgangherata" campagna di Norvegia - Hitler sferr un nuovo, devastante attacco in Europa.
A risvegliare Churchill, poco dopo le 5.30, non fu la consueta colazione - sul vassoio un bicchiere di scotch & soda, tra una fila di toast e un piatto di uova -, bens la sconvolgente notizia che la Germania aveva invaso l'Olanda. "Dall'Ammiragliato, dal Ministero della Guerra, dal Ministero degli Esteri, arrivarono in gran copia i telegrammi",88 ricorder. Alle sei telefon all'ambasciatore francese per concordare il dispiegamento delle truppe nel vicino Belgio. Era infatti evidente che anche il Belgio sarebbe stato invaso, sebbene allo scoppio della guerra entrambi i paesi si fossero dichiarati neutrali. Conclusa la telefonata, Churchill incontr il ministro dell'Aeronautica e quello della Guerra, sir Samuel Hoare e Oliver Stanley, per discutere insieme la possibile reazione della Gran Bretagna. Hoare scriver poi che "anzich lasciarsi sopraffare dagli insuccessi e dai disastri, nelle situazioni di crisi Churchill acquistava forza d'animo, pronto pi che mai a dispensare i suoi saldi consigli". E aggiunger: "Erano le sei del mattino; alle spalle un duro confronto alla Camera dei Comuni, protrattosi fino a notte inoltrata. Ma lui era l, con il suo grande sigaro fumante e il suo piatto di uova al tegame e bacon, come se fosse appena tornato da una scampagnata all'alba".89
I tre si trasferirono nella Sala operativa al primo piano dell'Ammiragliato, dov'era in programma per le sette una riunione del Comitato di coordinamento militare. Gli aggiornamenti della situazione si succedevano a ritmo incalzante, ad attestare l'incredibile rapidit, la spaventosa portata e lo straordinario successo dell'avanzata tedesca, iniziata alle tre del mattino ora inglese. La Luftwaffe stava sganciando bombe e paracadutando migliaia di soldati sugli obiettivi strategici di Olanda, Belgio e ora anche Lussemburgo. Dal Comitato di coordinamento militare era partito l'ordine che aveva messo le forze anglo-francesi in marcia verso il Belgio. Il capo di stato maggiore dell'impero, sir Edmund Ironside, ricorda come, nella confusione del momento, fosse entrato in una stanza "senza trovare poi il modo d'uscirne. Le guardie notturne erano tutte impegnate altrove, n c'erano gli uomini del servizio diurno. Le porte erano serrate, a doppia, a tripla mandata. Cos raggiunsi una delle finestre, l'aprii e uscii di l. Tale era il livello di sicurezza".90
Mentre Ironside si inerpicava sulle finestre, il popolo inglese cercava di raccapezzarsi nel bollettino delle sette della BBC Home Service, che, avuta notizia dell'invasione, aveva annunciato: "Sembra che i tedeschi abbiano invaso l'Olanda, ma non  ancora ufficialmente confermato".91
Alle 7.30 Randolph Churchill, che prestava servizio nel vecchio reggimento di Winston, il 4 ussari di Sua Maest e si trovava in caserma a Hull, telefon al padre, per cercare di capire cosa stesse accadendo. "Le orde tedesche" lo inform il padre "stanno invadendo i Paesi Bassi, ma le truppe inglesi e francesi stanno avanzando verso di esse ed entro un giorno o due ci sar uno scontro frontale." Randolph domand allora: "E riguardo a quel che mi hai detto ieri sera? Diventerai primo ministro oggi?". La risposta fu lapidaria: "Oh, non lo so. Adesso l'unica cosa che conta  sconfiggere il nemico".92
Ma come sarebbe andata a finire la questione che aveva infiammato i tre giorni precedenti? Chi sarebbe stato primo ministro? Chamberlain aveva detto che prima di rassegnare le dimissioni avrebbe atteso le decisioni dei laburisti. Se questi ultimi fossero stati disposti a impegnarsi in un governo guidato da lui, sarebbe rimasto di buon grado al suo posto. Quasi fossero all'oscuro del Blitzkrieg divampato nell'Europa occidentale, alle 11.34 Clement Attlee e Arthur Greenwood presero il treno che dalla stazione di Londra Waterloo portava a Bournemoth e raggiunsero il congresso del Partito laburista. Quel giorno Chamberlain avrebbe avuto la sua risposta, anche se non subito.
Poco prima, verso le otto, Churchill, insieme a Stanley e Hoare, aveva lasciato l'Ammiragliato per attraversare, con il suo solito passo spedito, Horse Guards Parade e raggiungere il 10 di Downing Street. Qui era stata convocata la prima delle innumerevoli riunioni del Gabinetto di guerra che si sarebbero tenute quel giorno. Seduti attorno al tavolo di mogano, i venti ministri, gli alti comandi militari e i segretari di Gabinetto riesaminarono la situazione in corso. In assenza della conferma ufficiale che il capo sarebbe diventato lui, Churchill decise di comportarsi senz'altro da tale. "Sulla poltrona" c'era Neville Chamberlain, ma a comandare l dentro era lui, Churchill. Conferm che "il piano generale per l'avanzata delle forze alleate nei Paesi Bassi era in via d'attuazione. Pur non al massimo livello di preparazione possibile, le truppe erano comunque in grado di procedere celermente".93
In meno di tre ore Churchill aveva preso le redini delle operazioni belliche. Verrebbe da pensare che davanti a una simile prova di spirito, Chamberlain potesse finalmente decidersi ad accettare le conclusioni del giorno precedente, a lasciare cio il posto di premier a Winston. Ma non avvenne. Secondo quanto annotato da Samuel Hoare e dallo stesso Churchill, dopo quella riunione Chamberlain confid a Hoare di essere orientato a "non rassegnare le dimissioni finch la campagna di Francia non fosse giunta al termine".94 Era un'affermazione sconcertante, visto che al vertice delle otto il primo ministro non aveva saputo proferire una sola parola degna di essere verbalizzata. Senza contare che quel mattino gli inglesi avevano trovato in prima pagina i fatti del giorno precedente:
CHAMBERLAIN SI DIMETTE: IL NUOVO PREMIER SAR
PROBABILMENTE CHURCHILL
A VUOTO L'ULTIMA OFFERTA DEL PRIMO MINISTRO:
I LABURISTI DICONO "NO"
L'ULTIMO SFORZO DEL PREMIER.
SE IL TENTATIVO DI GRANDE COALIZIONE FALLISCE,
OGGI LE DIMISSIONI
IERI SERA I SOCIALISTI AL 10 [DI DOWNING STREET]95
Come poteva Chamberlain rimangiarsi quanto aveva convenuto di fare? E nel contempo: come poteva mollare la presa? Se Churchill gli fosse subentrato, tutto il suo lavoro sarebbe andato a monte, e non solo l'impegno degli ultimi tre anni come primo ministro, ma l'intera, ostinata, campagna di appeasement. Avrebbe dovuto ammettere di essersi sbagliato. Sbagliato su tutto il fronte. Sbagliato a ignorare sei lunghi anni di moniti da parte di Churchill. "Pace per il nostro tempo", la formula che Chamberlain aveva pronunciato scendendo dall'aereo con cui era rientrato da Monaco il 30 settembre 1938, suonava ridicola adesso. L'evanescente pezzo di carta cui si era aggrappato: ridicolo! Tutto sembrava ridicolo.
Tutto eccetto un uomo: Churchill. L'unico che avesse capito il pericolo incombente. A differenza di certi membri della famiglia reale e di svariati aristocratici e notabili, non si era in alcun modo lasciato affascinare dal nazismo; e a costo di subire le ironie e il biasimo altrui, non si era fatto ridurre al silenzio. Con quali esiti? Tacciato di essere un guerrafondaio, era stato emarginato da quello stesso contesto politico che aveva contribuito a creare. E tuttavia era rimasto caparbiamente fedele ai propri princpi: con i dittatori non si tratta.
Possiamo soltanto immaginare che cosa abbia pensato Chamberlain nell'udire che i carri armati tedeschi stavano dilagando nell'Europa occidentale, nel considerare che cosa questo significava, che cosa lo aspettava. I suoi estremi, disperati tentativi di rimanere in sella tradivano il profilo di un uomo umiliato. Anche se in anni a noi pi vicini l'operato di Chamberlain e le relative conseguenze sono stati guardati con minore riprovazione che nei primi decenni del dopoguerra, per il primo ministro britannico i mesi successivi a quella riunione del Gabinetto di guerra devono essere stati drammatici. Al termine dell'incontro Chamberlain era andato dal cancelliere dello Scacchiere, sir Kingsley Wood, con l'idea di restare in carica.
Pensare che nel suo sforzo per conservare la leadership Chamberlain fosse animato da pura, ostinata ambizione sarebbe un errore. Nei riguardi di Churchill nutriva realmente delle riserve. Come per molti suoi colleghi e per quasi tutti quelli che accarezzavano ancora l'idea di avviare colloqui di pace con Hitler (gli uomini che avevano formato la potente cricca cui apparteneva anche Halifax), per lui la sola idea che Churchill potesse prendere il potere era agghiacciante. Winston come capo supremo? Winston Churchill al vertice di tutto? Affidare la guida del paese a quel parolaio sessantacinquenne con problemi di alcol e una lunga storia di valutazioni errate? C'era da avere dubbi anche solo ad affidargli una bicicletta, altro che il paese!
Nei suoi ultimi atti di resistenza, Chamberlain non pensava solo a se stesso. Rappresentava le numerose voci influenti secondo cui la Gran Bretagna aveva bisogno, probabilmente pi che mai, di un leader stabile, sobrio, razionale, calmo e tranquillo. Qualunque cosa si pensasse di Churchill, questo non era certo il suo ritratto. Lui, con la sua ampollosa retorica, pronto a impegnare schiere di uomini in carne e ossa in una partita perigliosissima, quasi fossero i soldatini con cui giocava da bambino, con la testa congestionata di versi dei poemi epici, sarebbe stato senz'altro capace di mandare in rovina l'intera nazione in un men che non si dica.
Nel maggio del 1940 il pensiero che Churchill potesse diventare premier suscitava preoccupazione persino in molti tra i suoi pi ardenti sostenitori. Nell'incontro con Kingsley Wood, il giorno dopo la riunione del Gabinetto di guerra, Chamberlain aveva dunque motivo di sperare che in extremis i suoi amici gli avrebbero dato appoggio: anche se avessero nutrito qualche dubbio riguardo alle sue forze, non avrebbero potuto ignorare le debolezze del suo rivale.
Una prospettiva inverosimile. Ormai era troppo tardi. L'Inghilterra aveva bisogno di un governo di unit nazionale, e il prezzo per ottenerlo - cos imponevano i laburisti - era proprio la testa di Chamberlain.
Kingsley Wood, costretto al ruolo di infausto messaggero, pens che la via pi indolore fosse quella di parlar schietto. Replic quindi esponendo la cruda realt: "Al contrario, la nuova crisi rendeva quanto mai necessario un governo nazionale, il solo che avrebbe potuto dominare la situazione".96 Quando sent pronunciare queste parole da quello che considerava uno dei suoi, Chamberlain capitol.
Mentre sulle pianure di Belgio, Lussemburgo e Olanda le divisioni corazzate tedesche guadagnavano rapidamente terreno, ed erano ormai giunte in vista della Francia, il Gabinetto di guerra, riunitosi per la seconda volta alle 11.30, apprese delle prime vittime di un bombardamento tedesco in territorio francese, a Nancy. Le informazioni erano tuttavia scarse e incerte. Secondo quanto Ironside rifer al Gabinetto, si sospettava che il piano dei tedeschi fosse quello di attraversare il Lussemburgo e la foresta delle Ardenne per raggiungere la linea difensiva belga sulla Mosa e simultaneamente avanzare in territorio belga verso le forze alleate disposte sul Canale Alberto.97 In realt i tedeschi si erano gi spinti molto pi avanti di quanto immaginassero gli Alleati. Come spiega Philip Warner nel suo The Battle of France, poich il Belgio aveva lo status di paese neutrale, il suo esercito era impreparato all'eventualit di un'invasione "lungo la Mosa; l'arrivo degli alianti tedeschi colse i soldati belgi talmente di sorpresa che all'inizio pensarono trattarsi di aerei in avaria: la loro prima reazione fu correre in aiuto di quelli che credevano aviatori in difficolt".98
Alle tredici si riun all'Ammiragliato la Commissione difesa, per parlare dei bombardamenti tedeschi ai danni "di citt aperte in Belgio".99 Ancora una volta "a presiedere l'incontro" fu Churchill. In merito alla richiesta di aiuto rivolta dai belgi agli Alleati, il generale Hastings Ismay, grande sostenitore di Winston, ricord come nel novembre 1939 il Supremo consiglio di guerra avesse decretato che "in caso di violazione del territorio belga da parte dei tedeschi, il piano denominato Piano D sarebbe diventato automaticamente operativo. Ci significava che in assenza di ulteriori disposizioni il Corpo di spedizione britannico [ovvero i quasi quattrocentomila uomini che l'Inghilterra aveva inviato in Francia a partire dal settembre 1939, quando la guerra aveva avuto inizio] avrebbe dovuto spingersi pi rapidamente possibile nel cuore del territorio belga".100 Ora quel momento era arrivato, e i verbali della riunione registrarono che "se dalle prove raccolte i tedeschi sembravano avere "rotto ogni indugio", il governo britannico era incline a lanciare attacchi [bombardamenti] in territorio tedesco, quella notte stessa contro raffinerie di petrolio e scali di smistamento".101
Churchill continu nella sua giornata campale. Dopo un breve pranzo con il fido lord Beaverbrook, torn a Downing Street per una terza riunione del Gabinetto di guerra, in programma alle 16.30. Fu letto un rapporto della Sottocommissione di intelligence congiunta nel quale si indicavano in dettaglio gli obiettivi dei bombardamenti tedeschi in Olanda, Belgio, Francia e Svizzera, nonch in cinque localit nel Kent (le prime bombe tedesche sulla Gran Bretagna erano state sganciate nell'ottobre del 1939, sulla costa orientale del paese). Si riprese la discussione, avviata nella riunione precedente, sugli attacchi di rappresaglia contro obiettivi tedeschi. E qui possiamo notare come Churchill prestasse attenzione al minimo dettaglio, oltre che all'opinione delle persone pi fidate ed esperte sedute al tavolo del Gabinetto di guerra. Il maresciallo capo dell'Aeronautica, sir Cyril Newall era favorevole alla rappresaglia immediata, perch "l'effetto psicologico di un colpo fulmineo contro il punto pi vulnerabile del nemico susciterebbe enorme impressione in tutto il mondo"; del suo stesso avviso era il ministro dell'Aeronautica, sir Samuel Hoare, che dichiar: "Se non sferriamo subito alla Germania un duro colpo, il mondo ci guarder con occhio molto critico. Nella storia sono tanti i casi in cui il differimento di una decisione ha fatto s che non fosse mai presa". Malgrado i robusti argomenti messi sul tavolo dall'Aeronautica, Ironside era contrario, sulla scorta del giudizio di lord Gort, comandante in capo del Corpo di spedizione britannico, secondo il quale un simile attacco "sarebbe stato privo di effetti sulla battaglia a terra". All'orecchio di Churchill la frase di Hoare sui casi della storia dovette suonare come le campane del Big Ben: nessuno come lui sapeva quali disastri pu produrre un'iniziativa militare avventata; si pronunci quindi per una dilazione di ventiquattro ore. Dai verbali risulta che Chamberlain "dopo avere ascoltato i vari argomenti ... si espresse in favore di una posticipazione dell'attacco ... di ventiquattro ore".102
Alla fine della riunione il primo ministro annunci di avere ricevuto la risposta dei laburisti riguardo a un governo di unit nazionale. Questa la sua dichiarazione: "Il Partito laburista  pronto ad assumersi le sue responsabilit e a entrare in un nuovo governo, guidato da un nuovo primo ministro che goda della piena fiducia della nazione".103 Chamberlain conferm di "avere raggiunto, alla luce di questa risposta, la conclusione che la via giusta era rimettere subito il mandato nelle mani del re. Si proponeva di farlo in serata".104 Ma nonostante tutto ci che era emerso in quella giornata, non riusciva ancora a darsi ragione che le redini del paese sarebbero toccate proprio all'uomo che egli non voleva al potere.
Aggiornata la seduta, i membri del Gabinetto di guerra rientrarono nei rispettivi uffici, mentre la notizia della decisione dei laburisti si diffondeva tra i conservatori. Uno dei loro capigruppo si lanci in un ultimo, disperato tentativo di convincere Halifax a ripensarci; ma giunto al Foreign Office, si sent dire che il ministro era andato dal dentista. Andrew Roberts, nella sua biografia di lord Halifax, scrive: "Anche se sul finire del 1939 si era recato dal dentista un paio di volte in due mesi, difficilmente avrebbe lasciato la sede del ministero se fosse stato ancora aperto a proposte dell'ultimo minuto".105
Appena la riunione del Gabinetto di guerra fu conclusa, Chamberlain si diresse a Buckingham Palace per incontrare Giorgio V, consegnargli ufficialmente le dimissioni e indicargli a chi affidare il compito di sostituirlo. Il nome non fu quello che Sua Maest sperava di udire. Avrebbe poi scritto il re nel suo diario:
Penso che sia stato trattato assai ingiustamente. E mi  terribilmente dispiaciuto che si sia verificata tutta questa polemica. Abbiamo poi avuto un colloquio informale sul suo successore. Io, naturalmente, ho fatto il nome di Halifax, ma lui mi ha detto che H[alifax] non era entusiasta, perch, sedendo ai Lord, la sua azione ai Comuni, dove si fanno le scelte che contano, sarebbe quella di un'ombra o di un fantasma. Questa sua posizione mi ha rammaricato, perch pensavo che il naturale successore dovesse essere H[alifax] e che la sua appartenenza ai Pari potesse essere temporaneamente sospesa. A quel punto ho pensato che c'era solo una persona che potessi incaricare di dar vita a un governo e che godesse della fiducia del paese: Winston. Ho chiesto a Chamberlain che cosa ne pensasse, e mi ha risposto che l'uomo da incaricare era Winston.106
Giorgio V sarebbe dunque stato disposto a concedere una sospensione temporanea dell'appartenenza ai Pari per consentire ad Halifax di diventare primo ministro? Avrebbe significato ricorrere a una straordinaria anomalia costituzionale per assicurare l'incarico a una persona voluta dal re. Al 10 di Downing Street lo staff di Chamberlain, che di l a poco Churchill avrebbe ereditato, era non meno rammaricato del re per le conseguenze delle decisioni prese a palazzo. Scriveva nel suo diario Jock Colville, il capo di gabinetto privato di Chamberlain:
Il rischio  tremendo: c' fra l'altro il pericolo di sortite incaute e stravaganti, e non riesco a liberarmi dell'inquietante pensiero che con questa gestione il paese possa finire per trovarsi nella posizione pi pericolosa in cui sia mai stato ... Non c' nulla che possa fermarlo [Churchill] - dato il suo potere di ricatto - a meno che il re, facendo pieno ricorso alle proprie prerogative, dia l'incarico a qualcun altro. Purtroppo l'alternativa  una sola: Halifax, che non c' verso di convincere.
Qui sono tutti atterriti da quello che ci si prospetta.107
Per Churchill il peso di queste opinioni dev'essere stato una sofferenza. Non c'erano riserve di autostima che potessero impedirgli di accusare in profondit le perplessit degli altri. Sarebbe riuscito a evitare gli errori del passato, le perdite di vite umane che la gente gli imputava, e a conquistare la gloria che gli era sfuggita? Al netto delle sue spavalderie, era un uomo avanti negli anni, con alle spalle una carriera ormai quasi compiuta, e ora si trovava davanti l'ultima occasione di riuscire l dove in precedenza aveva fallito.
In quegli istanti, mentre tornava alla Admiralty House da Downing Street, la necessit del sostegno e del conforto di Clemmie si faceva sentire come non mai. Ricorda la figlia Mary: "In quei giorni di ansia e di tensione, Clementine si trovava fuori Londra [per un funerale]. Non poter essere con Winston in quel momento la angustiava. E lui, rendendosi conto che gli eventi stavano precipitando, le telefonava, chiedendole di tornare il pi presto possibile"108. Raggiuntolo poco prima che lasciasse l'Ammiragliato per recarsi a palazzo, Clemmie rafforz in lui la convinzione di essere il solo a potersi assumere la carica di primo ministro.
Poco prima delle sei di sera del 10 maggio, mentre percorreva in auto il Mall, Churchill not che "il pubblico non aveva avuto il tempo di afferrare compiutamente ci che stava accadendo all'estero e in patria, e dinanzi ai cancelli del Palazzo non c'era nessuno".109 Ma la crescente esaltazione per essere stato chiamato a ricoprire la carica tanto a lungo desiderata gli infuse di fronte al re una vena di sfrontatezza. Ricorder poi:
Il Re mi ricevette con grande benignit e mi invit a sedere. Mi fiss per qualche minuto con aria insieme inquisitrice e ironica e poi disse: "Suppongo non sappiate per quale motivo vi ho fatto chiamare?". Adottando lo stesso tono, risposi: "Sire, non mi riesce proprio davvero di immaginarlo". Il Re rise e disse: "Voglio chiedervi di formare il nuovo Governo". Risposi che avrei ubbidito.110
Era un inizio sorprendentemente buono, viste le opinioni che il re aveva espresso nel precedente incontro con Chamberlain. Churchill, annot il sovrano nel diario, era "infervorato e deciso ad assumere l'incarico di primo ministro".111 Di fervore aveva certo bisogno, data l'immane impresa che gli stava dinanzi: sapeva di non poter fallire.
Quando scese per la prima volta dall'auto nelle vesti di primo ministro britannico, si volt verso il poliziotto che gli faceva da guardia del corpo, l'ispettore investigativo W.H. Thomson, e disse: "Dio solo sa quanto sar difficile. Spero che non sia troppo tardi. Mi mette i brividi. Possiamo solo cercare di fare del nostro meglio".112 Aveva le lacrime agli occhi. Mormor ancora qualcosa fra s. Poi serr le labbra e con piglio risoluto, ogni emozione sotto controllo, attacc la scalinata, accingendosi a pianificare il suo Gabinetto di guerra.
Winston Churchill aveva davvero la politica nel sangue. Anche dopo tutto ci che era accaduto negli ultimi tre giorni, sapeva che senza l'appoggio dei Tories il suo mandato di primo ministro sarebbe durato ben poco. La sua posizione era fragile. Alla Camera si erano visti diversi esponenti del Partito conservatore levarsi in piedi e chiedere a gran voce la testa di Chamberlain, ma ci non significava che il nuovo scenario li avrebbe placati. Pareva che il sottosegretario agli Affari esteri, R.A. "Rab" Butler, avesse detto: "L'improvviso colpo di mano di Winston e dei suoi scherani  un vero disastro, per di pi non necessario. I capi [dei conservatori] hanno ceduto senza resistenze a un mezzosangue americano".113
Churchill aveva forse in mente queste parole quando, sedutosi alla scrivania della Admiralty House, scrisse a Chamberlain la lettera seguente:

Caro Neville,

il mio primo atto, rientrando da palazzo,  quello di scriverti per dirti quanto ti sono grato della tua promessa di stare al mio fianco e aiutare il paese in un momento tanto difficile e spaventoso. Non mi faccio illusioni su quanto ci attende, n sul lungo, periglioso passaggio che ci toccher attraversare per molti mesi. Con il tuo aiuto e il tuo consiglio e con il sostegno del grande partito di cui sei leader, non dispero di farcela. Il tuo esempio di nobile abnegazione e spirito di servizio guider l'azione di molti e sar di ispirazione per tutti.
Il fatto di essermi vieppi guadagnato la tua amicizia e la tua fiducia, in questi otto mesi di lavoro comune, mi rende orgoglioso. Sono in larga misura nelle tue mani: e ci non m'inquieta. Per il resto confido nella nostra causa, che, ne sono certo, nessuno accetter di vedere frustrata.
Ti scriver ancora stanotte, dopo aver visto i leader dei laburisti. Sono molto contento che parlerai via radio al nostro popolo in ansia.
Credimi,
cordialmente tuo
Winston S. Churchill114

Strana lettera da scrivere a un uomo che aveva fatto di tutto per impedirgli di diventare primo ministro. Pu essere interpretata in una infinit di modi: come una lettera sincera, strategica, ossequiosa, pragmatica, indulgente... Ma quali fossero le intenzioni di Churchill, si trattava comunque della mossa pi intelligente da compiere in quel momento: un'apertura che Chamberlain non avrebbe potuto criticare, anche qualora l'avesse trovata irritante. Lord Halifax ricevette una lettera analoga, e con impatto anche maggiore, visto il fatidico commento di Churchill: " per me un enorme piacere sapere che combatteremo questa battaglia insieme, fino alla fine. Sono certo che la tua guida al ministero degli Esteri sia un elemento fondamentale per la nostra efficienza bellica. Ti sono infinitamente grato per avere accettato di continuare a svolgere questo importante incarico, di cui sei al tempo stesso servo e padrone".115 Di l a qualche settimana queste parole riaffioreranno, per tormentare Churchill quando tra i due divamper l'inconciliabile scontro sulla questione pi importante della loro vita: la pace con Hitler. Per il momento Churchill sapeva che nel suo governo c'era bisogno sia di Chamberlain che di Halifax: doveva tenersi vicini gli amici e ancora pi stretti gli avversari. Se anche solo uno di loro si fosse dimesso, si sarebbe senza dubbio scatenato un ammutinamento generale, che avrebbe stroncato la sua premiership ai primi vagiti. Chamberlain doveva guidare la Camera dei Comuni come lord presidente del Consiglio, mentre Halifax doveva rimanere al suo posto di ministro degli Esteri. A completare la squadra furono chiamati i laburisti Clement Attlee, nel ruolo di lord del Sigillo privato, e Arthur Greenwood, in quello di ministro senza portafoglio; con loro Churchill sperava di controbilanciare la prevedibile resistenza di Chamberlain e Halifax. In L'addensarsi della tempesta Churchill ricorda: "Avevo avuto modo di conoscere Attlee e Greenwood durante un lungo periodo alla Camera dei Comuni. Nel corso degli undici anni precedenti la guerra, nella mia posizione pi o meno indipendente, mi era accaduto pi spesso di trovarmi in contrasto con i governi nazionali e conservatori, che l'opposizione liberale o laburista".116
Si pu, insomma, dire che in quella fase la sua mente fosse concentrata soprattutto sull'opposizione e sulla direzione da cui sarebbe venuta. Come ci insegna la sua prova di primo lord dell'Ammiragliato, Churchill non fu mai capace di limitarsi a svolgere l'incarico ricevuto, con grande rabbia di chi gli stava intorno. Decise quindi di trovare fin da subito il modo per invadere le sfere di competenza altrui, istituendo - e assegnandola a se stesso - la carica di "ministro della Difesa, senza per altro cercar di definire il campo d'azione di questo dicastero, o la portata della sua influenza".117 La mossa gli assicur mano libera nella gestione delle operazioni belliche, oltre che in quella del paese. Con il medesimo intento, quella notte decret tre ulteriori nomine chiave: il suo pi stretto alleato, Anthony Eden, fu nominato ministro della Guerra, il deputato laburista Albert Victor Alexander divenne primo lord dell'Ammiragliato, e il leader del Partito liberale, sir Archibald Sinclair, ministro dell'Aeronautica.
Completato l'esecutivo, Churchill poteva prendersi un momento di pausa e leggere le pile di lettere e telegrammi di congratulazioni per la sua nomina a premier. Alle nove, tuttavia, la sua attenzione si concentr sulla radio, dove Chamberlain pronunci il suo ultimo discorso alla nazione:
Oggi, di primo mattino, senza avvertimenti e senza giustificazione, Hitler ha aggiunto un altro crimine agli orribili delitti di cui gi si  macchiato il suo nome, e ha improvvisamente attaccato l'Olanda, il Belgio e il Lussemburgo. In tutta la storia nessuno si  reso quanto lui responsabile di tanta, spaventosa, sofferenza umana. Ha scelto un momento in cui forse gli  sembrato che il nostro paese fosse arenato nelle secche di una crisi politica, diviso e combattuto al proprio interno. Se egli ha pensato di trarre vantaggio dai nostri dissidi interni, ha malcompreso lo spirito del nostro popolo ...
Questo  il mio ultimo messaggio dal 10 di Downing Street, e ci sono una o due cose che desidero farvi sapere. Durante il periodo in cui sono stato primo ministro, quasi tre anni esatti, ho portato un grave fardello di inquietudine e responsabilit. Finch ho creduto che vi fosse qualche possibilit di preservare la pace in modo onorevole, mi sono impegnato per farlo. Quando l'ultima speranza  svanita e non c'era pi verso di evitare la guerra, ho profuso analogo impegno per condurla con tutte le mie forze. Ricorderete come l'anno scorso, nel mio messaggio radiofonico del 3 settembre, vi avessi detto che ci saremmo trovati ad affrontare un nemico malvagio. Le mie parole si sono rivelate insufficienti per definire l'abiezione di coloro che ora hanno puntato tutto sul grande scontro appena iniziato. Pu essere forse di qualche conforto sapere che questo scontro, che sia questione di giorni o di settimane, ha messo fine al periodo dell'attesa e dell'incertezza.  infatti giunta l'ora della prova, la stessa prova che i pacifici popoli d'Olanda, Belgio e Francia si trovano gi ad affrontare. Ora voi ed io dobbiamo serrare i ranghi dietro il nostro nuovo leader e combattere con coraggio incrollabile, forti e compatti, finch la bestia selvaggia uscita dalla sua tana per avventarsi contro di noi non sar disarmata e sconfitta.118
Era un nobile discorso d'incitamento, e fu apprezzato anche dai critici di Chamberlain. Dopo la trasmissione, durata poco pi di cinque minuti, Churchill si rimise al lavoro, per altre sei ore. Tornando a quella storica giornata, scriver in L'addensarsi della tempesta:
Durante questi ultimi affannosi giorni di crisi politica, il mio polso non aveva mai accelerato i suoi battiti. Avevo preso tutto come veniva. Ma non posso nascondere al lettore di questo leale racconto che quella notte, alle 3, nel coricarmi fui pervaso da un senso di profondo sollievo. Finalmente avevo l'autorit di dirigere l'intera scena. Mi pareva di procedere di pari passo con il destino, come se tutta la mia vita precedente fosse stata soltanto una preparazione a quest'ora e a questo cimento. Undici anni di isolamento politico mi avevano posto al disopra delle consuete rivalit di partito. Gli ammonimenti che non avevo mai cessato di formulare durante gli ultimi sei anni erano cos numerosi e particolareggiati e ora cos terribilmente confermati, che nessuno poteva ardire di attaccarmi in proposito. Era impossibile rimproverarmi, sia di aver voluto la guerra, sia di aver mancato di provvedere a una sufficiente preparazione bellica del paese. Ero convinto di conoscere a fondo la situazione, ed ero certo che non mi sarei rivelato inferiore al mio compito. Perci, sebbene fossi animato da una certa impazienza di giungere al mattino, dormii profondamente e non sentii la necessit di sogni apportatori di conforto. La realt  migliore di qualsiasi sogno.119
Intanto in citt, nella sua lussuosa suite all'hotel Dorchester, Edward Wood, alias lord Halifax, stava riflettendo sul proprio futuro. Nei giorni precedenti si era lasciato sfuggire l'occasione di concentrare nelle sue mani un immenso potere - le sue ambizioni di diventare primo ministro dovevano attendere -, ma non aveva rinunciato al principio ispiratore dell'intera sua esistenza: ogni problema ha una soluzione razionale e l'ultima risorsa da versare  il sangue. Doveva essere piuttosto inquieto al pensiero che l'uomo cui aveva permesso di insediarsi in sua vece al potere incarnava pressoch in ogni senso l'antitesi della sua idea di leadership.


IV
HALIFAX, LA VOLPE SACRA

Quando Halifax rifiut la carica di primo ministro, il 10 maggio 1940, sir Henry "Chips" Channon, un sagace amico americano che si era infiltrato nell'alta societ inglese, appunt nel suo diario: "Non capisco la ragione, dal momento che non  mai esistito uomo pi ambizioso, n dotato, se vogliamo, di un pi alto senso del dovere e del noblesse oblige".120
Chi era dunque quest'uomo che tutti volevano come leader ma che, nel momento cruciale, rifugg da una cos grande responsabilit?
Con i suoi quasi due metri di altezza, il colorito smorto e gli occhi infossati, Halifax aveva un aspetto imponente e piuttosto cadaverico. Oltretutto, un difetto genetico lo aveva privato della mano sinistra, lasciandolo con il braccio avvizzito, che egli nascondeva con una protesi serrata a pugno avvolta in un guanto di pelle nera. Nonostante la disabilit, era un rinomato cavallerizzo e un fanatico della caccia alla volpe, in pratica la quintessenza dell'aristocratico inglese. Nato il 16 aprile 1881, Edward Frederick Lindley Wood era il quarto figlio di Charles Wood, secondo visconte Halifax. La sua infanzia, trascorsa nello Yorkshire, fu sconvolta dalla tragica morte dei tre fratelli maggiori, avvenuta quando non aveva ancora dieci anni, che lo rese legittimo erede del titolo.
I Wood erano alti anglicani profondamente devoti. Halifax segu il percorso di studi tradizionale, Eton e poi Oxford, e dopo la laurea, nel 1909, decise di entrare in politica. Erede di svariate grandi propriet a Londra e di due vaste tenute nello Yorkshire, era un soggetto perfetto per il Partito conservatore. Lo stesso anno spos lady Dorothy Onslow, descritta come "donna esemplare"121 e celebre per il suo fascino, nonch per l'affabilit, la sensibilit e la gentilezza. La coppia mise su famiglia e, nel 1910, Halifax conquist il seggio di Ripon, nello Yorkshire settentrionale.
Allo scoppio della prima guerra mondiale entr nel reggimento dei dragoni dello Yorkshire e prest servizio attivo come ufficiale nelle Fiandre. L'inferno delle Fiandre, la sanguinosa perdita di tanti amici, la fitta coltre di morte lo avrebbero perseguitato per tutta la vita, influenzando la sua politica.
Dopo la fine della guerra, fu tra i duecentodue parlamentari conservatori che firmarono un telegramma indirizzato al primo ministro, David Lloyd George, impegnato nella conferenza di pace di Parigi, esortandolo a non tentennare sulle severe indennit di guerra imposte alla Germania.
Nell'aprile del 1921 Halifax ebbe il suo primo scontro politico con Winston Churchill, allora ministro delle Colonie. All'epoca Churchill era membro del Partito liberale nella coalizione di governo e non gli andava a genio la candidatura di Halifax a sottosegretario per le Colonie, tanto che per due settimane si rifiut addirittura di incontrarlo. Quel trattamento mand su tutte le furie il sempre compassato Halifax, che a un certo punto piomb nell'ufficio di Churchill e gli disse: "Non desidero affatto essere il vostro sottosegretario, n assumere qualsiasi altra carica. Sono pronto a dimettermi e ad andarmene domani, ma, finch sar qui, pretendo di essere trattato come un gentiluomo".122 Molti lo definivano "riservato, serio, religioso, astuto: caratteristiche che si ritrovavano nell'appellativo ideato per lui da Churchill, "Holy Fox" (la Volpe Sacra)".123 Malgrado un inizio piuttosto travagliato, i due riuscirono ad appianare - temporaneamente - le loro divergenze, e Halifax assunse il suo primo ruolo ministeriale, anche se poco rilevante.
Dovette attendere il 1926 per ottenne la prima carica capace di garantirgli una posizione di rispetto fra i suoi colleghi: fu nominato vicer dell'India. In tal modo, segu le orme del nonno, il primo visconte di Halifax, ministro per l'India dal 1859 al 1866, e curiosamente anche quelle di lord Randolph Churchill, il padre di Winston. Assunse la carica nel 1926 e, contemporaneamente, anche il titolo di barone Irwin, guadagnandosi cos l'ammissione alla Camera dei Lord. A quel punto rinunci al seggio da deputato.
L'India fu un'esperienza decisiva per Halifax. Nei cinque anni trascorsi laggi si dichiar favorevole all'autonomia del paese, allora sotto il governo esclusivo della Gran Bretagna, perorando la concessione del pieno status di dominio di cui godevano Australia e Nuova Zelanda. Se le sue idee gli conquistarono le simpatie del leader pacifista indiano, Mahatma Gandhi, lo posero in netto contrasto con quasi tutti i grossi calibri del suo partito. Tra loro vi era anche Winston Churchill, ormai convinto che per Halifax l'India venisse prima della lealt verso i conservatori. Ma quando le trattative con i leader politici indiani si interruppero ed esplosero nuovi, violenti scontri, la scelta di promuovere la causa dell'autonomia gli si ritorse clamorosamente contro.
Con l'imperversare della disobbedienza civile, i conservatori giudicarono decisamente troppo debole l'approccio di Halifax nei confronti dell'India. Churchill raccomand al leader del partito, Stanley Baldwin, di non lasciarsi "influenzare [nel suo] giudizio"124 dall'amicizia personale con Halifax. Ma quest'ultimo, imperterrito, forz la mano e il 31 marzo 1931, nel suo ultimo atto da vicer, firm il patto Gandhi-Irwin. Il patto pose fine alle sommosse, autorizz il rilascio di molti contestatori arrestati e apr la strada alla prima tavola rotonda per la riforma costituzionale indiana, che si sarebbe tenuta a Londra quello stesso anno. In tal modo, per, Halifax si attir le antipatie delle fazioni imperialiste in Gran Bretagna e in particolare quelle di Churchill, che stronc duramente il "catalogo di errori e disastri"125 commessi dal collega in veste di vicer dell'India. Tale contrasto di opinioni spinse un Churchill infuriato ad abbandonare il Partito conservatore e diede inizio ai suoi anni di isolamento politico.
Dopo il rientro in Inghilterra, nel 1931, Halifax torn alla vecchia vita in campagna. I suoi interessi principali erano la caccia alla volpe, la chiesa e la politica. Nel dicembre di quell'anno pronunci il discorso di insediamento alla Camera dei Lord. Pare che avesse tenuto "un atteggiamento da decano del governo, anche se, a rigor di termini, non lo era".126
Con la morte di suo padre, nel 1934, lord Irwin divenne visconte di Halifax, un avanzamento personale al quale, un anno dopo, se ne aggiunse uno professionale: fu nominato ministro della Guerra sotto il governo del suo vecchio amico Stanley Baldwin, che aveva assunto nuovamente la carica di primo ministro dopo le dimissioni di Ramsay MacDonald per problemi di salute. Cinque mesi pi tardi, con la vittoria dei Tories alle elezioni di novembre del 1935, Halifax fece un altro passo avanti e fu nominato lord del Sigillo privato e leader della Camera dei Lord.
All'epoca Herr Hitler era gi cancelliere da due anni. Che opinione aveva Halifax del Fhrer?
Per tutto questo tempo, Anthony Eden, il nuovo ministro degli Esteri britannico, si era speso in ammonimenti sulle possibili implicazioni del riarmo tedesco. Halifax, che nel 1918 si era detto favorevole alle aspre sanzioni inflitte al paese, dopo il periodo indiano espresse una certa solidariet nei confronti della Germania per il trattamento imposto dai trattati di Versailles e Locarno. Nel 1936, mentre la Gran Bretagna era tutta presa dalla crisi dell'abdicazione di re Edoardo VIII, i carri armati di Hitler entrarono nella zona smilitarizzata della Renania in flagrante violazione dei suddetti trattati.
Inizialmente Eden, a dispetto dei suoi timori nei confronti di Hitler, condivideva l'opinione di Halifax secondo cui l'occupazione della Renania si sarebbe potuta risolvere con trattative e negoziati. Ma quando i due parteciparono a un incontro a Parigi insieme ad altri governi aderenti al trattato di Locarno, il 10 marzo 1936, scoprirono con sorpresa, come rifer Eden, che la loro "politica di condanna della condotta tedesca, con successivo sviluppo di una linea costruttiva per ristabilire l'accordo europeo, non aveva possibilit di essere accolta".127 Fu a quel punto che nella mente di Halifax inizi a consolidarsi la dottrina di un "Accordo europeo", un'idea che lo avrebbe accompagnato attraverso tutti i fallimenti dell'appeasement e oltre l'inizio del conflitto, per poi erompere clamorosamente durante le riunioni del Gabinetto di guerra nel maggio del 1940.
Il governo inglese ignor i segnali ammonitori del riarmo tedesco e prosegu con la sua politica dei negoziati, accettando l'occupazione della Renania come un fatto compiuto per il quale non valeva la pena scatenare una guerra. Quando Hitler comprese che non avrebbe incontrato resistenza nonostante la violazione del trattato di Locarno, cominci a dedicarsi seriamente ai piani di riconquista degli ex territori tedeschi, persi dopo la prima guerra mondiale.
Agli occhi della Gran Bretagna, la peggior minaccia in assoluto era l'Unione Sovietica. Inoltre, un profondo sentimento filotedesco permeava ampie fasce dell'aristocrazia inglese, incluso il nuovo duca di Windsor, l'ex re Edoardo VIII, che incontr Hitler nemmeno un anno dopo l'abdicazione. La riconquista dei territori di lingua tedesca da parte della Germania non era dunque fra i principali punti all'ordine del giorno in Gran Bretagna, e quando Hitler, per sopire i timori del paese, propose un patto di non aggressione, furono in molti a credere nell'onest delle sue intenzioni. Durante una riunione di Gabinetto del gennaio 1937 Halifax dichiar di voler "incrementare i contatti con la Germania" e di non ritenere "del tutto ingiustificata l'animosit dei tedeschi, visto il favore espresso [dalla Gran Bretagna] nei confronti della Francia e l'atteggiamento critico verso la Germania".128
Stanley Baldwin si dimise nel maggio del 1937 e il suo successore, Neville Chamberlain, da molto tempo in attesa dietro le quinte, inizi a perseguire attivamente una chiara politica di appeasement nel tentativo di sventare un'altra guerra mondiale. Halifax, che aveva instaurato un buon rapporto con Chamberlain, fu subito nominato lord presidente del Consiglio e presto si rivel un suo beniamino.
Nel novembre del 1937 Halifax fu invitato a una battuta di caccia in Germania con il fondatore della Gestapo, Hermann Gring, ma quando il sensazionale invito arriv a comprendere anche un incontro con Hitler, il lord presidente del Consiglio si trov nel bel mezzo di due politiche opposte: quella del premier e quella del ministro degli Esteri. Il fatto che Chamberlain considerasse l'incontro un informale atto di cortesia da inserire in coda al viaggio di Halifax allert il ministero degli Esteri: il timore era che un sostenitore dell'appeasement fosse stato segretamente autorizzato dal primo ministro a partecipare a una riunione in cui discutere svariate questioni di politica estera. A dispetto delle obiezioni sollevate da Eden, Halifax ottenne il permesso di partecipare all'incontro, tuttavia gli fu raccomandato di "limitarsi a qualche ammonimento su Austria e Cecoslovacchia",129 i due paesi che erano chiaramente nelle mire di Hitler. Ma, da un appunto inviatogli da Halifax al suo ritorno, Eden apprese con orrore che, di fatto, all'incontro si era parlato delle "modifiche dell'assetto europeo che avrebbero potuto verificarsi con il tempo. In discussione c'erano la Danzica, l'Austria e la Cecoslovacchia".130
L'incontro con Hitler aveva avuto un inizio farsesco. Dopo aver scambiato il Fhrer per un maggiordomo e avergli quasi affidato la propria giacca, Halifax ne fu conquistato "sia a livello personale che politico". Tornato in Inghilterra, scrisse al suo mentore, Stanley Baldwin: "Nazionalismo e razzismo sono una forza straordinaria, ma non la ritengo n innaturale n immorale! ... Io stesso non dubito che queste persone siano sinceramente avverse al comunismo, ecc.! E suppongo che, al loro posto, la penseremmo allo stesso modo!".131
Parole sconcertanti, essendo riferite all'uomo che, dopo la sua elezione nel 1933, si era affrettato a implementare il boicottaggio nazionale delle imprese di propriet degli ebrei, aveva revocato la cittadinanza agli ebrei tedeschi naturalizzati e dichiarato illegali i matrimoni interraziali. Ma la lettera indirizzata a Baldwin non era nulla in confronto all'esibizione di servilismo di cui Halifax aveva dato prova al cospetto di Hitler. A parte un unico, vago accenno di disapprovazione, quando aveva dichiarato che "molti aspetti del sistema nazista erano contrari allo spirito britannico (l'atteggiamento verso la Chiesa; forse in misura minore, quello verso gli ebrei; l'atteggiamento verso i sindacati)", nelle tre ore di incontro ci fu spazio soltanto per gli elogi nei confronti di Hitler: Halifax si era complimentato con il Fhrer per aver "reso grandi servigi alla Germania" e aveva spiegato che, "se in Inghilterra l'opinione pubblica si era dimostrata critica ... in parte dipendeva dal fatto che il popolo inglese non era del tutto consapevole"132 degli straordinari cambiamenti da lui effettuati.
Ovviamente Halifax voleva evitare qualunque argomento che potesse generare un conflitto, ma la sua insistenza su questioni diplomatiche che il ministro degli Esteri gli aveva proibito di sollevare, oltre alla profusione di lodi verso lo stesso Hitler, svelano un uomo non solo terribilmente impreparato a livello politico, ma anche paurosamente avulso dalla realt della situazione. Sul suo diario scrisse che Hitler gli era "parso molto sincero e convinto delle proprie affermazioni".133 Gring, poi, lo ammali ancora di pi: "La sua personalit, cos contegnosa, come uno scolaro, era francamente affascinante ... una personalit composita, divo del cinema, grande possidente interessato alla propriet terriera, primo ministro, dirigente di partito, capo guardiacaccia a Chatsworth".134 Lo status di "grande possidente" fece breccia nell'anima bucolica di Halifax e qualunque altro giudizio non pot che rimanere invischiato nella quantit di miele teutonico che quel giorno gli era stato riversato nelle orecchie.
Quando torn a Londra, ormai era troppo tardi: i tedeschi avevano messo in atto una brillante manovra di pubbliche relazioni e lui ci era cascato in pieno. Rifer al governo che la guerra era "inconcepibile" e che "nell'immediato i tedeschi non avevano in programma una politica avventurosa. Erano troppo impegnati a ricostituire il loro paese".135 Nella parte finale del suo resoconto, Halifax introdusse un concetto che sarebbe riemerso durante le pi animate riunioni del Gabinetto di guerra tra il 25 e il 28 maggio 1940: lo scambio di territori coloniali nel contesto di un accordo generale europeo. Ma molto prima di quelle riunioni, fu un'idea fondante della politica dell'appeasement che Halifax e Chamberlain avrebbero perseguito attivamente.
Nel gennaio del 1938 Chamberlain annunci ufficialmente l'avvio della sua politica di appeasement coloniale e il governo inizi a definire i territori che l'Europa avrebbe potuto assemblare e cedere alla Germania. Tale approccio fu schernito apertamente sia dai politici sia dalla stampa, un'ondata di critiche che suscit addirittura le proteste dello stesso Hitler. Per rabbonirlo, Halifax arriv a impedire la messa in onda di numerosi programmi radiofonici della BBC, in cui importanti voci contrarie all'appeasement illustravano le ragioni della loro opposizione alla questione coloniale.
Nel febbraio del 1938 Eden si dimise, in contrasto con le politiche dell'appeasement che favorivano i piani di Hitler in Austria e quelli di Mussolini nel Mediterraneo, e Chamberlain offr la carica ad Halifax.
Dopo due sole settimane, l'11 marzo 1938, Hitler annesse l'Austria con una veloce operazione che chiam Anschluss. Halifax, consapevole di ci che stava per accadere, fece ben poco per intervenire e ormai le truppe avevano marciato su Vienna. In seguito, l'ambasciatore tedesco in Gran Bretagna, Joachim von Ribbentrop, attribu ad Halifax nientemeno che la totale responsabilit dell'Anschluss. Nelle memorie scritte in cella durante il processo di Norimberga, l'ex ministro degli Esteri del Reich menzion un commento rilasciato da Halifax nel 1937 che, a suo parere, di fatto diede a Hitler il via libera all'invasione: "Il popolo britannico non acconsentirebbe mai a entrare in guerra perch due paesi tedeschi hanno voluto fondersi".136
Dopo l'Anschluss tutta l'attenzione si spost verso i Sudeti e la Cecoslovacchia. Come avrebbe reagito Halifax alle mire di Hitler verso questi due paesi di lingua tedesca?
In quel periodo Halifax era considerato "un uomo dal giudizio incerto e dalle opinioni vacillanti"137 che, come afferma Martin Gilbert, insieme a Chamberlain e a una cricca di blasonati sostenitori dell'appeasement - sir John Simon, sir Samuel Hoare, sir Kingsley Wood, sir Thomas Inskip, sir Reginald Dorman-Smith e il conte Stanhope - credeva "nella possibilit di salvaguardare i rapporti anglo-tedeschi dalla tempesta scatenata dal riarmo, dall'Anschluss e dall'antisemitismo che aveva travolto le relazioni internazionali".138 Tutti loro conclusero che, qualora la Germania avesse usato la forza per annettere un territorio popolato da una maggioranza di etnia tedesca, sarebbe stato impossibile garantire una reazione militare.
Nell'estate del 1938 giunse voce che le truppe tedesche si stavano radunando sul confine cecoslovacco. Quando Hitler respinse le soluzioni proposte da Gran Bretagna e Francia, fu convocata una conferenza a Monaco per settembre. A quel punto Halifax, pur conservando la propria fiducia nella ragionevolezza di Hitler, volle mettersi al riparo e avvi rapidamente una politica di riarmo in Gran Bretagna. Ma ormai era troppo tardi.
Nella biografia The Holy Fox (La volpe sacra), Andrew Roberts afferma:
[Halifax] commise il disastroso errore di voler attuare una politica di gestione dei problemi europei basandosi sulle esperienze acquisite durante le trattative con il congresso [indiano]. Non tenne conto del fatto che Hitler non credeva nei negoziati e nemmeno nella non violenza. Tutte le opinioni che si era fatto in India - che il novanta per cento del problema era psicologico ... che i negoziati diretti erano efficaci; che era necessario sopportare umiliazioni a breve termine in vista di un accordo generale; e che l'ineluttabilit storica era contro di lui - potevano funzionare nel contesto indiano. Ma quando Halifax volle applicare gli stessi criteri nei rapporti con la Germania nazista, ogni presupposto si rivel catastrofico.139
Il 30 settembre, quando Chamberlain torn da Monaco sventolando il suo foglietto e proclamando "Pace per il nostro tempo!", Halifax si un alle molte voci che festeggiavano l'apparente vittoria. Ma le celebrazioni non tenevano conto del fatto che, come parte dell'accordo, Hitler avrebbe ottenuto, se non la Cecoslovacchia (non ancora), il territorio dei Sudeti.
E cos fu. Il 1 ottobre 1938 la Germania occup i Sudeti senza sparare un solo colpo.
Con la sua perenne titubanza sulla posizione da adottare nei confronti di Hitler, Halifax dimostr di non essere all'altezza del proprio ruolo in politica estera. Il 12 ottobre 1938, in occasione di un incontro con l'ambasciatore americano Joseph Kennedy, Halifax sment la sua stessa linea politica: non erano trascorse nemmeno due settimane dalle celebrazioni del successo di Monaco. A Washington l'ambasciatore rifer:
Questo pomeriggio ho trascorso un'ora e mezzo con Halifax a bere t davanti al camino, mentre lui mi illustrava quella che potrebbe essere la futura politica del governo di Sua Maest. Innanzitutto, Halifax non crede che Hitler voglia entrare in guerra con la Gran Bretagna, n che per la Gran Bretagna abbia senso entrare in guerra con Hitler, a meno di un'interferenza diretta nei domini inglesi. A suo parere, il futuro dell'Inghilterra consiste nel potenziamento aereo, e "tra l'altro, lo stesso dovrebbe valere per la Francia", per non essere mai preda di un'incursione dal cielo. Quindi, lasciare che Hitler continui a fare i propri comodi in Europa centrale ... [e nel frattempo] promuovere i rapporti con i domini e mantenere un legame amichevole con gli Stati Uniti. Quanto al resto, che Hitler faccia ci che vuole per se stesso.140
Dopo gli avvenimenti della Kristallnacht, la Notte dei cristalli, tra il 9 e il 10 novembre, quando in tutta la Germania dilagarono ondate di violenza antisemita, Halifax fu costretto a rivedere immediatamente le proprie convinzioni. Riun d'urgenza la Commissione politica estera e dichiar che "i fatti occorsi in Germania negli ultimi giorni, risultanti dalla catena di eventi successivi a Monaco, avevano complicato di molto la situazione".141 Proprio come aveva anticipato a Joseph Kennedy, sollecit un incremento immediato della produzione aerea e propose l'istituzione della leva obbligatoria, incontrando per il rifiuto di Chamberlain e del cancelliere dello Scacchiere, John Simon.
Durante la riunione di Gabinetto del 15 dicembre 1938, Halifax manifest la piena opposizione alla Germania: "il fine ultimo che desiderava vedere portato a compimento", dichiar, era "la distruzione del nazismo. [Fino ad allora] non poteva esistere la certezza della pace".142
All'alba del nuovo anno, il 1939, si fece strada l'ipotesi di Halifax nel ruolo di primo ministro. Chamberlain, ormai vecchio e stanco, continuava a inanellare errori imbarazzanti. Halifax inorrid quando, senza prima consultare il suo ministro degli Esteri, il premier indisse una conferenza stampa in cui dichiar che "negli ultimi tempi"143 la situazione con la Germania era migliorata e che le due nazioni stavano trattando il disarmo. La figuraccia si ripet dopo meno di una settimana, quando le truppe tedesche entrarono a Praga. A quel punto, Halifax fece pressioni perch la Gran Bretagna garantisse la sicurezza della Polonia in caso di tentata invasione da parte di Hitler. Fu una mossa piuttosto azzardata, ma contribu a rafforzare la sua immagine nelle vesti di potenziale primo ministro. L'invasione tedesca della Polonia, il 1 settembre 1939, appesant nettamente la posizione di Halifax al momento di ripartire le responsabilit per l'entrata in guerra della Gran Bretagna. Egli, tuttavia, difese le proprie decisioni facendo forza sul costante impegno a favore della pace messo in atto negli anni passati.
Per tutta la durata della loro carriera, fino alla crisi di Gabinetto del maggio 1940, Halifax e Churchill furono come l'acqua e l'olio, sul piano tanto politico quanto personale. Convinzioni, ideologie e princpi morali ben radicati erano duri a morire in questi due uomini cos inflessibili. Non si perdonarono mai vicendevolmente per il contrasto sull'autonomia indiana e sull'appeasement. Ad accomunarli, invece, era l'assoluta convinzione di conoscere meglio di chiunque altro ci che era giusto per la Gran Bretagna, di avere il primato del patriottismo e di essere stati insigniti dalla storia a difensori del loro paese nel momento pi atroce: praticamente una sacra investitura.
In seguito, facendo riferimento all'Inghilterra durante la seconda guerra mondiale, Halifax scrisse:
Sulla via di casa ci sedemmo al sole per mezz'ora, in un punto affacciato sulla piana di York. Tutto il paesaggio in primo piano era familiare, le vedute, i rumori, gli odori; era difficile che un campo non rievocasse qualche ricordo remoto; il villaggio dai tetti rossi e i vicini casali si radunavano come per farsi compagnia intorno alla vecchia chiesa di roccia grigia, dove un tempo uomini e donne come noi, ormai morti e sepolti, si inginocchiavano in adorazione e in preghiera. L nello Yorkshire c'era un vero frammento dell'Inghilterra immortale, come le bianche scogliere di Dover o qualunque altra parte della nostra terra che gli inglesi hanno amato. A quel punto sorse la domanda: come potevano gli scarponi prussiani irrompere in quella campagna, calpestarla e marciare su di essa a piacimento? Il solo pensiero sembrava un insulto e un oltraggio; proprio come essere condannati ad assistere allo stupro di una madre, di una moglie o di una figlia.144
Sono parole molto potenti e viscerali per un uomo tendenzialmente freddo e impassibile, tanto che potrebbero essere uscite dalla penna di Churchill. Entrambi amavano la Gran Bretagna con un fervore profondo e devoto, ma le loro differenze rimanevano: Winston era convinto che i conflitti andassero affrontati di petto con una dimostrazione di forza; Halifax pensava che lasciando in pace tutti quanti - India, Germania, Italia -, nessuno avrebbe avuto motivo di disturbare la Gran Bretagna o l'ideale della civilt con le proprie ambizioni. Quando Roberts definisce whiggish la mentalit di Halifax intende che per lui "esisteva una soluzione razionale per ogni problema e che l'essenziale era trovare un modus vivendi soddisfacente per tutte le parti in causa ... Presupposto indispensabile per una tale visione del mondo era [l'esistenza] di partiti nazionali sinceramente desiderosi di giungere a una soluzione".145
Questa incrollabile fede nella sostanziale ragionevolezza degli esseri umani avrebbe, da l in poi, determinato le azioni di Halifax, le sue speranze e, infine, la sua eredit.

SABATO 11 MAGGIO 1940
CHURCHILL NOMINA IL SUO GABINETTO DI GUERRA
IL "BLITZKRIEG" TEDESCO SI ABBATTE SU OLANDA E BELGIO
LE TRUPPE TEDESCHE SI AFFACCIANO MINACCIOSAMENTE AL CONFINE FRANCESE


V
IL GRANDE "DITTATORE"

Dopo le emozioni di quella giornata, il nuovo primo ministro non riusc a coricarsi prima delle tre di notte. N si concesse una pausa di respiro prima di gettarsi a capofitto nel nuovo incarico. Appena sveglio, la prima cosa che fece quel sabato fu scrivere nuovamente a Chamberlain, chiedendogli "di venire con Edward [lord Halifax] nella Sala operativa dell'Ammiragliato alle 12.30, per consultare insieme le cartine e discutere altre faccende". Chamberlain rispose che l'avrebbero fatto, aggiungendo: "Finch non avrai sistemato il quadro, noi tre dovremo condividere la responsabilit di condurre la guerra".146
La giornata si present a Churchill come una specie di rompicapo. Finalmente aveva il potere nelle sue mani, ma ora doveva fare i conti con la delicata operazione di tenere in virtuoso equilibrio i due fronti del suo governo nazionale. C'erano, per esempio, i decisivi Clement Attlee e Arthur Greenwood, che non solo si erano rifiutati di entrare in un esecutivo guidato da Chamberlain, ma, alla luce di quella che ritenevano una lunga serie di errori inanellata dall'ex premier, esortavano apertamente Churchill a non ricompensarlo con l'ammissione al Gabinetto di guerra o con qualche importante carica ministeriale. Dopo avere scritto a Chamberlain e Halifax convocandoli per le 12.30, Churchill incontr Attlee e Greenwood per un "lungo colloquio", nel tentativo di trovare un accordo in merito alla decisione se fare accedere o no Chamberlain e Halifax al Gabinetto di guerra e alle alte cariche. Al termine dell'incontro, Attlee e Greenwood furono certi di avere "strapazzato Winston a dovere",147 strappandogli l'impegno a guidare la Camera dei Comuni personalmente, con Chamberlain in veste di suo vice e lord presidente del Consiglio.
Con in tasca questo primo compromesso, Churchill procedette al suo "vertice dei ministri" con Chamberlain e Halifax presso l'Ammiragliato. Erano presenti anche il generale Hastings "Pug" Ismay, stretto consigliere di Churchill e agente di collegamento fra il premier e le forze armate, e il segretario di Gabinetto, sir Edward Bridges, oltre ai capi di stato maggiore: per l'aviazione il maresciallo capo dell'Aeronautica sir Cyril Newall; per la marina il primo lord del Mare, ammiraglio sir Dudley Pound; per l'esercito imperiale il generale sir Edmund Ironside e il suo vice, il generale sir John Dill.
I nove esaminarono vari punti: il trasferimento dell'oro inglese da Amsterdam; la posa di mine in corso a Mannheim; la verifica sull'eventuale intenzione del re di offrire riparo all'ex Kaiser in luogo del suo attuale esilio olandese; l'invio di ulteriori divisioni in Francia; il tentativo di convincere la Svezia a scendere in campo accanto agli Alleati; la possibilit di armare la polizia, in vista di un'invasione della Gran Bretagna; la reclusione di quattro-cinquemila stranieri ostili in campi di internamento nel sudest e nell'est del paese. Concluse le questioni inerenti alla guerra, convennero di aggiornare la riunione alle 22.00.
 interessante osservare come Halifax, parlando di quell'incontro, scriva nel suo diario che Churchill comunic ai ministri: "Gli uomini del Partito laburista stanno sollevando difficolt sull'ipotesi che a guidare la Camera dei Comuni sia Neville".148 E il diario del parlamentare conservatore Chips Channon, nel suo ampio resoconto del giorno, aggiunge:
Verso l'una ho saputo che all'Ammiragliato, dove Winston aveva convocato Neville e Halifax, c' stato un durissimo confronto: pare infatti che i leader laburisti ... abbiano annunciato la propria indisponibilit non soltanto a mettersi sotto la guida di Chamberlain, ma anche a collaborare con lui. Winston si  trovato in difficolt perch ieri sera aveva offerto una carica a Neville, che di fatto l'aveva accettata, e ne aveva fatto menzione nel suo discorso. Adesso potrebbe vedersi costretto a scegliere fra i laburisti e Neville, con il rischio di non riuscire a formare un governo. Dopo avere lottato tutto il giorno, comunque,  riuscito in extremis a ottenere un compromesso, e sono stati annunciati cambi nell'esecutivo.149
Perch di questo "durissimo confronto" nei verbali della riunione non c' traccia? Qui entra in scena il segretario di Gabinetto, sir Edward Bridges, cui era demandata l'accurata verbalizzazione di tutte le questioni rilevanti discusse negli incontri del Gabinetto di guerra durante il conflitto. Come si conveniva al primo funzionario pubblico del paese, Bridges era molto riservato; Ruth Ive, una delle telefoniste di Churchill, ne sottolinea la "costante preoccupazione di evitare fughe di notizie e indiscrezioni dannose per la sicurezza".150 Spesso per la rigidit con cui Bridges procedeva nei riguardi di ogni osservazione potenzialmente sensibile finisce per trasformare in un asciutto resoconto quelle che dovettero invece essere feroci discussioni, e cos, per avere un'idea pi plastica e chiara dei toni effettivamente usati occorre rivolgersi ai diari personali dei protagonisti.
A rendere ancora pi ardua la ricostruzione di quelle riunioni e dei loro duri scambi, al termine della guerra Bridges bruci ogni suo appunto non confluito nei verbali: ed effettivamente, viste le accese diatribe che si sarebbero poi innescate, si doveva trattare di materiale molto infiammabile.
Mentre il pomeriggio di sabato 11 maggio s'inoltrava, gli uomini del Partito conservatore cominciarono a realizzare sul serio che cosa significasse una premiership Churchill, e le speculazioni sui possibili membri del nuovo governo nazionale si intensificarono. Non solo il partito si ritrovava con un leader che ben pochi ritenevano auspicabile o affidabile, ma il necessario ingresso di Attlee e Greenwood nel Gabinetto di guerra avrebbe creato possibili fratture tra i titolari dei vari dicasteri. Il generale Ironside affermava convinto: "Per farcela abbiamo bisogno di tutta la forza che i laburisti sono in grado di darci".151 Halifax, nel suo diario, esprimeva l'opinione opposta: "Attlee e Greenwood andranno al posto di Simon, Sam Hoare e Kingsley Wood. Certo non abbiamo guadagnato in intelligenza".152 Chamberlain scrisse addirittura a Churchill, spiegandogli che "quello che conta  la personalit: forse Greenwood cercher di essere affabile e conciliante, ma non penso che potr fare molto di pi".153 Da poco entrato in carica, Churchill si trovava gi alle prese con resistenze e interferenze provenienti dal suo partito.
Mentre nell'azzurro cielo di maggio erano tornati a stazionare su Londra i palloni da sbarramento, segno sinistro del pericolo che incombeva sulla capitale, lord Halifax, cui il re in persona aveva offerto una possibilit, scese insieme alla moglie nei giardini di Buckingham Palace, per raggiungere il Foreign Office. Lungo la strada "ci siamo imbattuti nel re e nella regina", scrive nel suo diario.
La regina ha avuto parole dure per il comportamento della Camera dei Comuni. Il re mi ha detto di avere sperato che nel caso in cui Neville C. se ne fosse andato avrebbe avuto a che fare con me. Io ho risposto manifestando la dovuta gratitudine, ma anche la speranza che egli comprenda come i miei motivi per essere di diverso avviso siano fondati. In linea generale non li ha contestati, anche se ha mostrato evidente preoccupazione per i metodi gestionali di Winston.154
Preoccupazione per i metodi di Churchill era un eufemismo, e quando ai ministeri cominci ad arrivare la notizia di chi sarebbe stata la persona incaricata dal re, dall'intera Whitehall, la via di Londra in cui ha sede gran parte dei ministeri britannici, si lev un lamento collettivo. La BBC diede l'annuncio alle 21.00, quando il ministro dell'Informazione, sir John Reith, aveva gi scritto nel suo diario: "Gabinetto di guerra convocato per questa notte. Churchill sar ministro della Difesa, oltre che primo ministro. Il cielo ci aiuti. I tre dicasteri delle forze armate andranno a Sinclair, Eden e Alexander. Ed  chiaro che in tal modo Churchill potr pi o meno scavalcarli e interloquire direttamente con i capi di stato maggiore.  terribile".155 Non c' dunque di che stupirsi se il mattino seguente sir John Reith ricevette da Churchill una lettera in cui il primo ministro si scusava per avergli dato il benservito... senza alcun preavviso.
Con la presente lettera apprenderai del cambio di guida in questo dicastero ... Sono certo che mi vorrai scusare per non averti preavvisato del cambiamento cui ho ritenuto necessario procedere.  di estrema importanza per l'interesse nazionale che la nuova amministrazione si insedi nel minore tempo possibile.156
Il secondo "vertice dei ministri", l'11 maggio, all'ultimo momento era stato rinviato alle 22.30 e si protrasse fino a mezzanotte passata, cosa che irrit enormemente Halifax. "Questi orari notturni non mi stanno bene", scriveva nel suo diario.157 Lui e gli altri ministri non sapevano ancora che quello era il modus operandi di Churchill e che anche per le future riunioni sulla guerra si sarebbe andati avanti cos. I vertici di domenica 12 maggio non furono meno seccanti. Commentava Halifax:
L'incontro che Winston ha fissato per le 18.30  proseguito fino alle 22.30: piuttosto indecente ... Devo dirgli che se vuole le riunioni a mezzanotte, le far senza di me. Una lunga discussione, piena di digressioni, che mi ha indisposto verso i sistemi di Winston. A letto all'una di notte. Questi orari non fanno bene a nessuno, meno che mai ai responsabili dello stato maggiore. Sul punto sto cercando di organizzare insieme a Neville una rivolta.158
Era soltanto il secondo giorno, e Halifax stava gi tramando, insieme a Chamberlain, una rivolta contro Churchill.
Forse nell'acqua che bevono i primi ministri c' qualcosa di speciale... Margaret Thatcher sosteneva di dormire solo quattro ore a notte. Churchill aveva, se non altro, la scusa che la Gran Bretagna si trovava in guerra, e dunque in piena emergenza nazionale. Diceva che, in un momento in cui ogni riunione vedeva al centro il pericolo di un'invasione, non aveva nemmeno il tempo di godersi con una passeggiata nei giardini di Buckingham Palace l'insolito tepore di quel maggio. Eppure sembra che anzich essere elogiato per la sua esemplare etica del lavoro, il nuovo primo ministro raccogliesse soltanto rimostranze. Quando lo staff dell'ufficio del premier pass formalmente alle dipendenze di Churchill, il suo capo di gabinetto privato, John Colville, che diverr poi uno dei suoi pi fidati collaboratori, avvert "aleggiare un certo "malessere"" al 10 di Downing Street, "in gran parte dovuto al contrasto fra le rigide abitudini del premier precedente e l'imprevedibilit di Winston. Probabilmente ci faremo il callo, ma la prospettiva di far sempre le ore piccole - le due di notte o anche pi tardi - non  certo allettante".159
Nonostante quegli orari notturni, Churchill si svegliava relativamente presto, anche se spesso dirigeva le operazioni dal proprio letto. Non era tipo da perdersi in cerimonie: se ne stava l, fumando i suoi sigari, che, ricorder il responsabile operativo del War Office, sir John Sinclair, "a quell'ora del mattino [le sette] davano allo stomaco. Quando aveva smesso di muoversi, gli stendevo la mappa sulla pancia spiegandogli come erano disposti gli inglesi sulla linea del Dyle".160 Era una condotta normale per Churchill, come il personale della casa di Chartwell sapeva fin troppo bene.
Per essere sicuro di mantenersi efficiente fino a tarda notte, Churchill osservava religiosamente l'abitudine di farsi un sonnellino pomeridiano di due ore, cui seguiva, alle sette di sera, un bagno caldo (il secondo della giornata): stando a quanto riferisce Sonia Purnell, biografa di Clementine, la vasca "doveva essere riempita per due terzi, con l'acqua alla temperatura esatta di 36,5 gradi, da portare a 40 dopo che lui vi era entrato ... Sprecare l'acqua non gli piaceva; amava per girarsi nella vasca, e la complessa manovra finiva per rovesciare sul pavimento secchiate d'acqua, la quale poi colava nel sottostante guardaroba, sopra i cappotti dei visitatori".161 Mentre si strofinava vigorosamente con una spazzola, dettava discorsi e appunti all'assistente di turno, che lo attendeva con imbarazzo dall'altra parte della porta. Una sua ex segretaria, Chips Gemmel, ricorda di come, convocata alla porta del bagno, segnalasse la sua presenza con un colpo di tosse. A quel punto Churchill gridava: "Non entrate!", e lei rimaneva doverosamente all'esterno, "dove si sentivano i deliziosi rumori della stanza da bagno: ci si poteva immaginare la spugna strizzata sopra la testa e i sonori rigagnoli d'acqua che scendevano verso le regioni pi recondite. Ogni tanto Churchill diceva a gran voce: "Non andatevene!", e io: "No, no, sono ancora qui"; i rumori del bagno proseguivano, ma a volte ... essere l non era davvero necessario, perch si era dimenticato cosa voleva dire".162 Secondo Roy Jenkins, Churchill "aveva qualcosa del mammifero marino: uno dei suoi piaceri fisici prediletti, secondo solo all'alcol, era quello di immergersi nell'acqua calda di una vasca o nell'acqua tiepida del mare".163
Quando usciva dall'adorato bagno tonificante, racconta sua figlia Mary Soames, non si faceva problemi ad attraversare i corridoi che collegavano la Admiralty House al 10 di Downing Street "avvolto nell'asciugamano come un imperatore romano, passando gocciolante per la via pi diretta che dalla stanza da bagno portava alla sua camera da letto".164 E il personale poteva ritenersi fortunato che indossasse almeno l'asciugamano: nel buen retiro di Chartwell, infatti, gli episodi di nudit erano tutt'altro che rari. Come racconta Purnell, "finite le abluzioni, il suo cameriere personale lo asciugava; dopodich Winston rifiutava di indossare vestaglia e, se decideva di andare in un'altra stanza, lo faceva cos, senz'abiti. Chi tra il personale era nuovo rimaneva di sasso nel veder avanzare i cento chili rosa di un uomo nudo con le spalle spioventi, che facendosi dappresso gridava: "Sto arrivando, non guardate!"".165 Un'altra ex segretaria, Elizabeth Gilliatt, racconta come all'udire il monito alternativo - "sto uscendo allo stato naturale, pronti ad ammirare!"166 - le segretarie abbandonassero i corridoi alla massima velocit che i tacchi consentivano loro.
Quando finalmente aveva deciso di vestirsi, dai grandi magazzini Army & Navy167 arrivavano conti esorbitanti, per l'incrollabile convinzione di Churchill che alla delicatezza della sua pelle si addicesse soltanto biancheria della pi fine seta rosa pallido. Secondo Jock Colville, uno dei suoi segretari personali, con quei capi sembrava "un maiale ingentilito".168 Alla biancheria di seta si accompagnavano poi sfarzose vestaglie da camera, anch'esse in seta, con ricami di draghi o di fiori. La fama del gusto per il lusso e delle abitudini eccentriche del primo ministro britannico giunse fino a Berlino, dove Joseph Goebbels annotava nel diario: "In un libro su Churchill si dice che beve troppo e che indossa biancheria di seta. Detta messaggi quando si trova in bagno o quando  in mutande, una bizzarra immagine che il Fhrer trova molto divertente".169
Penso che Churchill non si risentirebbe se ricordiamo che i nazisti ridevano di lui: essere irrisi dai nemici  un onore. Chi lo conosceva, comunque, ha sempre negato che si ubriacasse: se beveva parecchio era perch tollerava l'alcol in modo straordinario; al massimo, in qualche raro caso, si assopiva. Una volta, a chi gli chiedeva come facesse a bere di buon mattino, rispose semplicemente: "Esercizio".
Ma qual era in effetti il suo regime di consumo alcolico?
Iniziava con un bicchiere di leggerissimo whisky & soda, circa un'ora dopo aver consumato l'abituale colazione a base di uova e bacon. Durante la guerra la sua avversione al latte condensato divenne cos intensa da indurlo ad abbandonare il tradizionale t e ad accompagnare invece la colazione con un bicchiere di vino dolce bianco tedesco: una prima colazione decisamente inconsueta. A pranzo se ne andava una bottiglia di champagne Pol Roger, a cena un'altra, cui seguiva, a notte fonda, un porto o un brandy digestivo. Churchill segu questo regime quotidiano per tutta la sua lunga vita, con sporadiche eccezioni. Viene spontaneo domandarsi, con i nazisti, come fosse possibile che un uomo del genere, in quelle condizioni, potesse guidare il paese nel momento dell'estremo pericolo.
Oggi la classica immagine del poeta con il sigaro in bocca e l'immancabile bicchiere di scotch in mano - icona che Churchill stesso si adoper parecchio per promuovere - pu sembrare divertente, ma domenica 12 maggio 1940 la sua discussa reputazione non era certo fonte di buonumore. Ci su cui i suoi colleghi conservatori non lesinavano battute era altro: l'uomo la cui ultima campagna militare si era risolta nel disastro dei Dardanelli, e l'uomo che si era creato una "corte di stravaganti sodali".170  a questi aspetti che si riferiva il ministro senza portafoglio lord Hankey, quando, dopo una visita all'Ammiragliato, scriveva a sir Samuel Hoare:
Stamani ho trovato il caos pi totale. Nessuno che stesse affrontando la guerra. Il dittatore [Churchill], invece di dettare ordini, era impegnato in uno squallido diverbio con i politici della sinistra in merito alle cariche minori. Di fronte a tutto ci NC [Neville Chamberlain] era caduto in preda allo sconforto. L'unica speranza  affidata alla solidit del nucleo centrale: Churchill, Chamberlain e Halifax. Io per dubito che i vecchi elefanti saggi [Chamberlain e Halifax] siano in grado di tenere a freno l'elefante indisciplinato [Churchill].171
Churchill sapeva quanto simili giudizi potessero rivelarsi pericolosi. Ogni sua mossa era sotto osservazione. Se intendeva rimanere primo ministro, doveva trovare il modo di neutralizzare i propri critici.
Poteva contare su un forte sostegno da parte dell'opinione pubblica. Da circa un anno i giornali chiedevano il suo ingresso nel governo e in giro per Londra erano stati affissi manifesti che chiedevano: " possibile avere Churchill?". Per riuscire nella sua impresa, tuttavia, gli serviva qualcosa in pi del sostegno della gente. Con le concilianti missive inviate a Chamberlain e ad Halifax il giorno prima, quando era finalmente riuscito a diventare premier, aveva provato a conquistarsi qualche simpatia. Chamberlain era pur sempre capo del Partito conservatore, nonch, a dispetto dell'opposizione laburista, lord presidente del Consiglio.
Con la decisione di non insediarsi immediatamente al 10 di Downing Street, Churchill us nei riguardi di Chamberlain un ulteriore gesto di cortesia: sarebbe rimasto all'Ammiragliato per un altro mese, in modo che Mr Chamberlain e signora potessero trasferirsi gradualmente. Churchill fece, insomma, quanto pot per placare i turbolenti rapporti con il partito, specialmente in considerazione del fatto che il giorno seguente, 13 maggio, avrebbe dovuto parlare per la prima volta alla Camera dei Comuni nelle vesti di primo ministro.
Ecco un ricordo del generale Ismay:
Due o tre giorni dopo che Churchill era diventato primo ministro, ebbi occasione di accompagnarlo a piedi da Downing Street all'Ammiragliato. Davanti all'ingresso privato una folla in attesa lo salut al grido di: "Buona fortuna, Winnie! Dio ti benedica!". Lui era visibilmente commosso, e appena fummo dentro l'edificio si sciolse in lacrime. "Povera gente," disse "povera gente. Confidano in me, e io, per molto tempo, non avr da offrir loro che sciagure."172
Ora, con dinanzi a s il compito di formare un governo, Churchill non rifletteva soltanto su ci che aveva da offrire agli altri politici, ma anche su ci che aveva da offrire, nell'ora pi buia, alla nazione.


LUNED 13 MAGGIO 1940
L'ESERCITO TEDESCO INVADE LA FRANCIA ATTRAVERSO LA FORESTA DELLE ARDENNE
LA REGINA GUGLIELMINA D'OLANDA RIPARA IN INGHILTERRA


VI
SANGUE, FATICA, LACRIME E SUDORE

Erano trascorsi appena due giorni da quando Winston Churchill aveva "baciato la mano del re" e assunto la carica di primo ministro, e adesso, oltre alla gestione di una guerra e alla formazione di un governo, si profilava un'altra cruciale incombenza: il discorso di insediamento alla Camera dei Comuni.
Nonostante il trionfo della nomina, nei giorni precedenti il nuovo premier si era mosso su un terreno malfermo. Il suo discorso doveva quindi zittire le voci critiche a Whitehall e procurargli quel seguito di cui aveva un disperato bisogno. In pratica doveva essere un capolavoro.
E lui ne era consapevole.
La Camera non si era pi riunita dopo il drammatico dibattito sulla Norvegia del 9 maggio e l'invasione dei Paesi Bassi del giorno seguente, ma numerosi deputati conservatori erano profondamente pentiti delle proprie scelte. Molti avevano votato contro il governo soltanto per frustrazione o per manifestare la propria rabbia, senza rendersi conto che in quel modo avrebbero provocato la caduta di Chamberlain. E fu sotto gli occhi di quegli individui rammaricati e diffidenti, attualmente affetti da una sorta di "rimorso del compratore", che il nuovo primo ministro fece il proprio ingresso alla Camera. Ricevette un'accoglienza sottotono, a parte qualche debole acclamazione dai banchi di laburisti e liberali, accompagnata da pochi applausi e addirittura da un silenzio tombale dalle file dei conservatori.
La Camera dei Comuni era nel caos da giorni. Ecco come Chips Channon descrisse l'atmosfera nel suo diario:
Tutto esageratamente teatrale e molto winstoniano: per prima cosa fummo convocati con un telegramma firmato dal presidente della Camera e ci chiesero di non fare parola della riunione. Ma, dal momento che erano state riunite entrambe le Camere, dovevano essere stati spediti pi di milletrecento telegrammi, passati sotto gli occhi di migliaia di persone.
Al mio arrivo, alle 14.15, trovai un'atmosfera di confusione e imbarazzo. Nessuno aveva idea di chi fosse stato riconfermato, escluso o sostituito. Una settimana folle. Mi unii a un gruppo di ministri sconcertati ... Chiacchieravano, divertiti, preoccupati, ignari.
Neville entr con il suo consueto atteggiamento, schivo, riservato, sottotono, e a quel punto i parlamentari persero la testa: gridavano, acclamavano, sventolavano i loro ordini del giorno. L'accoglienza fu una vera e propria ovazione.173
E se in patria regnava lo scompiglio, dal fronte, nell'ultimo fine settimana, era giunta notizia di un graduale peggioramento della situazione in Olanda, Belgio e Francia. La tensione alla Camera era palpabile. Adesso spettava a Churchill tentare di alleviare quello stato di "confusione e imbarazzo" e sedare i timori dei parlamentari con la sola e unica forza delle parole.
Churchill stesso non avrebbe saputo creare una condizione migliore e in parte, ovviamente, lo aveva fatto.
Alle 14.54 si alz in piedi, raggiunse la tribuna e prese la parola:
Invito questa Camera ad approvare la formazione di un governo che rappresenti l'unit e l'inflessibile determinazione della nazione a proseguire la guerra con la Germania fino a una conclusione vittoriosa.
Fin qui tutto bene: un po' verboso, ma indubbiamente solenne. Il "servizio" era andato a segno e adesso cominciava la rimonta...
Venerd sera ho ricevuto da Sua Maest l'incarico di formare un nuovo governo.  evidente la volont del parlamento e della nazione che questo venga concepito su basi il pi possibile ampie e che includa tutti i partiti, sia quelli a supporto dell'ultimo governo sia quelli all'opposizione. Ho portato a termine la parte pi importante di questo compito.  stato formato un Gabinetto di guerra di cinque membri che, con l'opposizione liberale, rappresentano l'unit della nazione. I tre leader di partito hanno accettato di prestare servizio, sia nel Gabinetto di guerra sia in alte cariche esecutive. Le tre forze armate sono al completo.  stato necessario occuparsi di tutto questo in un solo giorno, in considerazione dell'estrema urgenza e asprezza degli eventi. Altre posizioni - posizioni chiave - sono state assegnate ieri e questa notte sottoporr un ulteriore elenco a Sua Maest. Spero di concludere entro domani la nomina dei principali ministri. Di solito la nomina di altri ministri richiede un po' pi di tempo, ma confido che alla prossima seduta del parlamento avr terminato questa parte del mio compito e che l'amministrazione sar completa sotto ogni aspetto.
Ho ritenuto fosse nel pubblico interesse convocare per oggi la seduta del parlamento. Il signor presidente ha acconsentito e ha preso i provvedimenti necessari, secondo i poteri a lui conferiti dalla risoluzione della Camera. Al termine dei lavori odierni, il parlamento si aggiorner il 21 maggio, con la possibilit di anticipare la seduta se necessario. La questione da prendere in esame quella settimana sar notificata ai membri del parlamento appena possibile. Invito ora la Camera, con la mozione che mi rappresenta, ad approvare le misure intraprese e a proclamare la fiducia nel nuovo governo.
Formare un governo di una tale entit e complessit  di per s un'impresa difficile, ma non dobbiamo dimenticare che siamo nella fase preliminare di una delle pi grandi battaglie della storia, che siamo gi in campo in Norvegia e in Olanda e che dobbiamo tenerci pronti nel Mediterraneo, che la battaglia aerea non d tregua e che sono molti i preparativi da attuare qui in patria, come quelli indicati dal mio onorevole amico seduto al di sotto del corridoio. Vista la criticit della situazione, spero che mi perdonerete se oggi non mi dilungher troppo nel mio discorso alla Camera e spero che i miei amici e colleghi, o ex colleghi, che hanno a cuore la ricostruzione politica sapranno comprendere in ogni modo questa necessaria carenza di convenevoli. Voglio dire alla Camera, come ho gi detto a chi  entrato a far parte di questo governo: "Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore".
Abbiamo davanti a noi la pi terribile delle ordalie. Abbiamo davanti a noi molti, molti mesi di lotta e sofferenza. Vi domandate qual  la nostra politica? La mia risposta  fare la guerra, per mare, terra, aria, con tutto il nostro potere e con tutta la forza che Dio ci pu dare; fare la guerra contro una mostruosa tirannia, che non ha eguali nell'oscuro e doloroso catalogo del crimine umano. Questa  la nostra politica. Vi domandate qual  il nostro obiettivo? Posso rispondere con una parola: vittoria. Vittoria a ogni costo, vittoria a dispetto del terrore, vittoria, per quanto lungo e arduo possa essere il cammino, perch senza vittoria non c' sopravvivenza. Che sia chiaro: non c' sopravvivenza per l'impero britannico, non c' sopravvivenza per tutto ci che l'impero britannico ha rappresentato. Non c' sopravvivenza per la spinta che da sempre sprona l'umanit verso il suo traguardo. Ma assumo il mio incarico con fervore e speranza. Sono sicuro che il fallimento della nostra causa non verr tollerato. In questo momento, mi sento autorizzato a invocare l'aiuto di tutti e vi dico: "Avanti dunque, procediamo insieme nell'unit delle nostre forze".174
Dopo aver parlato per soli sette minuti, Churchill torn al suo posto.
L'appello finale all'unit e alla forza non era stato abbastanza incisivo da indurre gli oppositori a schierarsi al suo fianco e, come Channon annot nel suo diario, quello che oggi  ampiamente considerato uno dei pi grandi discorsi politici mai pronunciati "non ricevette una buona accoglienza".175 Dunque la Camera non era soddisfatta, ma Lloyd George volle porgere i propri omaggi al nuovo primo ministro:
Mi congratulo con il paese per la nomina [di Churchill] a primo ministro in questo momento davvero critico e terribile. Se posso permettermi, giudico molto saggia la scelta operata dal sovrano. Conosciamo le brillanti doti intellettuali dell'onorevole collega, il suo intrepido coraggio, la sua profonda cultura bellica e l'esperienza nella conduzione e gestione della guerra - o forse no ... Si sta assumendo un'enorme responsabilit in uno dei momenti pi gravi e minacciosi che un primo ministro si sia mai trovato ad affrontare.176
Un simile elogio da parte di un ex primo ministro che era stato in carica in tempo di guerra strapp le lacrime a Churchill: il deputato Harold Nicolson riferisce nel suo diario che Winston "si asciug gli occhi".177 Ma, come risulta dal diario di Channon, sia in questo sia nei discorsi successivi "solo i riferimenti a Neville suscitarono entusiasmo".178
Altre annotazioni relative a quel giorno sono pi generose. Nicolson defin la dichiarazione di Churchill "molto breve ma significativa";179 per Jock Colville fu "un discorsetto brillante";180 Channon scrisse: "Il nuovo primo ministro ha fatto un bel discorso, addirittura drammatico".181 Ma nessuno era abbastanza convinto da riconoscere la vera forza di quello che oggi  considerato un magistrale esempio di retorica politica, al pari del discorso di Gettysburg di Abraham Lincoln.
La delusione di Churchill  comprensibile. Aveva lavorato sodo sul suo intervento, consapevole che la storia era in ascolto. Aveva rifinito il testo pi e pi volte, soppesando con sensibilit poetica le frasi, il ritmo e le parole. Nei giorni precedenti, era arrivato addirittura a inserire la frase principale - quella per cui il discorso  famoso ancora oggi - in svariate conversazioni per testarne l'effetto. Malcolm MacDonald, uno dei ministri appena nominati, ricorda di aver visto Churchill alla Camera mentre camminava avanti e indietro a grandi passi, il capo proteso in avanti sulle spalle massicce in atteggiamento pensoso e le mani che stringevano i risvolti della giacca, come se stesse pronunciando un discorso alla Camera dei Comuni.
Si guard intorno e, quando mi vide, disse in tono ampolloso, senza fermarsi: "Mio caro Malcolm, mi fa piacere vederti. Non ho nulla da offrirti se non...". A quel punto fece una pausa deliberata. Ero deluso, credevo che non avesse altro da offrirmi che un incarico di second'ordine, come quello di ministro delle Poste o qualcosa di simile. Poi aggiunse: "... sangue e fatica, lacrime e sudore".
Sconcertato, mi domandai se avesse creato un nuovo ministero per il periodo bellico e mi stesse offrendo la carica di ministro per il Sangue, la Fatica, le Lacrime e il Sudore.
Mi scrut per valutare la mia reazione, si blocc e infine, riacquistando all'improvviso un tono informale, disse: "Ti voglio nel mio governo come ministro della Salute".
[Leo] Amery mi attendeva nell'ufficio del capo di gabinetto ... e chiese: "Anche a te ha offerto sangue, sudore, fatica e lacrime?".
"S" gli risposi e Amery disse di aver ricevuto la stessa proposta. "Credo che stia ripassando il discorso che pronuncer questo pomeriggio in parlamento."182
Grazie a questo resoconto, possiamo farci un'idea del processo e dei metodi usati dall'oratore Churchill, come camminare avanti e indietro stringendosi il bavero e provare il discorso in continuazione. Jock Colville ricorda che "non era da Churchill occuparsi della stesura di un discorso in fretta e furia".183 Di fatto, si diceva che ogni minuto pronunciato fosse il frutto di un'ora di lavoro. Nel caso specifico, le circostanze avvenute nei quattro giorni precedenti avevano intralciato la stesura in modo significativo, ma non irreparabile, perch in realt quel discorso era qualcosa per cui Winston si preparava da tutta la vita.
Durante il periodo di formazione in India, nel 1896, aveva studiato una miriade di grandi pensatori e storici, ma fu nell'opera di Socrate, Platone e Aristotele che un argomento in particolare cattur la sua attenzione: l'arte della retorica. In un saggio inedito redatto l'anno seguente, The Scaffolding of Rhetoric (L'impalcatura della retorica), il ventitreenne Churchill scrisse: "La capacit retorica non  un dono n un'acquisizione, ma  qualcosa che deve essere coltivato. L'indole e il talento tipici dell'oratore devono essere innati. Il loro sviluppo  favorito dalla pratica".184
L'origine dell'espressione "sangue, fatica, lacrime e sudore"  riconducibile al secondo libro della Divinazione di Cicerone (44 a.C.) e nella Storia di Roma di Tito Livio (29 a.C. ca.), dove "sudore e sangue" erano frequentemente appaiati.185 Secoli pi tardi, nel 1611, John Donne scrisse nel suo poema Anatomia del mondo: "Che  vanit irrorarlo, lenirlo, con le tue lacrime, sangue e sudore".186 E lord Byron nel 1823: "Ogni anno essi votavano liberamente il nostro sangue, i nostri sudori, milioni bagnati di lacrime... e perch? per le rendite!".187 Nel poema di Robert Browning Ixion (Issione), del 1883, troviamo: "Lacrime, sudore, sangue - ogni spasmo, un tempo orrendo, oggi glorioso".188
Churchill fu influenzato anche dai discorsi di leader politici e militari. Il 2 luglio 1849 Giuseppe Garibaldi pronunci un discorso d'incitamento ai suoi soldati assediati in piazza San Pietro, a Roma; una frase recita: "Non offro n paga, n quartiere, n provvigioni; offro fame, sete, marce forzate, battaglie e morte". Circa cinquant'anni dopo, nel 1897, Theodore Roosevelt tenne un discorso in un'accademia della marina militare in cui cit "il sangue, il sudore e le lacrime, il lavoro e l'angoscia tramite i quali, nei giorni passati, i nostri antenati giunsero al trionfo".189
"I principianti copiano, i professionisti rubano", come afferm Picasso o T.S. Eliot, a seconda di chi rub la battuta a chi.
Churchill cominci a meditare sulla sua versione nel 1900, mentre scriveva del periodo trascorso in un campo di prigionia boero. In London to Ladysmith via Pretoria (Da Londra a Ladysmith via Pretoria), afferm con fiducia che la vittoria della Gran Bretagna nella guerra sudafricana era "soltanto questione di tempo e denaro espressi in termini di sangue e lacrime".190 Evidentemente l'espressione gli piacque e, quello stesso anno, la utilizz un'altra volta in un articolo per il "Saturday Evening Post": "Sembrer tutto molto triste e brutale in tempi di pace, ma con la prossima guerra si verseranno meno sangue e lacrime".191
La "prossima guerra" sarebbe stata il primo conflitto mondiale, del quale Churchill scrisse una storia in cinque volumi intitolata Crisi mondiale e grande guerra. Nell'ultimo volume, pubblicato nel 1931, descrisse la devastazione patita sul fronte orientale e la sua volont di raccontare le fatiche, i pericoli, le sofferenze e le passioni di milioni di uomini, il sudore, le lacrime e il sangue dei quali hanno irrorato le pianure dell'Europa. Due anni dopo, nel redigere la biografia del duca di Marlborough, parl di "follie nel sangue e nella lotta",192 mentre in un articolo del 1939 sulla guerra del generale Franco in Spagna, scrisse: "Ci troviamo dunque di fronte a nuove strutture della vita nazionale, eretta sul sangue, sul sudore e sulle lacrime, strutture non dissimili e pertanto in grado di restar unite".193
L'impatto viscerale che queste quattro parole ebbero su Churchill nell'arco di quarant'anni  innegabile. Nel profetico saggio del 1897, il giovane Winston scrisse: "L'oratore  l'incarnazione delle passioni della moltitudine. Per riuscire a infondere in loro una qualche emozione, deve prima esserne scosso lui stesso. Quando scatena la loro indignazione, il suo cuore  colmo di rabbia. Prima di indurli al pianto, deve versare lacrime. Per convincerli, deve credere anch'egli".194 Si direbbe, dunque, che Churchill fosse preparato alla gelida accoglienza che ricevette alla Camera dei Comuni il 13 maggio; anzi, forse se l'aspettava, perch non stava parlando soltanto ai colleghi politici. Stava parlando alla nazione, al mondo, di fatto alla storia.
Con il suo intervento, Churchill non doveva soltanto comunicare la gravit delle circostanze che il paese si trovava ad affrontare, ma anche chiedere al popolo di affidarsi alla sua guida fino all'amaro finale. Dopo il preambolo ufficiale, il nucleo del discorso segue uno schema retorico ascensionale di tipo altalenante: dopo aver messo in chiaro la pericolosit della situazione, Winston si presenta come l'uomo della speranza che, impavido e indefesso, si mette al servizio del paese. Ribadisce altre due volte l'entit del pericolo, per poi chiudere in bellezza con una nota di coraggio e ottimismo. Un classico. Il suo pubblico doveva essere profondamente consapevole di quella nuova realt, senza per averne paura. Si present come un leader spavaldo, che si sottomette al suo popolo.
Churchill sfrutta sapientemente due artifici retorici fondamentali, entrambi mutuati dall'antichit. Il primo  l'anacenosi, una figura retorica che consiste nell'interpellare gli ascoltatori o la parte avversa sull'argomento in discussione - "Vi domandate qual  la nostra politica?", "Vi domandate qual  il nostro obiettivo?" - allo scopo di coinvolgerli nella tensione drammatica. Il secondo artificio  l'anafora, la ripetizione di una o pi parole all'inizio di una serie di versi, frasi o periodi: "Fare la guerra, per mare, terra, aria ... fare la guerra contro una mostruosa tirannia"; e ancora: "Vittoria. Vittoria a ogni costo, vittoria a dispetto del terrore, vittoria, per quanto lungo e arduo possa essere il cammino, perch senza vittoria non c' sopravvivenza".
In The Roar of the Lion (Il ruggito del leone), lo storico Richard Toye spiega come "Churchill, ripetendo quella singola parola, "vittoria", per cinque volte in un solo periodo, riusc a trasmettere una formidabile sensazione di fermezza e determinazione; non prometteva la vittoria, ma prometteva di provarci fino alla fine, associando una nota di ottimismo ai presagi di sangue e terrore".195
Churchill fece dunque appello alla lunga tradizione dello stoicismo britannico. In The Scaffolding of Rhetoric descrive la grande arte oratoria come una sorta di abile stratagemma, capace di ingannare il pubblico con "una serie di immagini forti, che vengono rimpiazzate prima di essere approfondite e svaniscono prima di essere affrontate".196
L'ascoltatore, dunque, prova un'emozione, ma non sa come se l' procurata n gli interessa capirlo. Con quanta facilit, nel corso dei secoli, i cittadini sono stati ammaliati in questo modo!
Dal punto di vista strutturale, queste tecniche retoriche hanno una lunga tradizione all'interno della Camera dei Comuni. Nel libro Storia dei popoli di lingua inglese, Churchill cita un discorso pronunciato nel 1800 da William Pitt in occasione di un dibattito sul conflitto britannico con Napoleone durante la Rivoluzione francese:
Egli [Fox] mi sfida a definire in una frase lo scopo della Guerra. Io non so se posso farlo in una frase, ma posso dirgli in una parola che  "sicurezza". Sicurezza contro un pericolo, il pi grande che abbia mai minacciato il mondo. Sicurezza contro un pericolo che non  mai esistito in nessuna epoca passata della societ. Sicurezza contro un pericolo che, in grado ed estensione, non ha mai avuto l'eguale; contro un pericolo che minacciava tutte le nazioni della terra; contro un pericolo al quale hanno reagito tutte le nazioni d'Europa, e nessuna con tanto successo come questa, perch nessuna l'ha combattuto in un modo cos uniforme, e con tanta energia.197


Il salto triplo della retorica

In netto contrasto con i discorsi egocentrici di Hitler - imperniati sull'"io" - Churchill, che grazie ad anni di studio aveva affinato la propria conoscenza della nazione di cui oggi era il leader, conosceva il potere del "noi" per esortare il popolo ad affrontare una battaglia cos temibile. E se, nel suo discorso, questa doveva apparire come un conflitto netto fra due imperi - uno democratico e buono, l'altro totalitario e assolutamente malvagio -, Winston era consapevole che un "noi" avrebbe funzionato molto meglio di un "Ich". Utilizz dunque una raffica di espressioni anglosassoni brevi e semplici alla prima persona plurale: "Abbiamo davanti a noi", "con tutto il nostro potere", "avanti dunque, procediamo insieme nell'unit delle nostre forze". Il suo scopo era quello di blandire un popolo spaventato assegnandogli un ruolo da protagonista nel grande teatro mondiale e, come noto, con le lusinghe si ottiene tutto.
In The Scaffolding of Rhetoric afferma: "Le persone superficiali tendono a pensare che la retorica produca i suoi effetti grazie all'impiego di parole complesse. L'errore di tale visione emerger da ci che  stato scritto. Le parole pi essenziali di una lingua sono di solito le pi antiche. Il loro significato  radicato nel carattere nazionale e hanno un impatto maggiore sugli intelletti semplici".198 La terminologia utilizzata da Churchill nel suo discorso si rif esattamente a questo metodo: "battaglia", "sangue, fatica, lacrime e sudore", "guerra", "vittoria", "terrore", "sopravvivenza", "spinta", "speranza" e "unione".
Fu Plutarco, citando Platone, ad affermare che la retorica  la ""trascinatrice dell'anima", e che la sua pi grande impresa  il governo delle passioni e dei comportamenti umani, che sono come le corde e i suoni dell'anima che abbisognano d'essere tese e rilasciate con molta armonia".199 Con il suo discorso, Churchill centr l'obiettivo di conquistare la platea pi importante, quella del popolo, e il giorno successivo fu ripagato da una reazione entusiasta. Il "Daily Telegraph" e l'"Evening Standard" riferirono di un discorso "acclamato con entusiasmo",200 a differenza di quanto risulta dalle testimonianze dirette dei parlamentari. La fiducia della nazione nel nuovo primo ministro trov espressione nell'iconica vignetta di David Low, pubblicata dallo "Standard".
Mentre i giornali andavano in stampa, il Gabinetto di guerra si riun al numero 10 di Downing Street per discutere gli ultimi aggiornamenti dal continente. Churchill comunic ai presenti che, a suo parere, "un attacco aereo [alla Gran Bretagna era] inevitabile. A prescindere dall'andamento della guerra in Francia". Dunque, era arrivato il momento di illustrare nel dettaglio "la gravit della situazione"201 a un uomo che sperava avesse ascoltato il suo audace discorso: il presidente Franklin D. Roosevelt.

Siamo con te, Winston!

MARTED 14 MAGGIO 1940
L'OLANDA  TRAVOLTA, PROSSIMA A CADERE, IN CAPO A POCHI GIORNI, NELLE MANI DEI TEDESCHI
DOPO DUE GIORNI DI ASPRA BATTAGLIA I CARRI ARMATI TEDESCHI ATTRAVERSANO LA MOSA ED ENTRANO IN TERRITORIO FRANCESE
CIRCA LE INTENZIONI STRATEGICHE DEI TEDESCHI IL QUADRO RIMANE CONFUSO
NON PRESTANDO ASCOLTO A CHI SOSTIENE CHE LA GERMANIA STA PREPARANDO UNA TRAPPOLA, IL COMANDANTE IN CAPO DELL'ESERCITO FRANCESE, GENERALE MAURICE GAMELIN, FA PROSEGUIRE L'AVANZATA DEI SUOI UOMINI IN TERRITORIO OLANDESE, LASCIANDO LA LINEA MAGINOT SCARSAMENTE PRESIDIATA


VII
LO SCENARIO SI AGGRAVA

Il 14 maggio i giornali del mattino riferivano della magistrale performance di Churchill alla Camera dei Comuni, riprendendo la didascalia della vignetta: "Tutti con te, Winston!".
La situazione, per, stava precipitando. La pi massiccia invasione mai vista - tre milioni di soldati tedeschi in rapida avanzata (con altri due milioni schierati in attesa in Germania) - veniva attuata in modo talmente fulmineo che gli Alleati, con i loro obsoleti telefoni e telegrafi da campo e i loro motociclisti portaordini incrostati di fango, faticavano a inquadrare la portata della terribile azione nemica, o a capire in che modo contrastare una simile ridda di attacchi.
Nelle sale annebbiate dal fumo le riunioni del Gabinetto di guerra, della Commissione difesa e del Comitato dei capi di stato maggiore continuavano la loro incessante routine quotidiana, mettendo in luce frammenti del quadro completo. Nelle War Rooms, gli angusti bunker costruiti sotto la Whitehall che svolsero il ruolo di centro operativo britannico per tutta la durata della guerra, Churchill, nella Sala delle mappe, osservava gli spilli colorati (verdi per la Germania) affissi sulle grandi carte geografiche dell'Europa occidentale appese alle pareti: a ogni nuova telefonata venivano spostati sempre pi a ovest. Definir "molto particolari" quei primi giorni, per come "si viveva con la battaglia, sulla quale si concentravano tutti i pensieri e per la quale non si poteva far nulla".202
Alle 11.30 il Gabinetto di guerra si riun al 10 di Downing Street per gli ultimi aggiornamenti. Il fronte occidentale stava accusando l'urto dell'esercito tedesco, con i francesi che, dopo avere ripiegato su Anversa, cercavano di difendere la linea insieme ai belgi contro le divisioni corazzate e motorizzate del nemico. L'attacco pi virulento era stato sferrato poco pi a sud, sul fronte (franco-belga) di Sedan-Namur, dove le truppe tedesche avevano varcato la Mosa, entrando in territorio francese. Notizie del genere scuotevano profondamente il Gabinetto di guerra: sin dal tempo dei romani la Mosa era stata sfruttata come barriera a protezione delle pianure di Francia, Belgio e Olanda contro l'atavica minaccia di un'invasione da est.
L'Olanda non avrebbe potuto resistere per molto. Lord Halifax inform il Gabinetto di guerra che quella stessa mattina era stato contattato dall'ambasciatore francese, il quale gli aveva espresso grave apprensione per un messaggio ricevuto dalla regina Guglielmina d'Olanda, ora ospite di re Giorgio VI a Buckingham Palace. Secondo l'ambasciatore, le parole della sovrana facevano pensare che gli olandesi stessero considerando l'idea di trattare la pace con la Germania. Nel tentativo di sopire i timori del francese, Halifax gli aveva detto che il messaggio andava interpretato nel senso opposto e che la posizione del governo olandese era salda: nessun desiderio di avviare negoziati di pace.
Riguardo poi al rischio che l'Italia entrasse in guerra al fianco della Germania, Halifax rese noto al Gabinetto di guerra un telegramma inviatogli dall'ambasciatore britannico a Roma, secondo il quale "qualsiasi provocazione verbale degli italiani non va considerata intollerabile al punto da spingerci a dichiarare guerra [all'Italia] ... A meno che il Signor Mussolini abbia gi deciso di fare il passo, prima che egli prenda una decisione in merito all'opzione militare passeranno tre o quattro settimane".203 In realt Mussolini romper gli indugi ben prima di tre o quattro settimane, provocando cos una rottura insanabile fra i due personaggi principali del Gabinetto di guerra: Halifax e Churchill. Per ora, comunque, c'erano sul tavolo questioni pi urgenti.
Alle sei di sera Churchill si riun con il Comitato dei capi di stato maggiore e un'ora pi tardi convoc il Gabinetto di guerra, riferendo a entrambi gli organismi di una comunicazione telefonica del presidente del Consiglio francese, Paul Reynaud:
La Germania vuole infliggere un colpo mortale a Parigi. L'esercito tedesco ha sfondato le nostre linee fortificate a sud di Sedan. Il fatto  che agli attacchi congiunti di carri armati pesanti e squadriglie di bombardieri non siamo in grado di resistere. Per fermare la spinta dei tedeschi finch  possibile e per metterci nelle condizioni di contrattaccare con successo  necessario impedire l'azione di appoggio dei loro corazzati e dei loro bombardieri. E ci pu essere fatto solo ricorrendo a un robusto dispiegamento di aerei da caccia. Voi avete avuto la cortesia di inviarci 4 squadriglie, pi di quanto ci avevate promesso; ma se vogliamo vincere questa battaglia, forse decisiva per l'esito dell'intera guerra,  necessario che ci inviate quanto prima, se possibile oggi stesso, altre 10 squadriglie. In assenza di questo sostegno non possiamo avere la certezza di bloccare l'avanzata tedesca fra Sedan e Parigi: fra le due citt non c' infatti nessuna struttura difensiva paragonabile alla linea che, ad ogni costo, dev'essere ristabilita.
Confido che in questo critico frangente gli inglesi vogliano aiutarci a non soccombere.204
Per i francesi la facilit con cui i tedeschi avevano passato la Mosa era stato uno choc. Il generale Ironside era convinto che per averla attraversata cos velocemente dovevano avere usato "mezzi anfibi protetti da blindature capaci di resistere alle salve dei carri francesi". Si riteneva peraltro che "la situazione fosse troppo oscura" perch il Gabinetto di guerra decretasse l'invio di altri uomini in Francia. E si giudicava "essenziale ottenere prima possibile informazioni, non solo su ci che era successo, ma anche sulle future intenzioni dei francesi",205 verificare, per esempio, se fossero in grado di organizzare un contrattacco minimamente adeguato.
Gi durante il Gabinetto di guerra del mattino Halifax aveva ricevuto da un attach navale inglese a Roma la conferma che "in vari porti [italiani] si stavano assemblando e armando navi mercantili ... e si stavano posando mine e reti difensive".206 Dall'ambasciatore inglese a Roma giungeva tuttavia la notizia che secondo una fonte attendibile, "appartenente ai massimi livelli delle gerarchie fasciste ... Mussolini aveva categoricamente negato l'intenzione dell'Italia di entrare in guerra".207 Si apr quindi la questione se fosse meglio non fare nulla o procedere a contromisure protettive, come la chiusura del canale di Suez per evitare il passaggio dei rifornimenti italiani. Churchill concluse che "la soluzione pi prudente era quella di attendere: vedere cosa avrebbe fatto l'Italia e decidere solo a quel punto".208 Aggiornata la riunione al giorno seguente, Churchill torn all'Ammiragliato, per proseguire il suo lavoro.
Per lui era stata allestita nel salotto dell'Admiralty House un'improvvisata "sala operativa". Jock Colville racconta che tra i "bizzarri mobili con sgraziate figure di delfini" (per cui Churchill chiamava quella sala "la stanza dei pesci") era stato ricavato lo spazio per una segretaria privata e una delle pi preparate "dattilografe notturne" del premier. "Accanto alla sua scrivania c'era un tavolo pieno di bottiglie di whisky ecc. Sulla scrivania c'era invece di tutto: stuzzicadenti, medaglie d'oro (che utilizzava come fermacarte), gli speciali polsini salvamaniche per il suo cappotto, e innumerevoli tipi di pillole e polverine".209
Intorno alle 22.30 fece la sua comparsa un "variegato gruppetto", composto dal generale Ismay, il ministro della Guerra Anthony Eden, il ministro dell'Aeronautica sir Arthur Sinclair, il capogruppo conservatore David Margesson, che Churchill aveva deciso di lasciare al suo posto, lord Beaverbrook, da poco nominato ministro per la Produzione aeronautica, e Joseph Kennedy, ambasciatore americano a Londra (e padre di John Fitzgerald Kennedy). Colville, che li definisce "una compagnia davvero strana!", li sent discutere dell'avanzata tedesca, notando "le idee allarmistiche e ... i giudizi inattendibili di Mr Kennedy".210
Ancora una volta Churchill rimase al lavoro fino all'una di notte passata. Ma alle sette del mattino del 15 maggio era gi sveglio, per ricevere notizie dal presidente del Consiglio francese. Erano notizie terribili. Reynaud, osserv Churchill, era "agitatissimo";211 la sera prima il contrattacco dei francesi a sud di Sedan era fallito: ora "la strada per Parigi era spianata; la battaglia era persa. [Reynaud] parl persino di resa".212 L'ultima cosa di cui Churchill aveva bisogno era che il pi forte alleato della Gran Bretagna perdesse la testa, abbandonando la lotta e lasciando gli inglesi da soli contro la forza bruta dei nazisti. Churchill si sforz di persuadere Reynaud a non commettere l'irreparabile, dicendo che non doveva lasciarsi fuorviare da simili messaggi [ovvero: dispacci militari], dettati dal panico: finora era stata impegnata solo una piccola parte dell'esercito francese, e i tedeschi che hanno sfondato si sarebbero trovati in una posizione vulnerabile. Ripet inoltre pi volte che qualsiasi cosa avrebbero fatto i francesi, noi avremmo continuato a batterci, fino all'ultimo.
M[onsieur] Reynaud ci chiese di inviargli ulteriori rinforzi, ma il nostro primo ministro spieg che, come [Reynaud] ben sapeva, la cosa era impossibile.
Il primo ministro chiese e ottenne da M[onsieur] Reynaud il permesso di parlare direttamente con il generale Georges [comandante in capo dell'esercito francese sul fronte nordorientale]. Pi tardi, poco dopo le nove, arriv la telefonata del generale Georges.213
Fortunatamente il colloquio con il generale francese ebbe toni molto pi calmi, e sia al Comitato dei capi di stato maggiore, convocato per le dieci, sia al Gabinetto di guerra, convocato per le undici, Churchill pot dire che "sebbene la situazione fosse indubbiamente seria ... e i tedeschi avessero sfondato una porzione di fronte piuttosto ampia, la falla era stata tamponata".214
Tamponata? La buona notizia vol di bocca in bocca. Ma l'euforia non dur a lungo. Lord Halifax aveva infatti pessime nuove. Anzitutto quella mattina il ministro olandese a Londra gli aveva telefonato per informarlo che l'Olanda avrebbe "annunciato la resa di Rotterdam e Utrecht, per risparmiare ulteriori inutili perdite di vite umane".215 Alfred "Duff" Cooper, il nuovo ministro dell'Informazione di Churchill, si rese immediatamente conto dei disastrosi effetti sull'opinione pubblica inglese se i giornali avessero dato conto della decisione olandese. Churchill convenne che "bisognava segnalare con chiarezza che l'azione annunciata ... era soltanto la capitolazione di una singola zona".216
La seconda cattiva notizia che Halifax aveva in serbo per il Gabinetto di guerra riguardava un rapporto di Joseph Kennedy, il quale aveva saputo da un collega di stanza a Roma che la situazione si era fatta talmente seria ... da indurlo ormai a ritenere che le possibilit di una sua [dell'Italia] discesa in campo accanto alla Germania fossero 10 a 1. Il Signor Mussolini aveva gi deciso. [L'informatore] era convinto che le notizie trasmesse in passato da Herr Hitler al Signor Mussolini riguardo alle operazioni militari fossero sempre state corrette; e le notizie che Herr Hitler aveva inviato quel giorno parlavano di una piena vittoria tedesca in Belgio e in Olanda.217
Nella stanza l'atmosfera si fece plumbea. Se l'Italia fosse entrata in guerra, allora la Francia, dovendo affrontare due nemici, avrebbe avuto ancora meno possibilit di cavarsela. Con questo scenario l'Inghilterra sarebbe presto rimasta il solo paese a interporsi fra Hitler e il suo progetto di egemonia totale sull'Europa. Il generale Ironside scriveva nel suo diario:
La guerra si sta facendo sempre pi vicina, e ci aumenta le nostre inquietudini. Stiamo vivendo una nuova fase storica, i cui sviluppi nessuno  in grado di prevedere. Nessuno credeva che avremmo dovuto impegnarci in un conflitto, di sicuro non cos presto e in una lotta per la vita o la morte. Non eravamo preparati, nemmeno sul fronte dell'industria bellica, e recuperare a questo punto  impossibile: troppo tardi. Forse quest'anno vedr la nostra sconfitta, ma certamente non ci vedr sconfiggere la Germania, a meno di non usare leve economiche.218
Halifax, sempre pi incline a cercare un raggio di speranza dall'Italia, disse che "non sarebbe stato male se il primo ministro ... avesse inviato una comunicazione al Signor Mussolini".219 Churchill assent immediatamente, e pass poi a illustrare "i dettagli del messaggio personale che aveva convenuto di mandare al presidente Roosevelt per aggiornarlo sulla gravit della situazione".220
Quanto sudore dev'essere sceso dalla fronte di Chamberlain in quella fumosa, soffocante, Sala del Gabinetto a Downing Street. Agli altri ventidue uomini seduti intorno al tavolo, che ora vedevano Churchill tentare di raccogliere i cocci e risparmiare all'Inghilterra la sorte toccata al resto dell'Europa, gli errori dell'ex primo ministro dovevano apparire pi che mai tangibili. Quando la lunga riunione ebbe termine, Chamberlain torn nella stanza di Halifax, per parlare con lui. Nel suo diario Halifax scrive che l'ex premier era "parecchio scosso dagli eventi politici ... Mi ha detto di avere sempre pensato che non sarebbe stato capace di fare il primo ministro durante una guerra, ma che quando la guerra era scoppiata, lo aveva fatto; nondimeno, ora che il conflitto stava diventando pi violento, non poteva che sentirsi sollevato di non avere in capo la responsabilit finale".221
Con questa enorme responsabilit sulle spalle, Churchill mise mano al messaggio per il presidente Roosevelt. A differenza di Halifax, per lui il baluardo pi immediato cui l'Inghilterra doveva guardare nella lotta contro i nazisti erano gli Stati Uniti.
Nel periodo in cui aveva ricoperto la carica di primo lord dell'Ammiragliato, Churchill aveva sviluppato con Roosevelt un solido rapporto, e ora poteva quindi parlargli con franchezza:
Anche se ho cambiato incarico, sono sicuro che non vi dispiaccia se proseguo nella nostra amichevole corrispondenza privata. Come certamente saprete, la scena si  rapidamente fatta cupa. Il nemico ha una marcata superiorit aerea, e i suoi nuovi exploit tecnici hanno profondamente impressionato i francesi. Personalmente credo che la battaglia di terra sia solo all'inizio, e aspetto il momento in cui saranno impegnati i grandi contingenti. Finora Hitler ha fatto lavorare unit speciali di corazzati e aerei. I piccoli paesi sono stati travolti, sono caduti uno dopo l'altro. Abbiamo ragione di ritenere, anche se non ne siamo certi, che Mussolini si affretter a reclamare dalla civilt la sua parte di bottino. Per il prossimo futuro prevediamo un attacco, sia dall'aria che con truppe paracadutate, anche qui, e ci stiamo preparando. Se sar necessario, continueremo la guerra da soli: la prospettiva non ci spaventa. Ma io confido, Signor Presidente, che vi rendiate conto di come l'influenza e la potenza degli Stati Uniti corrano il rischio di non incidere affatto, se il vostro paese si terr troppo a lungo in disparte. Potreste trovarvi incredibilmente presto di fronte a un'Europa completamente soggiogata dai nazisti, un peso che potrebbe risultare superiore alle nostre capacit. Quello che vi chiedo  di proclamare lo stato di non belligeranza, cosa che vi metterebbe nelle condizioni di aiutarci con ogni mezzo, fuorch con l'intervento militare diretto.222
Il messaggio segnalava poi sei esigenze immediate, dal prestito di quaranta o cinquanta vecchi cacciatorpediniere americani a quello di centinaia di "aerei del tipo pi recente" e di attrezzatura antiaerea, fino all'acquisto di acciaio e altre materie prime dagli Stati Uniti. Il tutto, chiariva Churchill, "sar pagato in dollari, finch saremo in grado di farlo; ma vorrei essere ragionevolmente sicuro che quando non riusciremo pi a pagare, continuerete comunque a fornirci materiale".223
Tra le richieste di Churchill c'era anche "l'approdo di una squadriglia americana ai porti irlandesi" come deterrente contro un'invasione tedesca dell'Inghilterra attraverso l'Irlanda. Chiedeva infine che il presidente "tenesse a cuccia il cane giapponese nel Pacifico, sfruttando nel modo pi adeguato Singapore". Firmata la lettera "con i migliori auguri e pi rispettosi ossequi",224 non gli restava che attendere la risposta del presidente.
Fin dagli esordi dell'aggressivo governo hitleriano, nel 1933, gli Stati Uniti avevano assunto una posizione di ferma neutralit. Roosevelt aveva dichiarato apertamente che il suo paese non avrebbe combattuto in eventuali conflitti europei. Di pi: sul finire degli anni Trenta il Congresso aveva approvato una serie di "leggi sulla neutralit", o Neutrality Acts, che vietavano qualsiasi scambio commerciale o prestito finanziario rivolto a stati belligeranti. Quando, nel 1939, scoppi la guerra, tali disposizioni furono riviste, con la legalizzazione delle vendite "cash and carry" (esclusa per quella di armamenti); in tal modo gli Stati Uniti si erano messi in condizione di dare un sostegno de facto a Gran Bretagna e Francia, considerate le sole due nazioni in grado di pagare "in contanti" e di "portarsi via" la merce da s.
Due settimane prima che Churchill prendesse in mano la penna per scrivere a Roosevelt, l'Inghilterra aveva gi perfezionato l'acquisto di trecentoventiquattro caccia Curtis P-40 per l'esercito e ottantuno caccia Grumman per la marina. La versione ufficiale era che si trattava di aerei "in costruzione negli e per gli Stati Uniti".225 Gli inglesi avevano chiesto di poter imbarcare i velivoli sulle proprie portaerei in un porto americano, ma a causa delle leggi sulla neutralit Roosevelt aveva dovuto negare il permesso; non senza per proporre: "Noi [gli Stati Uniti] potremmo far volare gli apparecchi fino al confine canadese, spingerli oltrefrontiera e farli volare a Botwood [in Terranova]".226 Spingere gli aerei oltrefrontiera? Proprio cos. Le norme proibivano qualsiasi assistenza meccanica. Questa bizzarra offerta, nella sua raffazzonata complessit, era una straordinaria prova della determinazione di Roosevelt ad aggirare le sue stesse leggi sulla neutralit. La massiccia vittoria elettorale che il presidente aveva riportato nel 1936 era stata ottenuta grazie a una decisa posizione contro la guerra, e Churchill sapeva che, nonostante il forte sostegno dell'opinione pubblica americana alla causa degli Alleati, in quel momento gli Stati Uniti difficilmente sarebbero potuti intervenire in modo diretto.
Come accennava nella sua lettera al presidente americano, Churchill riteneva che l'Italia fascista fosse prossima a scendere in campo accanto a Hitler. E cos i toni confidenziali con cui aveva scritto a Roosevelt venivano ora rivolti a Mussolini; la mattina del 16 maggio inviava infatti a Roma, al suo futuro nemico, questa breve e un po' teatrale missiva:
Ora che ho assunto la carica di primo ministro e di ministro della Difesa, torno con la memoria ai nostri incontri di Roma e sento il desiderio di rivolgere a voi, duce del popolo italiano, parole di buona volont, superando quella che a quanto sembra sta rapidamente diventando una voragine sempre pi ampia.  davvero troppo tardi per evitare che fra il popolo italiano e quello inglese scorra un fiume di sangue? Non c' dubbio che possiamo infliggerci vicendevolmente gravi ferite, massacrarci ferocemente, e oscurare con la nostra contesa il Mediterraneo. Se cos deciderete, cos sia! Ma io dichiaro di non essere mai stato nemico della grandezza italiana, n mai, in cuor mio, avversario di colui che all'Italia d legge.
Avanzare previsioni sul corso dei grandi scontri che stanno infiammando l'Europa sarebbe fuori luogo, ma sono certo che qualsiasi cosa accadr nel continente, l'Inghilterra continuer a battersi sino all'ultimo, anche completamente sola, come abbiamo fatto prima d'ora; e io ritengo, con qualche fondato motivo, che saremo aiutati in misura crescente dagli Stati Uniti e, anzi, dalle Americhe tutte.
Vi prego di credere che nel rivolgervi questo solenne appello, del quale rester memoria, non sono animato da alcun senso di debolezza o di paura. Dalle epoche passate ci giunge, sopra tutti gli altri richiami, la chiamata a scongiurare che gli eredi comuni della civilt latina e cristiana si affrontino l'un l'altro in una lotta mortale. Ascoltatela, ve ne supplico con ogni onore e ogni rispetto, prima che il terribile segnale venga dato. A darlo non saremo certo noi.227
A quanto pareva, tuttavia, gli antichi rancori erano duri a morire non solo nell'animo di Hitler, ma anche in quello di Mussolini, il quale, rispondendo due giorni dopo, diede libero sfogo al proprio sentire:
Rispondo al messaggio che mi avete mandato, per dirvi che vi sono certamente noti i gravi motivi di carattere storico e contingente che hanno schierato in campi opposti i nostri due paesi. Senza risalire molto indietro nel tempo, vi ricordo l'iniziativa presa nel 1935 dal vostro governo per organizzare a Ginevra le sanzioni contro l'Italia, impegnata a procurarsi un po' di spazio al sole africano, senza recare il minimo danno agli interessi e ai territori vostri e altrui. Vi ricordo anche lo stato di schiavit vero e proprio nel quale l'Italia si trova nel suo stesso mare. Se per fare onore alla vostra firma, il vostro governo ha dichiarato guerra alla Germania, voi comprenderete che lo stesso senso dell'onore e di rispetto per gli impegni assunti con il trattato italo-tedesco guider oggi e domani la politica italiana di fronte a qualsiasi evento.228
Dopo avere invocato la collaborazione degli Stati Uniti e, per correttezza, dell'Italia, Churchill si rec direttamente al Gabinetto di guerra fissato alle 11.30 di quel 16 maggio. Ancora una volta le notizie erano pessime.
Il generale Ironside inform i convenuti che i tedeschi avevano preso di sorpresa i francesi aggirando la linea Maginot e che "la situazione era senza dubbio molto critica ... Tutto ora dipendeva dalla capacit dei francesi di effettuare con vigore il contrattacco proposto dal generale Gamelin".229 Convinti che il terreno si sarebbe dimostrato troppo impervio, i francesi avevano drammaticamente sottovalutato la capacit dei carri armati tedeschi di attraversare il punto pi fragile della linea, presso la foresta delle Ardenne: si era ritenuto che quei centotrentacinque chilometri di torrette e fortificazioni fossero pressoch impenetrabili. Quando i lavori di costruzione si erano conclusi, nel 1935, la linea aveva finito per costare ben sette miliardi di franchi, e nondimeno aveva lasciato scoperti quattrocento chilometri di frontiera, tra la Francia e il Belgio. La muraglia, insomma, era stata edificata bene, ma la porta sul retro era stata lasciata aperta.
Avendo riscontrato di persona lo stato di agitazione in cui versava il presidente del Consiglio francese Paul Reynaud, Churchill acconsent a inviare in Francia quattro squadriglie di caccia, prima di recarsi Oltremanica egli stesso per il vertice d'emergenza del Supremo consiglio di guerra fissato a Parigi, al Quai d'Orsay, per quel pomeriggio: era necessario spronare il vecchio alleato dell'Inghilterra, incitarlo a opporre un'eroica resistenza.
Accompagnato dal generale Ismay e da sir John Dill, generale e comandante in seconda dello stato maggiore dell'impero, Churchill vol in Francia a bordo del suo fido Flamingo, scortato da due caccia Hurricane. Durante il volo diede un'ultima lustrata alle sue armi diplomatiche, e decise che avrebbe infierito sulla gi sventurata Francia con il suo francese (allo stesso modo in cui sfornava neologismi, come paintatious, per indicare un paesaggio degno di essere dipinto, spesso non disdegnava di esprimersi in franglais, coniando sentenze memorabili, come quando, nel gennaio 1943 a Casablanca, durante una discussione con il generale Charles de Gaulle, esclam: "Si vous m'obstaclerez, je vous liquiderai!").
Ecco come il generale Ismay rievoca, nelle sue memorie, l'atmosfera di quel viaggio a Parigi:
Dall'istante in cui mettemmo piede all'aeroporto di Le Bourget avvertimmo un'inconfondibile aria di depressione ... Per le strade la gente sembrava apatica, rassegnata: nessuna traccia dell'appassionato moto di sfida che nel precedente conflitto aveva ispirato il grido "Ils ne passeront pas!". N alcun interesse per il nostro corteo, con la sua nutritissima scorta, o alcun cenno di benvenuto a Churchill ... Il Quai d'Orsay ... era ancora pi mesto. M[onsieur] Reynaud, M[onsieur] Daladier [ministro della Difesa ed ex primo ministro] e il generale Gamelin erano ad attenderci in un ampio salone, guardando il giardino, elegante e curato come lo avevo visto nella mia ultima visita, ma ora punteggiato da inquietanti fal: si stavano gi dando alle fiamme gli archivi francesi.230
Churchill entr nella sala con aria decisa. I francesi avevano il morale terribilmente a terra e, per scongiurarne la completa capitolazione, bisognava agire in fretta. Telegraf al Gabinetto di guerra per informare del panico che aveva rilevato a Parigi e "sottolineare nuovamente la cruciale gravit del momento". Sugger di "inviare le squadriglie di caccia richieste (ovvero altre sei) domani"231 e dispose che in sua assenza il Gabinetto si riunisse alle undici di quella sera stessa, per discutere l'idea e fare pervenire una risposta entro mezzanotte. Fino allora la richiesta era stata accantonata perch rischiava di pregiudicare seriamente le difese inglesi, ma Parigi era ormai pressoch priva di protezione, e non c'erano altre soluzioni. Mezz'ora dopo il Gabinetto di guerra comunic telefonicamente il proprio assenso. Ricorda Ismay:
[Churchill era] felice che il Gabinetto di guerra avesse accolto subito i suoi suggerimenti. Pensavamo che avrebbe immediatamente telefonato a Reynaud per dargli la buona notizia, ma cos non avvenne. Voleva comunicarglielo faccia a faccia, com'era nel suo spirito. Si sa, d'altronde, come siano contenti gli amici, specie gli amici pi giovani, nel vedere la nostra espressione mentre spacchettiamo ci che ci hanno regalato. In quel momento Churchill era animato da quel sentimento: stava per donare a Reynaud una perla di valore inestimabile e desiderava vedere che espressione avrebbe fatto nel riceverla.232
Con l'intenzione di ripartire per Londra alle sette dell'indomani mattina (il 17 maggio), Churchill e Ismay si misero dunque in moto nel cuore della notte per raggiungere Reynaud e comunicargli la notizia. Il presidente del Consiglio francese, per, non era in ufficio, e nemmeno a casa con la moglie. Era con la sua amante, la contessa de Portes, nel modesto appartamento di lei, in Place du Palais Bourbon. E l lo trovarono, beato, in vestaglia. Churchill si mostr impassibile. Desiderava per che ad accogliere la sua comunicazione fosse un uditorio pi consistente, e chiese con insistenza che fosse mandato a chiamare Daladier, il ministro della Guerra. Senonch neanche Daladier era a casa con la moglie. Era invece con la marchesa de Crussol, sua amante, la quale gli pass il telefono dicendogli che Churchill voleva parlargli di una questione urgente.
L'offerta di nuovi velivoli fu accolta con sollievo, gratitudine e calorose strette di mano, ma tutti e tre i politici dubitavano che avrebbe fatto una grande differenza. In quel momento la principale preoccupazione di Churchill era che di l a breve la Francia potesse concludere un accordo di pace con Hitler: in quel caso l'intero peso della resistenza sarebbe caduto sulle spalle dell'Inghilterra e del suo impero.
Rientrato a Downing Street, alle dieci del mattino Churchill convoc il Gabinetto di guerra per relazionare sulla missione in Francia. Si disse dispiaciuto per avere posto il Gabinetto davanti "alla decisione pi difficile che un Gabinetto inglese fosse mai stato chiamato a prendere", ma, a ogni modo, la sua risposta "aveva notevolmente rinfrancato [i francesi]".233
L'incontro di Parigi non era stato facile. Chiedere agli inglesi di inviare sei squadriglie di caccia era decisamente eccessivo, considerato che a difendere la Gran Bretagna ne erano rimaste soltanto trentanove. Nei colloqui con i francesi Churchill aveva definito le squadriglie "la vita del paese", spiegando quanto fosse cruciale conservarle, dal momento che gli inglesi si erano gi privati di trentasei aerei, inviati in difesa della Mosa. Dal canto loro i francesi risposero di "essere entrati nello scontro con seicentocinquanta caccia e di ritrovarsene ormai solo centocinquanta".234 Churchill ribatt che gli inglesi "avevano bombardato tutti gli obiettivi che erano stati [loro] indicati, e adesso volevano colpire solo postazioni vitali, per togliere al nemico la possibilit di attaccare durante il giorno. La richiesta di mandare gli aerei inglesi a contrastare i corazzati tedeschi non era ragionevole: questo compito spettava alle forze di terra".235 Concluso il rapporto sul Supremo consiglio di guerra, Churchill diede lettura della risposta che aveva ricevuto dal presidente Roosevelt.
Purtroppo non si trattava del salvifico messaggio in cui aveva confidato. Roosevelt spiegava che "alle indicazioni contenute nella lettera" del primo ministro inglese stava "dedicando la massima attenzione", ma che qualsiasi iniziativa per aiutare gli Alleati avrebbe "richiesto tempo".236
L'Europa occidentale, per, di tempo non ne aveva pi. Il Gabinetto di guerra decret quindi che, alla luce dei fatti, si rendeva necessario dichiarare pubblicamente lo stato di "suprema emergenza": non si poteva attendere oltre. Chamberlain "invit il primo ministro a procedere il giorno seguente con una dichiarazione radiofonica".237
La mattina di domenica 19 maggio, Clementine Churchill era rincasata prima del previsto dalla funzione nella centralissima St Martin-in-the Fields: il pastore si era imbarcato in una predica pacifista, e lei aveva lasciato la chiesa. "Avresti dovuto gridare "vergogna!"" le disse Winston. "Dissacrare con simili menzogne la casa del Signore!"238 In un momento come quello, le ciance pacifiste erano l'esatto opposto di ci che la nazione aveva bisogno di sentire, nonch l'esatto opposto di ci che Churchill si stava preparando ad annunciare al popolo inglese. Pi avanti nella giornata Colville registrava: "Dopo una settimana durissima, [il primo ministro] si  ritirato a Chartwell ... per godersi qualche ora di sole e distrarsi un po' dando da mangiare ai cigni neri superstiti (quelli scampati alle volpi)".239 Quasi subito, per, Churchill dovette tornare a Downing Street, per una riunione del Gabinetto di guerra fissata alle 16.30.
La Francia non aveva ancora organizzato un contrattacco degno di questo nome, e con l'esercito tedesco in rapida avanzata verso la costa, i militari cominciarono ad agitare la possibilit di ritirare i quasi quattrocentomila uomini del Corpo di spedizione britannico dai confini del Belgio e farli ripiegare sulla Francia settentrionale, concentrandoli nel porto di Dunkerque. Nel Gabinetto l'idea suscit profonda costernazione. Churchill, poi, si disse persuaso che se il Corpo di spedizione fosse stato concentrato in quel punto, i suoi uomini "sarebbero finiti intrappolati sotto i bombardamenti, e la distruzione dell'intero contingente sarebbe soltanto una questione di tempo ... Dobbiamo scongiurare l'eventualit che l'esercito belga venga interamente annientato, ma non possiamo farlo a prezzo del nostro".240
A Gabinetto di guerra concluso, intorno alle sei di sera Churchill inizi a scrivere il suo discorso. Penna alla mano, seduto in solitudine nell'ufficio dell'Ammiragliato con la pagina bianca sotto gli occhi, era ancora una volta chiamato a cimentarsi con la sfida: quali parole usare, e come organizzarle? Quali corde toccare, quali lasciare mute? Quanto deve avere lavorato, di penna e d'immaginazione! Appena tre ore dopo sedeva infatti davanti al microfono della BBC con un pugno di fogli fittamente vergati. Bisognava di nuovo conquistare l'appoggio di un paese in preda all'angoscia.
Le prove del discorso ebbero anche un risvolto comico, di cui il pubblico non venne mai a conoscenza. Scrive William Manchester, uno dei biografi del premier britannico: "Nei quarant'anni passati alla Camera dei Comuni Churchill aveva preso l'abitudine di parlare scuotendo istintivamente la testa a destra e a sinistra. Questo alla BBC non poteva funzionare. In piedi alle spalle del primo ministro prese dunque posizione Tyrone Guthrie, del [teatro londinese] Old Vic, con il compito di bloccarlo tenendogli saldamente le mani sulle orecchie mentre lui, seduto al tavolo di una stanzetta, pronunciava l'allocuzione...".241
Bloccarlo con le mani sulle orecchie? Teniamo quest'immagine in mente e figuriamoci Churchill, che alle 21.00 dell'orologio a muro della BBC, inizia, sotto una lampada verde, a parlare al microfono:
Vi parlo per la prima volta da primo ministro in un'ora solenne per la vita del nostro paese, del nostro impero, dei nostri alleati e soprattutto della causa per la libert. In Francia e nelle Fiandre sta infuriando una tremenda battaglia. I tedeschi, con una cospicua combinazione di bombardamenti aerei e carri armati pesanti, hanno sfondato le difese francesi a nord della linea Maginot. Nutrite colonne di loro mezzi blindati stanno dilagando in campo aperto, dove per uno o due giorni non hanno incontrato resistenza. Si sono spinte in profondit, lasciando dietro di s allarme e confusione. Al loro seguito stanno ora sopraggiungendo camion con truppe di fanteria, a loro volta seguiti dal grosso delle forze. Da vari giorni l'esercito francese, generosamente accompagnato dalla splendida azione della Royal Air Force, si sta ricompattando per marciare contro il cuneo degli invasori e colpirlo.
L'inattesa presenza di questi mezzi blindati in vari punti all'interno delle nostre linee non deve intimidirci. Se  vero che hanno superato il nostro fronte,  anche vero che in molti punti l'esercito francese sta attivamente combattendo oltre il loro. A trovarsi in una posizione estremamente pericolosa sono quindi entrambe le parti. E se le forze francesi, e le nostre, saranno ben guidate, come io credo che avverr - se i francesi hanno ancora il loro antico e celebrato talento per la riorganizzazione e il contrattacco, e se l'esercito inglese sapr mostrare la tenace resistenza e la robusta capacit di combattere di cui abbiamo avuto in passato tanti saggi - allora potrebbe prodursi un repentino mutamento dello scenario.
Tuttavia nascondersi la gravit del momento sarebbe insensato. E ancora pi insensato sarebbe perdere la forza e il coraggio o pensare che eserciti composti da tre o quattro milioni di uomini ben addestrati e ben equipaggiati possano essere sopraffatti nell'arco di poche settimane o pochi mesi da una sortita o un'incursione di veicoli meccanizzati, quand'anche formidabili. Dobbiamo guardare con fiducia alla stabilizzazione del fronte in Francia e al generale impegno delle truppe, che permetter di contrapporre efficacemente le qualit dei soldati francesi e inglesi a quelle degli avversari. Da parte mia, nutro un'incrollabile fiducia nell'esercito francese e nei suoi comandanti. Fino a questo momento solo una piccola frazione di quello splendido esercito  stata impegnata in modo rilevante e solo una piccola frazione del territorio francese  stata invasa. Ci sono invece buone ragioni per ritenere che il nemico abbia ormai schierato in battaglia pressoch tutte le sue forze specializzate e meccanizzate, cui sappiamo che sono state inferte perdite pesantissime. Non c' ufficiale o soldato, non c' brigata o divisione, che negli scontri ravvicinati con il nemico, ovunque avvengano, possa mancare di dare un valido contributo all'esito complessivo. Gli eserciti devono liberarsi dell'idea di opporre resistenza trincerandosi dietro fortificazioni di cemento od ostacoli naturali, e rendersi conto che il predominio pu essere riconquistato solo con impetuose e incessanti azioni d'assalto. Questo spirito deve animare non soltanto gli alti comandi, ma ciascun combattente impegnato sul campo.
Nei cieli - teatro di aspri e frequenti scontri, scontri fino a poco tempo fa spesso ritenuti drammaticamente impari - stiamo riuscendo ad abbattere i nostri nemici in ragione di tre o quattro a uno, e il bilancio relativo tra le forze aeree inglesi e quelle tedesche  per noi ora molto pi favorevole di quanto fosse all'inizio della battaglia. Abbattendo i bombardieri tedeschi stiamo servendo la nostra causa non meno di quella dei francesi. La mia fiducia nella nostra capacit di batterci con l'aviazione tedesca fino a completa vittoria  stata corroborata dai violenti scontri che hanno avuto luogo e che lo stanno tuttora avendo. Intanto i nostri bombardieri pesanti stanno colpendo con incursioni notturne il cuore della potenza meccanica tedesca e hanno gi inflitto gravi danni alle raffinerie di petrolio da cui il tentativo nazista di dominare il mondo trae diretto alimento.
Dobbiamo attenderci che appena il fronte occidentale avr raggiunto la stabilit, la mostruosa macchina d'assalto che ha ridotto l'Olanda in rovina e in schiavit avventer la sua brutale mole contro di noi. Sono sicuro di parlare in nome di tutti, se dico che siamo pronti ad affrontarla, a sostenerne l'urto e a renderle la pariglia, nella piena misura che le leggi non scritte della guerra consentono. Nella nostra isola saranno molti gli uomini e le donne che quando giunger il momento della prova, e giunger, si sentiranno confortati, e persino orgogliosi, al pensiero di condividere i rischi dei nostri ragazzi al fronte - soldati, marinai, aviatori, che Dio li benedica! - e di stornare da loro almeno una parte del peso che devono sostenere. Non  forse questo, per tutti, il momento in cui profondere il massimo sforzo? Se vogliamo vincere la battaglia, dobbiamo assicurare in misura sempre pi rilevante ai nostri uomini le armi e le munizioni di cui hanno bisogno. Ci occorrono, e ci occorrono in fretta, pi aeroplani, pi carri armati, pi proiettili, pi cannoni. Di questi vitali strumenti c' un'assoluta necessit. Accrescono la nostra forza contro il nemico, pesantemente armato; reintegrano il materiale che si consuma negli accaniti scontri: sapere che quel materiale trover pronta reintegrazione ci permette, in questo momento, in cui tutto pu fare la differenza, di attingere alle nostre scorte con minore indugio.
Il nostro obiettivo non  solo quello di vincere la battaglia, ma quello di vincere la guerra. Quando la battaglia di Francia perder d'intensit, lo scontro si sposter nella nostra isola, nonostante tutto ci che l'Inghilterra  e rappresenta. Il vero conflitto sar quello. Nella suprema emergenza noi non esiteremo a compiere ogni passo, anche il pi drastico, per ottenere dal nostro popolo fino all'ultima oncia, all'ultimo sussulto della forza di cui  capace. Gli interessi della propriet, le ore di lavoro non sono niente di fronte alla lotta per la vita e per l'onore, per il diritto e per la libert, cui ci siamo votati.
Ho avuto dai vertici della Repubblica francese, e in particolare dal suo indomito primo ministro, M[onsieur] Reynaud, la pi sacra promessa che qualsiasi cosa accadr, combatteranno fino alla fine, sia essa amara o gloriosa. E se combatteremo fino all'ultimo, non potr essere che gloriosa.
Avendo ricevuto l'incarico da Sua Maest, ho dato vita a un'amministrazione di uomini e donne di ogni partito e quasi di ogni orientamento. Fra noi ci sono stati in passato diverbi e divergenze, ma ora siamo uniti dall'unico, medesimo obiettivo: combattere la guerra fino alla vittoria, senza mai arrenderci alla schiavit e alla vergogna, quale che sia il prezzo da pagare o la sofferenza da sopportare. Stiamo vivendo uno dei periodi pi sconvolgenti della lunga storia di Francia e Inghilterra. Ma senza dubbio anche il pi sublime. Fianco a fianco inglesi e francesi, senza alcun aiuto fuorch quello dei cari amici che abitano i grandi dominii e i vasti imperi sotto la loro protezione, si sono mossi per salvare non solo l'Europa, ma l'intero genere umano, dalla pi ignobile e spiritualmente devastante tirannide che abbia mai ottenebrato e contaminato le pagine della storia. Dietro di loro - dietro di noi - dietro gli eserciti e le flotte di Inghilterra e Francia, si assiepa un composito gruppo di Stati e di popoli calpestati: cechi, polacchi, norvegesi, danesi, olandesi, belgi. Su loro scender la lunga notte della barbarie, non rischiarata nemmeno dall'astro della speranza; a meno di un nostro trionfo, che dovr esserci, e ci sar!
Oggi  la domenica della Trinit. Secoli fa furono scritte parole d'invito e di sprone per i servi fedeli di Verit e Giustizia: "Armatevi e siate forti, e state pronti al combattimento:  meglio per noi morire in battaglia che vedere la rovina della nostra nazione e del nostro altare. Nei Cieli  la volont di Dio, e cos sia!".242
Come gi sei giorni prima, Churchill si dimostr un maestro di retorica, capace di conquistare la gente alla sua causa nei momenti pi decisivi.
Questa volta la reazione dei suoi colleghi politici fu straordinariamente positiva. Anthony Eden gli scrisse la sera stessa per dirgli: "Non avevi mai fatto nulla di tanto splendido e grandioso. Grazie, e grazie a Dio per te".243 Il capitano Claude Berkley, membro del Segretariato del Gabinetto di guerra, annot nel proprio diario: "Stanotte il primo ministro ha pronunciato un magnifico appello radiofonico, che ha quanto meno informato la gente di come stanno realmente le cose.  stato "sublime" in ogni fase, e dopo avere evitato per un soffio un grave disastro quattro giorni fa a Parigi, sta infondendo coraggio qui da noi".244 L'ex premier Stanley Baldwin scrisse a Churchill dicendo: "Stanotte ascoltando la tua voce, a me cos familiare, avrei voluto darti una stretta di mano e dirti dal profondo del cuore che ti auguro tutto il meglio - salute e forza nel corpo e nello spirito - per l'insostenibile peso che sta sulle tue spalle".245
Di queste parole d'apprezzamento Churchill aveva pi bisogno di quanto immaginasse, perch i primi carri armati tedeschi avevano raggiunto la costa francese, ad Abbeville, e i loro equipaggi potevano vedere, a soli ottanta chilometri di distanza, la sponda inglese della Manica.

LUNED 20 MAGGIO 1940
LA DISFATTA DELLA 9 ARMATA FRANCESE HA ANNIENTATO OGNI SPERANZA DI UN CONTRATTACCO
IL CORPO DI SPEDIZIONE BRITANNICO PU SOLO TENTARE DI GUADAGNARE LA RITIRATA VERSO I PORTI COSTIERI ... IN PARTICOLARE DUNKERQUE
CHURCHILL PENSA DI ORDINARE ALL'AMMIRAGLIATO L'ALLESTIMENTO DI UNA VASTA FLOTTA DI NAVI CIVILI PRONTE A SALPARE PER I PORTI FRANCESI IN CASO DI EVACUAZIONE


VIII
PAURA, DUBBI E PRESSIONI INTERNE

Se fino a dieci giorni prima, con l'invasione tedesca dei Paesi Bassi, la caduta della Francia appariva inconcepibile, adesso stava diventando realt. La frustrazione di Churchill per la mancanza di informazioni sicure era sempre pi evidente. Il generale Ismay ricorda:
 sempre difficile ottenere ragguagli accurati su una battaglia in rapida evoluzione e chi  costretto ad attendere lontano dalla scena pu soltanto portare pazienza, tenendo presente che il comandante sul campo  impegnato nella conduzione dello scontro e spesso non ha n il tempo n la consapevolezza di riferire i dettagli del suo svolgimento. Il mio focoso capo non accettava mai pienamente tale ovviet, n teneva conto a sufficienza del fatto che, nella confusione della battaglia, nemmeno il comandante  sempre a conoscenza di ci che sta accadendo in ogni punto di un fronte vastissimo.246
Churchill invi in Francia il generale Ironside nella speranza che, in quanto capo di stato maggiore dell'impero, potesse fare chiarezza sull'effettiva situazione in cui si trovavano le armate francesi, belghe e britanniche. Intanto, alle 11.30 del 20 maggio, il Gabinetto di guerra si riun per discutere ancora una volta delle opzioni per il sostegno militare agli alleati della Gran Bretagna.
Intuendo che un'invasione nazista poteva essere imminente, Churchill, in accordo con il Gabinetto di guerra, dichiar: "[Abbiamo] gi raggiunto il limite massimo dell'assistenza aerea che possiamo offrire alla Francia, se vogliamo conservare qualche possibilit di difendere il Regno Unito, la flotta, il commercio marittimo, l'industria aeronautica e tutti i centri di vitale importanza nel paese dai quali dipende la nostra capacit di proseguire la guerra".247 Era un ragionamento sensato, ovviamente, ma esisteva la concreta possibilit che entro pochi giorni l'esercito francese, senza un ulteriore supporto, dovesse "ritirarsi dalla battaglia".248
La resa dei francesi si sarebbe potuta evitare se gli Stati Uniti avessero accettato di fornire gli aerei richiesti dalla Gran Bretagna. La sera precedente Churchill aveva spedito "un telegramma a quei dannati yankee"249 ed era in attesa della risposta del presidente, ma il tempo per un soccorso in extremis stava scadendo. E cos il primo ministro abbandon i consueti "toni rassicuranti"250 e ammon Roosevelt:
In nessuna circostanza concepibile acconsentiremo alla resa. Se i membri dell'attuale governo fossero destituiti e altri politici si ritrovassero a trattare in mezzo alle rovine al posto loro, non potete ignorare il fatto che l'unico elemento rimasto per negoziare con la Germania sarebbe la flotta; e se gli Stati Uniti abbandonassero questo paese al proprio destino, nessuno avrebbe il diritto di biasimare i responsabili qualora tentassero di ottenere le migliori condizioni possibili per i sopravvissuti. Scusate, signor presidente, se vi presento senza mezzi termini questo scenario da incubo. Evidentemente io non potrei rispondere per i miei successori che, in preda alla disperazione e senza difese, si troverebbero costretti a piegarsi alla volont tedesca.251
Il generale Ironside rientr dalla Francia la mattina del 21 maggio, scampato per un soffio a una bomba tedesca che aveva colpito il suo hotel a Calais, e si rec direttamente al Gabinetto di guerra per aggiornare i suoi colleghi. Aveva soltanto brutte notizie. Il comando supremo francese era "in uno stato di indecisione"252 e faticava a tirare le fila degli eventi a causa delle scarse comunicazioni. Ironside scrisse nel suo diario di aver "perso la pazienza e afferrato Billotte [comandante in capo francese nell'area settentrionale] per la giubba". E lo defin "un uomo distrutto".253
Le strade, rifer, erano intasate da "centinaia di migliaia di sfollati provenienti dal Belgio e dalle citt della Francia settentrionale",254 che rallentavano notevolmente l'avanzata delle truppe alleate. L'incursione tedesca nella citt costiera di Boulogne implicava che le forze britanniche e belghe stanziate a nord della Francia erano rimaste quasi completamente isolate sia dall'esercito francese sia dalle basi in cui si trovavano i loro rifornimenti. Senza risorse n comando, le possibilit di un ricongiungimento con le forze alleate apparivano sempre pi ridotte.
La situazione era un caos assoluto.
Churchill stabil che l'unica cosa da fare era tornare a Parigi la mattina seguente, il 22 maggio, incontrare Weygand e Reynaud e tentare di ripristinare un minimo di ordine. Era furioso per la mancanza di ragguagli. "In tutta la storia della guerra, non ho mai visto una gestione cos pessima"255 disse a Jock Colville, che nel suo diario scrisse di non avere mai "trovato Winston cos depresso".256 Ma il peggio doveva ancora arrivare: all'1.30 di quella notte, mentre stava andando a letto, Churchill fu informato che il generale Billotte era rimasto coinvolto in un incidente d'auto, fatto, questo, che aveva creato ulteriore scompiglio nel comando francese.
A quel punto, il Corpo di spedizione britannico si trovava nella peggiore condizione di sempre. Il prospettato arretramento verso i porti della Manica sarebbe dovuto avvenire senza le necessarie scorte di cibo e munizioni, e se alla fine il Corpo avesse raggiunto la costa, restava il problema di come evacuare quasi quattrocentomila uomini con tutti i loro armamenti. La Luftwaffe aveva il controllo dei cieli e le spiagge non erano certo un rifugio sicuro.
Al suo arrivo a Parigi, il 22 maggio, Churchill fu lieto di trovare una fresca ondata di energia grazie alla presenza del nuovo comandante in capo francese, il settantatreenne generale Weygand, che "nonostante le fatiche e una notte di viaggio ... era attivo, entusiasta e determinato. Fece un'eccellente impressione a tutti" e inizi a illustrare "il suo piano di guerra".257
La Gran Bretagna aveva gi inviato sul continente tutte le possibili unit militari attive, trattenendo solo il necessario per la difesa della nazione. Erano sbarcate a Boulogne quello stesso giorno e, al momento, stavano adottando misure di protezione dei porti francesi di Calais e Dunkerque a nord. Durante la riunione, Weygand garant a Churchill che a Calais erano presenti "tre battaglioni di fanteria e che a Dunkerque il comando [era] nelle mani di un ammiraglio particolarmente vigoroso, con sufficienti forze a disposizione per difendere la citt".258 Inoltre, avendo studiato il fronte personalmente, Weygand concluse: " impensabile chiedere alle forze anglo-franco-belghe al nord, formate da oltre quaranta divisioni, di ripiegare semplicemente verso sud nel tentativo di unirsi all'esercito francese. Una tale manovra risulterebbe fallimentare e le forze andrebbero incontro a un disastro sicuro".259 Churchill era d'accordo, ma spieg al presidente del Consiglio francese e al generale Weygand di avere avuto l'impressione che i collegamenti fra il generale Billotte e lord Gort non fossero "del tutto soddisfacenti",260 pertanto era necessario ripristinare i fondamentali canali di comunicazione tra le forze alleate a nord e a sud dell'avanzata tedesca.
Il Supremo consiglio di guerra si concluse dopo poco pi di un'ora "con una nota di cauto ottimismo",261 come ricorda Ismay, che poi torn a Londra insieme a Churchill.
Ironside annot nel suo diario che, sorprendentemente, durante la riunione del Gabinetto di guerra delle 19.30 il primo ministro era "quasi allegro, perch Weygand lo aveva colpito".262 Non tutti i presenti condividevano quell'atteggiamento positivo. Era evidente che il Corpo di spedizione britannico aveva "perso un'occasione per trarsi d'impaccio ed [era] a corto di cibo e munizioni".263 Inoltre il generale Ismay, che, potendo basarsi su informazioni provenienti dal campo di battaglia, anzich sui pronostici francesi, aveva un quadro pi chiaro della situazione, rivel a Colville di essere "molto preoccupato" e di riuscire a prevedere il momento in cui la Francia avrebbe gettato la spugna. Colville, mutuando un po' dell'ottimismo di Churchill, giudic Ismay "troppo allarmista" e aggiunse: "Non riesco a immaginare che i francesi si umilino fino a quel punto".264
Il Gabinetto di guerra venne informato che, in Francia, il Supremo consiglio di guerra aveva concordato un'offensiva congiunta per l'indomani, 23 maggio: gli eserciti britannico e francese avrebbero attaccato a sudovest mentre il gruppo d'armate francese avrebbe attaccato verso nord. Ma, come osserv Ironside, "a mezzogiorno" non risultavano "preparativi per tali offensive" e aggiunse che, a suo parere, "gli attacchi [avrebbero richiesto] tempo per essere messi in atto".265 Anche Anthony Eden manifest una certa preoccupazione. Alle cinque di quel pomeriggio, infatti, aveva ricevuto via telefono un messaggio di lord Gort: i francesi, diceva, "non sono pronti a combattere e non sembrano minimamente in procinto di farlo".266 In seguito Eden annot sul suo diario: "Mi parve una fatale testimonianza della crescente confusione che non avevamo n l'autorit n le risorse per risolvere. L'unica speranza era un'offensiva congiunta da nord e da sud, posto che ci fossero la volont e i mezzi per metterla in atto".267
Ma quando il Gabinetto di guerra si riun di nuovo, alle 11.30 della mattina dopo, quel po' di ottimismo era svanito. Dal fronte era finalmente giunto uno scarno resoconto: "Forze tedesche assai pi ingenti del previsto" rifer Churchill ai colleghi "sono riuscite a sfondare". Vista la "criticit della situazione",268 il generale Ironside aveva avuto ordine di trattenersi al ministero della Guerra anzich partecipare alla seduta.
Ancora una volta, la mancanza di informazioni e di una reazione credibile da parte dei francesi stava annientando le speranze di sopravvivenza degli Alleati. "Il successo del piano concordato con i francesi" spieg il primo ministro "dipendeva interamente dalla messa in atto dell'offensiva da parte delle stesse forze francesi. Al momento non sembravano minimamente intenzionati a farlo."269
Boulogne era in balia dei bombardamenti tedeschi e le forze nemiche erano ormai prossime ad accerchiare la citt. A quel punto gli Alleati sarebbero stati tagliati fuori completamente. La situazione non era migliore a Calais, che durante la riunione fu definita "un ribollente ammasso di sfollati e soldati francesi, all'apparenza tutti infinitamente scoraggiati".270 Navi con i rifornimenti erano salpate alla volta di Calais, Dunkerque e Boulogne, tre porti sulla Manica, ma la Luftwaffe rendeva impossibile lo sbarco.
Durante le sedute dei giorni precedenti, Neville Chamberlain aveva mantenuto una discreta calma, ma adesso erano in molti ad attendere il suo parere esperto. A quel punto, dunque, diede voce alle proprie ansie affermando che una veloce ritirata sarebbe stata preferibile a un contrattacco. Temeva che se la Gran Bretagna avesse perso l'occasione di evacuare in sicurezza il Corpo di spedizione, sarebbe rimasta totalmente sguarnita. Il rischio era quello di "ritrovarsi in un vicolo cieco" in cui sarebbe stato impossibile "sia mettere in atto il piano concordato con il generale Weygand, sia impiegare al meglio le forze mantenendo il controllo sui porti della Manica".271
Lord Halifax, sempre allineato a Chamberlain, conferm tali preoccupazioni leggendo ad alta voce un telegramma inviato al Gabinetto di guerra dall'ambasciatore britannico a Roma: il sospetto era che "Mussolini [attendesse] soltanto lo stanziamento dei tedeschi nei porti della Manica per dichiarare guerra".272 Era sempre pi evidente che Halifax attribuiva all'Italia un ruolo chiave nel futuro dell'Europa occidentale. Invece di considerarla un nemico annunciato, voleva sfruttare il piccolo spiraglio di possibilit esistente, prima della sua entrata in guerra, per indirizzare Mussolini verso un obiettivo diverso: la pace.
Per come si erano messe le cose a quel punto, con la difficolt di un esercito sguarnito in ritirata, il crollo della Francia e la presenza di un nuovo nemico in Italia, era necessario che Churchill aggiornasse ufficialmente la Camera dei Comuni.
Il primo ministro prese la parola alle 15.00 e inform i colleghi parlamentari che Abbeville era caduta in mani nemiche e che presto sarebbe toccato a Boulogne. Quando un deputato conservatore, Gurney Braithwaite, gli domand se il governo intendesse "ribadire la posizione del suo predecessore escludendo qualunque trattato di pace con il nemico se non in accordo e collaborazione con il governo della Repubblica francese",273 Churchill rispose semplicemente: "S, signore".
E cos fu messa a verbale la prima proposta di un trattato di pace con la Germania nazista. Il fatto che la stipula fosse vincolata alla partecipazione della Francia non ne sminuisce l'entit. Diversamente dal suo intervento del 13 maggio, Churchill non parl di "vittoria a ogni costo", di vittoria indispensabile per la sopravvivenza. Se esisteva una parola per riassumere questo dibattito, non era "vittoria", ma "sconfitta".
Dopo avere avuto la garanzia che il piano di Weygand sarebbe stato messo in atto immediatamente quella mattina, Churchill ritorn a Downing Street e, a quel punto, fece alcune scoperte sconvolgenti: "I tedeschi erano gi a Boulogne, l'attacco di Gort verso sud, ad Arras, non aveva fatto alcun progresso, la mancanza di scorte aveva costretto il Corpo di spedizione britannico al razionamento e l'offensiva di Weygand verso nord non era ancora cominciata".274
Contatt Reynaud e infine, alle sei di sera, anche lo stesso Weygand. Questi rassicur il primo ministro che il piano era stato avviato e che le sue truppe avevano riconquistato tre citt francesi. Oggi sappiamo che quelle informazioni erano false, ma, come scrisse Colville in seguito, "non c'era motivo di mettere in dubbio il resoconto di Weygand e cos lo scoramento lasci il posto all'esultanza".275 Il biografo di Churchill, Martin Gilbert, osserva: "Il motivo del raggiro di Weygand era stato fonte di grande preoccupazione per le persone coinvolte nella crisi del 23 maggio o che all'epoca vi assistettero. Colville, che trascorse l'intera giornata a Downing Street ... in seguito dichiar: "Weygand aveva stabilito che, se il Corpo di spedizione britannico non poteva dirigersi a sud [in aiuto alle forze francesi], anche noi saremmo andati a fondo insieme a loro"".276
L'esultanza era destinata ad avere vita breve. Quando Churchill prese posto alla riunione del Gabinetto di guerra delle 19.00, ammise - dopo svariati momenti di indecisione - di avere "valutato ulteriormente" i dubbi sollevati da Chamberlain in occasione del loro ultimo incontro. A dimostrazione che quel bulldog era in grado di cambiare idea, per quanto desiderasse imporre la propria autorit in un Gabinetto di guerra stipato di scettici, Churchill riconobbe che forse "per il Corpo di spedizione britannico" era giunto il momento "di ripiegare sui porti della Manica" e di tentare un'evacuazione. La situazione a Boulogne fu definita "catastrofica", ma il "generale Weygand [aveva] richiesto il proseguimento dell'operazione". Il generale Ironside si disse favorevole alla prosecuzione dell'offensiva di lord Gort verso sud, come richiesto dai francesi, perch "con il ripiegamento del Corpo di spedizione sui porti della Manica, solo una piccola parte della truppa [sarebbe stata] evacuata". Churchill concluse che al momento non c'era "molto spazio per la fiducia". Tuttavia, non vedeva altra scelta "che tentare di adeguarsi nel migliore dei modi al piano del generale Weygand".277
Churchill e la Gran Bretagna si trovavano davanti a un bivio: continuare con un piano fallimentare o tentare una rischiosa evacuazione che avrebbe messo in salvo solo una frazione del Corpo di spedizione britannico. Quando il primo ministro si rec a Buckingham Palace per informare il re della situazione, era di umore nero.
Re Giorgio VI appunt sul suo diario:
Il primo ministro  arrivato alle 22.30. Mi ha comunicato che, se il piano francese elaborato da Weygand dovesse fallire, sarebbe costretto a richiamare in Inghilterra il Corpo di spedizione britannico. Una simile operazione implicherebbe la perdita di tutte le armi da fuoco, carri armati, munizioni e scorte presenti in Francia. Il dubbio era se fosse possibile far rientrare le truppe da Calais e Dunkerque. Il solo pensiero di dover dare un ordine simile  agghiacciante, poich la perdita di vite umane sar probabilmente immensa.278
Il giorno dopo, Churchill avrebbe affermato con una battuta: "Di solito le guerre sono un catalogo di errori grossolani e questa non fa eccezione".279 Ma non era in vena di scherzi quando, fatto ritorno all'Ammiragliato, ottenne ragguagli ancora pi spiacevoli riguardo al caotico piano di Weygand. Invi dunque un telegramma a Weygand e a Paul Reynaud per avvisarli che il quartier generale belga non aveva ancora "ricevuto direttive" e che lord Gort era "privo (ripeto privo) di munizioni per un attacco in piena regola".280 Churchill manifest apertamente la propria irritazione: "Qui non abbiamo visto nemmeno l'ombra della vostra direttiva e non conosciamo i dettagli delle operazioni al nord. Sareste cos gentile da trasmettere tutto il prima possibile tramite la missione francese?".281 E aggiunse come il fattore tempo fosse "essenziale vista la carenza di scorte".282
Nel corso della notte, mille soldati britannici furono evacuati da Boulogne durante un implacabile attacco tedesco, ma duecento furono lasciati indietro.
Ad appena venti miglia di distanza lungo la costa, il generale di brigata Claude Nicholson e la sua guarnigione a Calais erano alle prese con una serie di ordini contraddittori. Ma un fatto ormai era chiaro: con l'eventuale caduta di Boulogne, la difesa di Calais sarebbe stata essenziale per impedire ai tedeschi di raggiungere Dunkerque. Le strade che uscivano dalla citt erano bloccate e Calais era completamente accerchiata. Quando i soldati volsero lo sguardo a est, verso Dunkerque, videro i fuochi appiccati dai soldati tedeschi della 1 divisione corazzata, un segnale per gli aerei della Luftwaffe in avvicinamento.
Il giorno seguente, 24 maggio, lord Halifax cominci a far sentire la sua presenza al Gabinetto di guerra, elaborando un programma che mirava a evitare il coinvolgimento dell'Italia grazie alla diplomazia.
Fiutando un'opportunit per promuovere scaltramente questo punto del suo piano di pace - la prima parte di un grandioso progetto volto alla realizzazione di un trattato di pace paneuropeo -, lesse un telegramma inviato dall'ambasciatore britannico a Parigi e contenente una richiesta del governo francese:
Bisognerebbe chiedere al presidente Roosevelt di contattare nuovamente il Signor Mussolini ... e domandargli le ragioni che lo hanno spinto sull'orlo della guerra con gli Alleati. Se Mussolini esponesse le sue rimostranze, l'ambasciatore americano potrebbe dire che il presidente  disposto a comunicare le rivendicazioni italiane ai governi alleati o qualcosa di analogo che abbia almeno un effetto dilatorio.
Halifax era convinto che tutto ci non sarebbe servito a molto, ma osserv:
[Dovremmo] dichiarare di appoggiare pienamente la proposta di una nuova apertura da parte del presidente Roosevelt ... purch sia chiaro che il presidente Roosevelt sta agendo sotto la propria responsabilit ... che alla fine della guerra gli Alleati terranno conto delle ragionevoli richieste italiane e l'Italia sar accolta alla conferenza di pace al pari dei belligeranti, che gli Stati Uniti sono pronti a garantire l'adempimento di tali impegni da parte degli Alleati, a patto che Italia e Stati Uniti d'America non entrino in guerra su fronti opposti.283
Halifax illustr le sue argomentazioni con una tale sicurezza, che il Gabinetto di guerra si trov concorde senza alcun dibattito: la "replica deve avvenire in questi termini" dichiar.284

Un punto per Halifax.
Con l'aggravarsi della situazione in Francia e con la Gran Bretagna sempre pi esposta a un pericolo diretto, il primo ministro cominci a risentire fisicamente della tensione. Su consiglio del medico, a mezzogiorno si mise a letto, ma si dimostr un cattivo paziente. Dalla sua camera, apprese che il generale Ismay aveva proposto l'evacuazione di Calais. Alle due di notte, il generale di brigata Nicholson invi la conferma via telegrafo. In realt la proposta fu annullata tre ore dopo, ma Churchill, ancora sveglio e furibondo, scrisse a Ismay per protestare: "L'evacuazione di Calais produrrebbe come unico risultato il trasferimento a Dunkerque delle forze [nemiche] che ora la stanno assediando. L'occupazione di Calais  importante per diverse ragioni, ma soprattutto per trattenere il nemico sul suo fronte".285
Anche se indisposto e allettato, Churchill stava elaborando un disperato piano di salvataggio, e un aspetto cruciale era proprio la presenza a Calais di una guarnigione impegnata in un combattimento a oltranza, capace di suscitare la furia del nemico e di distrarlo da Dunkerque. Restava un unico dubbio: per quanto tempo Calais avrebbe potuto svolgere tale funzione?
Alle 17.00 dello stesso giorno, durante la seduta della Commissione difesa, il generale Ironside annunci: "I carri armati tedeschi hanno sfondato le guarnigioni difensive sul lato occidentale di Calais, frapponendosi tra la citt e il mare".286 A dispetto della notizia, le truppe dovevano restare a Calais e respingere l'avanzata tedesca, in modo da far guadagnare tempo agli Alleati a Dunkerque.
Nicholson sperava ancora in un'evacuazione e, ignaro di quella decisione, continu valorosamente a difendere la citt. I suoi uomini, per, furono costretti a ripiegare nella fortezza tra le mura della citt vecchia. Alle 19.05 invi un ultimo disperato messaggio: "Urgono rinforzi se l'intera guarnigione non verr sopraffatta".287 La risposta giunse alle 23.23, per comunicargli che non era ancora stata ordinata alcuna evacuazione: "Dovete ottemperare per il bene della solidariet alleata. Il vostro ruolo  pertanto quello di resistere ... Niente rinforzi ... Selezionate la postazione migliore e continuate a combattere".288 In un messaggio a parte, poi, il generale Ironside inform Nicholson che l'evacuazione era stata proibita: "Le vostre sono tutte truppe regolari" scrisse "e non ho altro da aggiungere".289
Tutto ci che sappiamo riguardo alla reazione di Nicholson  che chiese immediatamente al suo stato maggiore di bruciare i carri armati rimasti.
Quando Churchill venne a conoscenza di questi messaggi, and su tutte le furie: non erano certo parole capaci di spronare al compimento dell'ultimo sacrificio. Il giorno seguente scrisse a Anthony Eden e al generale Ironside: "Vi prego di scoprire ... chi  l'autore di quel telegramma cos freddo che ho visto redigere questa mattina, in cui si fa cenno al "bene della solidariet alleata". Non  questo il modo di incitare gli uomini a combattere fino alla fine".290 Ormai la decisione non poteva pi essere celata e, consapevole di questo, Churchill scrisse a sua volta un messaggio. Eden lo invi poco dopo le 13.50 del 25 maggio:
Al comandante di brigata Nicholson. La difesa a oltranza di Calais  di estrema importanza per il nostro paese in quanto simbolo dell'ininterrotta cooperazione con la Francia. Gli occhi dell'impero sono tutti puntati sul presidio di Calais e il governo di Sua Maest confida che voi e i vostri prodi reggimenti compirete un'impresa degna della Gran Bretagna.291
Tutto qui: niente futili chiacchiere sull'ottemperanza e sulla resistenza. Si trattava di convincere uno stuolo di uomini spacciati che quella era la loro ultima possibilit di passare alla storia, di rendere i loro nomi - parafrasando Shakespeare - familiari come parole domestiche sulla bocca dei britannici.292
A Londra Churchill aveva ricevuto un telegramma da Paul Reynaud: lo informava che l'esercito britannico, contravvenendo al piano del generale Weygand, aveva ripiegato verso i porti della Manica. Senza pi gli inglesi ad attaccare verso sud, la strada per Dunkerque era spianata. Ormai la piena ritirata e l'evacuazione sembravano una prospettiva certa, e cos lord Halifax, pronto a fare pressioni su Winston, insist sulla proposta francese di tentare un contatto con Mussolini.
Secondo i pacifisti del Partito conservatore (ed erano molti, sempre di pi in effetti, quelli disposti a sacrificare l'Europa centrale e occidentale pur di salvaguardare le loro antiche tenute di campagna e l'autonomia britannica), l'ipotesi di chiedere quali fossero le condizioni di Mussolini per restare fuori dalla guerra e per mediare nelle future trattative con Hitler era fattibile, apprezzabile e assolutamente ragionevole. Molto meglio che continuare a combattere, se questo, verosimilmente, avrebbe comportato la perdita di quasi tutto l'esercito britannico.
Su queste basi, e con la certezza di trovare ampio sostegno alle sue argomentazioni, il 23 maggio Halifax aggiorn il Gabinetto di guerra sull'incontro che si era tenuto presso l'ambasciata italiana a Londra.
[Un] diplomatico italiano, sostenendo di parlare liberamente, ha affermato che in Italia sono ancora molte le persone influenti a desiderare una soluzione pacifica per il problema mediterraneo. Se il governo di Sua Maest fosse disponibile a contattare il governo italiano per valutare la possibilit di una soluzione amichevole, non incorrerebbe certo in un rifiuto.293
"Molto probabilmente" torn a ribadire Halifax "tutto ci non servir a nulla. Tuttavia, anche se il risultato fosse solo quello di guadagnare tempo, sarebbe gi importante. I francesi apprezzerebbero senz'altro una mossa simile da parte del governo di Sua Maest, in linea con la loro stessa politica."294
Una settimana prima Mussolini, nella sua risposta a Churchill, aveva respinto in toto l'ipotesi di negoziati pacifici con gli Alleati: "Se per fare onore alla vostra firma, il vostro governo ha dichiarato guerra alla Germania, voi comprenderete che lo stesso senso dell'onore e di rispetto per gli impegni assunti con il trattato italo-tedesco guider oggi e domani la politica italiana di fronte a qualsiasi evento".295 Ma con la Francia ormai sull'orlo del collasso e la fretta disperata di evacuare il Corpo di spedizione britannico, Churchill acconsent "a una proposta del tipo suggerito", ma sottoline: "Ovviamente la cosa non dovr essere per nulla pubblicizzata, perch equivarrebbe a un'ammissione di debolezza".296 Continuava a nutrire profondi sospetti sul leader italiano: " molto probabile che da un momento all'altro il Signor Mussolini inizi a esercitare forti pressioni sui francesi allo scopo di ottenere concessioni. Il fatto che i francesi stiano sgombrando le loro truppe dalla frontiera italiana indebolisce nettamente il loro potere negoziale".297
I cittadini britannici sarebbero inorriditi sapendo che i loro leader stavano valutando una trattativa di pace con un dittatore fascista, ma di fatto erano tenuti quasi completamente all'oscuro riguardo ai terribili sviluppi della guerra. Sir Alexander Cadogan, il braccio destro di Halifax al ministero degli Esteri, annot sul suo diario: "La gente non  minimamente a conoscenza della situazione".298 I giornali dell'epoca rendono l'idea dell'enorme divario fra ci che veniva divulgato e la realt. Il 25 maggio, per esempio, sul "Manchester Guardian" comparve un annuncio pubblicitario che invitava a trascorrere un fine settimana di vacanza nella capitale francese:
ALLOGGIATE A PARIGI:
VICINO ALL'OPERA E GRAND BOULEVARD ...
OFFERTE SPECIALI PER I MEMBRI DELLE FORZE ARMATE299
Il 26 maggio, due giorni dopo la caduta di Boulogne, il "News of the World" recitava:
GLI ALLEATI BOMBARDANO I TEDESCHI VICINO ALLA COSTA DELLA MANICA. I FRANCESI DICHIARANO: "BOULOGNE  ANCORA NOSTRA"; STRENUA DIFESA DI CALAIS300
Il "Sunday Express" lo stesso giorno:
LA FRANCIA SCONFIGGE 15 GENERALI. IL BOLLETTINO DICHIARA: "ABBIAMO DOMINATO IL NEMICO"301
E il "People":
I NAZISTI AFFERMANO CHE GLI ESERCITI ALLEATI SONO ACCERCHIATI NELLE FIANDRE, MA PARIGI ANNUNCIA LA RICONQUISTA DI AMIENS E IMMANI PERDITE NEMICHE302
Il 27 maggio, il giorno dopo la caduta di Calais, sul "Daily Mail":
LA MARINA ENTRA IN AZIONE BOMBARDANDO LE TRUPPE TEDESCHE OLTRE BOULOGNE.
COMBATTIMENTI SULLE STRADE, OCCUPATA LA CITTADELLA CALAIS E DUNKERQUE SALDAMENTE IN MANO AGLI ALLEATI
CALAIS  OCCUPATA: LA MARINA BOMBARDA IL NEMICO303
Sull'"Evening Standard":
IMMANI PERDITE TEDESCHE DOPO UN VIOLENTO SCONTRO A MENIN. OGGI CALAIS ANCORA OCCUPATA304
Sul "Daily Express":
COMBATTIMENTI SULLE STRADE DI CALAIS.
BOMBE DELLA MARINA RESPINGONO
DIVISIONI CORAZZATE TEDESCHE305
All'alba del 26 maggio, le notizie giunte dalla Francia erano al centro dei pensieri di Churchill, oltre che dei suoi consiglieri e dello stato maggiore. La strada per Dunkerque era aperta sia per le truppe britanniche sia per quelle tedesche. Per dirla con Churchill, era cominciata la "marcia verso il mare".306
Paul Reynaud era diretto a Londra per un colloquio con Churchill e quest'ultimo, durante la riunione del Gabinetto di guerra delle 9.00, disse ai presenti cosa aspettarsi dall'intervento del premier francese:
Reynaud dichiarer che i francesi non sono in grado di portare avanti la battaglia. Lui [Churchill] tenter in ogni modo di indurlo a continuare, puntualizzando che  loro dovere morale favorire, nei limiti del possibile, la ritirata in sicurezza del Corpo di spedizione britannico.307
A quel punto per lord Halifax era impossibile restare in silenzio. Ancora pi convinto delle proprie idee, dichiar senza mezzi termini: "Dobbiamo accettare il fatto che ormai non si tratta pi soltanto di infliggere una sconfitta totale alla Germania, ma di salvaguardare l'indipendenza del nostro stesso impero".308 Portare avanti la crociata della "vittoria a ogni costo" di Churchill sembrava assurdo ormai. Il suo messaggio era schietto: stiamo perdendo la guerra e se esiste una possibilit di scongiurare la perdita di altre giovani vite, come possiamo non approfittarne?
A suffragio della sua posizione, rifer al Gabinetto di avere appreso da Giuseppe Bastianini, l'ambasciatore italiano incontrato la sera precedente, che "il principale desiderio di Mussolini [era] garantire la pace in Europa"309. Halifax gli aveva confermato che era anche il desiderio della Gran Bretagna: "Naturalmente" aggiunse "dovremmo essere pronti a considerare qualunque proposta che possa condurre [alla pace], purch ci siano garantite libert e indipendenza".310 Un simile atteggiamento del governo britannico nei confronti dell'Italia anticipava nettamente anche la posizione pi avanzata di Churchill riguardo a un negoziato di pace con Hitler. Ormai, nella mente e nel linguaggio di Halifax l'idea di tenere l'Italia fuori dalla guerra e quella, pi grandiosa, di indurre Hitler a deporre le armi, si erano fuse insieme. D'ora in poi, per il ministro degli Esteri, qualunque contatto con l'Italia sarebbe stato sinonimo della soluzione che lui stesso (parlando con Bastianini) defin "Accordo generale europeo", in cui l'Italia non avrebbe ricevuto alcuna offerta se non vincolata a questo patto pi ampio.
Ormai anche Churchill aveva compreso che rivolgere una proposta formale all'Italia avrebbe significato far scivolare la Gran Bretagna lungo un piano inclinato, in fondo al quale l'attendevano i negoziati di pace con Berlino. Dunque rispose ad Halifax: "Si otterrebbero pace e sicurezza in un'Europa dominata dalla Germania. Questo  inaccettabile. Dobbiamo garantirci libert e indipendenza totali. [Sono] contrario a qualunque trattativa che possa determinare una limitazione dei nostri diritti e del nostro potere".311
Halifax, dopo avere ribadito pi volte che accettare una limitazione di quel tipo era fuori discussione, aggiunse che se Francia e Gran Bretagna si fossero presentate come un fronte comune nella suddetta trattativa, avrebbero avuto "un potente strumento su cui fare leva per ottenere condizioni favorevoli di grande importanza". Dichiar inoltre: "Se i francesi mirano a un accordo [pacifico], per loro sarebbe un punto di forza mettere in chiaro con Hitler l'impossibilit di stipulare una pace separata".312
Churchill, che invece riteneva pi probabile l'offerta di accordi individuali, rispose che i tedeschi avrebbero proposto "condizioni di pace il pi possibile allettanti per i francesi" e sottoline il fatto che "le loro divergenze non [erano] con la Francia, bens con l'Inghilterra".313
I capi di stato maggiore avevano preparato una relazione delineando le possibili conseguenze in caso di resa della Francia. Una lettura sconfortante. Halifax ne illustr il contenuto: "Le nostre possibilit di portare avanti individualmente la guerra contro la Germania dipendono soprattutto dalla capacit di stabilire e mantenere la superiorit aerea sui tedeschi". Tuttavia, una volta assunto il controllo dell'esercito francese, i tedeschi non avrebbero pi avuto bisogno di investire tutte le loro risorse in una battaglia terrestre sul continente e, di conseguenza, sarebbero stati "liberi di concentrare i loro sforzi sulla produzione aerea". Era un pensiero terrificante e un argomento persuasivo per sollecitare la pace immediata. La superiorit della Luftwaffe era gi considerevole. Se fosse diventata ancora pi forte, la RAF non avrebbe avuto alcuna possibilit di contrastarla. Trattative di pace o no, Halifax sugger: "Come ultima risorsa, dovremmo chiedere ai francesi di mettere fuori uso i loro stabilimenti [aerei]".314
La riunione del Gabinetto si concluse senza una vera risoluzione. Anche un inguaribile ottimista come Churchill, ormai, aveva capito di essere alla completa merc della Francia e le pressioni diventavano sempre pi forti. Non aveva quasi pi alternative.
Durante la successiva riunione del Gabinetto di guerra, il 26 maggio alle 14.00, la discussione devi sull'ipotesi imminente della caduta di Parigi.
Churchill rifer ci che gli aveva detto Reynaud: "Obbedir agli ordini e combatter finch gli verr chiesto di farlo, ed  disposto a lottare sino alla fine per l'onore della bandiera, ma non crede che la Francia regger a lungo contro un inesorabile assalto tedesco". I francesi disponevano di cinquanta divisioni contro le centocinquanta della Germania e ovviamente era impossibile "vincere la guerra sulla terraferma". Reynaud aveva domandato a Churchill dove la Francia avrebbe potuto "cercare la salvezza". Qualcuno aveva suggerito "di rivolgersi un'altra volta all'Italia". Secondo Reynaud, in cambio della pace, l'Italia avrebbe preteso "la neutralizzazione di Gibilterra e del canale di Suez, la smilitarizzazione di Malta e la limitazione delle forze navali nel Mediterraneo",315 un'offerta che la Francia riteneva necessaria, se poteva servire a tenere l'Italia fuori dalla guerra.
Churchill voleva assolutamente spronare Reynaud, perch, per consentire la ritirata del Corpo di spedizione britannico, era indispensabile che la Francia continuasse a combattere. "Noi non cederemo per alcun motivo" aveva detto al premier. "Preferiamo combattere fino alla fine piuttosto che essere soggiogati dalla Germania. In ogni caso, crediamo di avere buone possibilit di scampare all'assalto tedesco. La Francia, tuttavia, deve restare in guerra".316
Quindi, rivolgendosi ai membri del Gabinetto, Churchill sugger che qualcuno si recasse all'Ammiragliato per parlare direttamente con Reynaud. Il prescelto fu Halifax, il pacificatore. E cos Winston, dopo aver usato parole dure con Reynaud, incaric il suo pi fervente pacifista di proseguire quella fondamentale conversazione. Stava forse inviando messaggi contraddittori?
Nel corso della seduta Churchill si espresse con maggiore realismo: era ancora convinto che la Gran Bretagna avesse una flebile possibilit di uscire indenne da quella situazione, ma la Francia avrebbe dovuto "tenere duro per altri tre mesi" e, in quel caso, la situazione sarebbe stata "completamente diversa".317 Un'altra prova della sua scarsa fiducia nelle reali possibilit di riuscita della Gran Bretagna.
Halifax, che esitava ad abbandonare la riunione, approfitt di quel raro lampo di realismo per ribadire la necessit di interpellare l'Italia, con tutte le implicazioni del caso. "L'ultima cosa che Mussolini desidera" insist " vedere l'Europa dominata da Hitler. Sarebbe ben lieto, se possibile, di persuadere Hitler ad assumere una posizione pi ragionevole." Alla fine, nella sua lunga schermaglia con Halifax, Churchill si trov messo all'angolo e dovette riconoscere (nella prima di una lunga serie di concessioni che mettono in discussione l'immagine che abbiamo di lui) che pur dubitando "dell'utilit di un confronto con l'Italia ... la questione [meritava] il vaglio del Gabinetto di guerra".318
Un altro un punto a favore di Halifax. Nell'arco di pochi giorni, l'uomo che non voleva nemmeno sentir parlare di colloqui o di resa era svanito. Ma questo era l'effetto della valanga di cattive notizie e di pressioni collettive che avevano finito per schiacciare le sue speranze iniziali.
Halifax si rec doverosamente all'Ammiragliato per incontrare Reynaud e, dopo la partenza del presidente del Consiglio francese, fu raggiunto dai membri del Gabinetto di guerra.
Per un capriccio del destino, Bridges, il segretario di Gabinetto, non era presente durante i primi quindici minuti di incontro e, di conseguenza, non esiste un verbale per quel lasso di tempo. Ma  chiaro che Churchill era ormai preda di un'estrema tensione e, come si intuisce dai verbali della riunione di Gabinetto del giorno seguente e dal diario di Chamberlain, durante quella seduta rilasci la sua dichiarazione fino ad allora pi sorprendente riguardo ai negoziati di pace.
Sir Alexander Cadogan, che era presente alle ore 17.00, descrisse Churchill come "troppo sconclusionato, romantico, emotivo, instabile".319 Per quale ragione, viene da chiedersi?
Il diario di Chamberlain avvalora l'ipotesi che quel giorno, e molto probabilmente in quel momento, il primo ministro giunse a un importante punto di svolta nelle sue valutazioni riguardo alle trattative di pace con la Germania. Da quanto si legge, Churchill dichiar: "Non  credibile che Hitler accetti condizioni di pace soddisfacenti per noi, ma se potessimo trarci d'impaccio rinunciando a Malta, Gibilterra e a qualche colonia africana, [Winston] coglierebbe l'occasione al volo".320
Inoltre, ecco cosa emerge da una nota riportata nel verbale del Gabinetto di guerra del 27 maggio:
Durante il dibattito di ieri [26 maggio], [Halifax] aveva domandato al primo ministro se, dopo aver appurato che questioni essenziali per l'indipendenza di questo paese erano rimaste immutate, fosse disposto a negoziare. Il primo ministro si era detto ben lieto di uscire dalle attuali difficolt a tali condizioni, a patto di conservare gli elementi essenziali e costitutivi della nostra forza vitale, anche a costo di qualche cessione territoriale.321
Il sospetto, quindi,  che le dichiarazioni di Churchill siano avvenute nei quindici minuti in cui la mano di Bridges non aveva ancora afferrato la penna della storia.  impensabile, infatti, che una concessione cos significativa, sebbene confermata da altre due fonti, non venga neppure menzionata nel verbale della riunione di quel giorno. Se il richiamo di Halifax non fosse stato ufficialmente verbalizzato durante la seduta del giorno successivo, le parole del primo ministro sarebbero sopravvissute soltanto nelle pagine inedite del diario di Chamberlain, accessibile ai lettori tramite gli archivi dell'Universit di Birmingham.
Una cospirazione? Questo radicale cambio di rotta, in cui Churchill dichiara che ascolterebbe volentieri una ragionevole offerta di pace da parte di Hitler, non viene minimamente citato dal suo biografo ufficiale, Martin Gilbert.
Appena Bridges inizi a redigere il verbale, Winston torn agguerrito come al solito, forse per timore di rendere pubbliche le sue reali intenzioni.
E cos, gli atti ufficiali riportano il suo solito ritornello. Era impensabile che Hitler proponesse alla Gran Bretagna un trattato di pace decoroso: "Non ci sono limiti alle condizioni che la Germania ci imporrebbe se l'avesse vinta"322 afferm. Ovviamente, sperava che la Francia tenesse duro, ma aggiunse: "Allo stesso tempo, non dobbiamo ridurci a una posizione di debolezza in cui preghiamo Mussolini di chiedere a Hitler di trattarci bene. Non dobbiamo rimanere invischiati in una posizione simile senza avere prima combattuto seriamente".323
Halifax, forse esasperato da quel tiraemolla, attacc Churchill ribadendo con placido vigore che, rispetto al primo ministro, lui attribuiva "forse pi importanza al fatto che la Francia potesse saggiare le possibilit dell'equilibrio europeo". Inoltre, disse di non essere "molto convinto n della correttezza dell'analisi del primo ministro, n della convenienza di Hitler a pretendere condizioni vergognose". Ovviamente, in quanto inglese, Halifax non avrebbe accettato "condizioni lesive dell'indipendenza" del paese, ma aggiunse: "Se Mussolini fosse preoccupato come crediamo per il potere di Hitler e fosse disposto a valutare la situazione dal punto di vista dell'equilibrio di potere, allora potremmo considerare le richieste italiane. In ogni caso, tentare non costa nulla".324
Un dissenso cos profondo tra queste due personalit, nel momento in cui avrebbero dovuto collaborare, era pericoloso. I presenti contribuirono ben poco a quel feroce dibattito, in cui la posta in gioco era nientemeno che il futuro della Gran Bretagna, dell'Europa e del mondo.
Vediamo in sostanza le due posizioni. Halifax poteva tollerare, anche se non di buon grado, un'Europa dominata da Hitler, purch l'autonomia britannica fosse garantita da un trattato di pace. In tal modo sentiva di rappresentare il volere di gran parte del suo partito e del popolo, oltre che dei profondi e assennati conoscitori del campo di battaglia. Winston, da parte sua, stava cominciando ad accettare l'idea che un trattato di pace potesse rappresentare una via d'uscita, ma restava la domanda da un milione di sterline: qual era il momento migliore per imboccare quella strada? Subito oppure in seguito?
Il ministro laburista Arthur Greenwood non era convinto della potenziale utilit di Mussolini e, durante la seduta, disse di dubitare che il duce avesse la facolt di "assumere una condotta indipendente da Hitler". Secondo Chamberlain, Mussolini avrebbe "assunto una condotta indipendente solo se Hitler fosse [stato] disposto a adeguarsi a essa" e, nel tentativo di mettere pace nella stanza, aggiunse che era "un problema molto complesso, da sviscerare sotto ogni punto di vista".325
La discussione non li stava portando da nessuna parte. A un certo punto Churchill dichiar: "Meglio non prendere decisioni prima di sapere quanti membri dell'esercito riusciremo a reimbarcare dalla Francia. Pu darsi che l'operazione sia un totale fallimento. O magari i nostri soldati combatteranno in maniera superba e riusciremo a salvare una parte considerevole del Corpo di spedizione".326
Secondo Churchill, la via dei negoziati di pace tanto caldeggiata da Halifax - in cui i territori venivano usati come merce di scambio - avrebbe favorito soltanto la Germania, elargendole territori coloniali e concessioni nel Mediterraneo: "Nessuna di queste opzioni  accettabile. Le condizioni proposte [dalla Germania], per esempio, ci impedirebbero senz'altro di completare il riarmo". Halifax gli assicur che, in un caso simile, la Gran Bretagna avrebbe ovviamente respinto l'accordo, ma Churchill era irremovibile: "Hitler crede di avere il coltello dalla parte del manico. L'unica cosa da fare  dimostrargli che non pu conquistare questo paese". E se, come si aspettava da Reynaud, la Francia non fosse pi stata in grado di combattere, aggiunse: "Le nostre strade dovranno dividersi".327
Da anni molti membri del Gabinetto di guerra presenti in sala consideravano Churchill un guerrafondaio. Escludere completamente l'ipotesi di un trattato di pace non avrebbe che consolidato quella fama, allontanando personalit come Halifax e Chamberlain, del cui sostegno Winston aveva un disperato bisogno. Quindi, dopo aver valutato le sue scarse alternative, precis: "Tuttavia ... non [sollevo] obiezioni su un'eventuale proposta al Signor Mussolini".328
Il linguaggio e lo spirito di Winston, dunque, stavano gradualmente cambiando; termini come "mai" avevano lasciato spazio a verbi come "considerare" ed era subentrata la disponibilit a "non sollevare obiezioni" davanti a quel primo passo nel processo di pace: un passo che mirava principalmente a stabilire a quale prezzo l'Italia avrebbe accettato di fare da mediatrice nelle trattative tra la Germania e la Gran Bretagna, in previsione della probabile uscita di scena della Francia.
Greenwood e Chamberlain erano entrambi convinti che il duce avrebbe approfittato dell'occasione per avanzare pretese non solo su Malta, Gibilterra e Suez, ma anche su Somalia, Kenya e Uganda. E molto probabilmente avevano ragione. Nella lettera del 18 maggio in cui respingeva la causa degli Alleati, Mussolini aveva ovviamente portato come esempio il duro trattamento riservato all'Italia da parte della Gran Bretagna in Africa. Greenwood si domand inoltre se, con il rapido aggravarsi della situazione in Francia e con "Parigi a un passo dalla conquista", i negoziati potessero "davvero servire a qualcosa".329 Halifax rispose con un'ammonizione: "[Se] scoprissimo di poter ottenere condizioni che non presuppongono l'annientamento della nostra indipendenza, saremmo degli sciocchi a non accettarle".330 Non avrebbe potuto essere pi chiaro. Secondo lui, era da "sciocchi" snobbare un accordo con la Germania in cui era contemplata l'indipendenza della Gran Bretagna.
Winston non replic, ma senza dubbio continu a tamburellare alacremente con l'anulare sul bracciolo di legno smaltato della sua poltrona (dopo la guerra si scopr che, in sei anni di tormentosi dibattiti, quel tamburellio agitato aveva consumato diversi strati di smalto). Cosa avrebbe detto ora? Cosa avrebbe fatto?
La risposta  negli atti.
Dopo una ponderata battaglia durata pi di quattro ore, durante la quale uomini potenti si erano scagliati addosso le loro aspirazioni pi profonde e i loro princpi pi radicati, Churchill dichiar chiuso il dibattito, accordando ad Halifax il permesso di far circolare un promemoria che illustrasse la sua proposta di accordo con l'Italia da discutere il giorno seguente.
Halifax aveva vinto.
Chiss come si sentiva sollevato! E come doveva sembrargli vicina la pace adesso che l'orologio della diplomazia si era messo in moto. Lasci la Sala del Gabinetto e corse a stilare una bozza di protocollo in grado di riportare la pace vera e propria in un'Europa a brandelli: un obiettivo da nulla!
Quanto a Churchill, il corso degli eventi e le pressioni politiche lo avevano costretto ad arretrare considerevolmente, ma non era da lui restare sulla difensiva. E cos, mentre Halifax era impegnato a redigere la sua bozza, Winston torn a concentrarsi su una strategia di fuga alternativa.
In sostanza, si trattava di mettere in salvo l'esercito. Diversamente, la Gran Bretagna non avrebbe nemmeno potuto pretendere condizioni di pace accettabili, figurarsi continuare a combattere. Il paese si sarebbe ritrovato nella stessa tremenda posizione della Francia e non avrebbe potuto fare altro che accettare le condizioni che la Germania era disposta a elargire. Era essenziale garantire la riuscita dell'evacuazione del Corpo di spedizione britannico da Dunkerque. Ma come?
Una volta, riferendosi a Churchill, Roosevelt disse: "Ha un centinaio di idee al giorno. Quattro sono buone, le altre novantasei decisamente pericolose".331
L'idea che aveva avuto sei giorni prima rientrava nelle quattro ed era - come si direbbe oggi - una vera bomba. Presentava tutte le caratteristiche delle grandi idee di Winston: sorprendente, ambiziosa, rischiosa ma fattibile, potenzialmente costosa in termini di vite umane e, a prima vista, decisamente bizzarra.
Il 20 maggio, durante la riunione mattutina del Gabinetto di guerra, si era discusso nuovamente delle truppe dirette a Dunkerque. Trecentomila uomini stavano per raggiungere un porto bloccato da navi britanniche in fiamme. La marina di Sua Maest non era in grado di avvicinarsi sufficientemente alla costa per effettuare un salvataggio, non senza subire il furioso attacco della Luftwaffe. Secondo Ironside, sarebbe gi stata una fortuna riuscire a trarre in salvo il 10 per cento degli uomini.
Dal verbale della riunione risulta la seguente replica: "Come misura precauzionale, il primo ministro ha chiesto che l'Ammiragliato riunisca una gran quantit di piccole imbarcazioni [civili] pronte a raggiungere porti e baie della costa francese".332
Piccole imbarcazioni? La brillante idea di Winston - che sorprendentemente, a quanto mi risulta, non gli  mai stata riconosciuta in nessuna biografia n servizio giornalistico - fu quella di chiedere ai civili, o perlomeno a coloro che disponevano di una barca di dimensioni utili, di riunirsi in una sorta di flotta raffazzonata e attraversare la Manica per portare in salvo l'esercito britannico.
 raro che la paternit di quest'idea tremendamente rischiosa, che divenne famosa come "il salvataggio delle piccole imbarcazioni", venga attribuita a Churchill, anche dagli storici stessi.
A qualche ora dalla geniale trovata, il viceammiraglio Bertram Ramsay, ammiraglio al comando di Dover e vecchio commilitone rientrato dalla pensione su richiesta di Churchill, ricevette l'ordine di riunire una flotta di imbarcazioni civili in grado di salpare per i porti della Manica ed evacuare in Inghilterra il Corpo di spedizione britannico.
E cos sei giorni dopo, mentre Halifax, nella sua foga pacificatrice, stilava sagaci parole di supplica da rivolgere a un dittatore squilibrato, Winston si rec in tutta fretta all'Ammiragliato. Voleva assolutamente trovare un piano alternativo. Il capitano Claude Berkley, membro del Segretariato del Gabinetto di guerra, annot nel suo diario: "[Churchill] era agitatissimo e mise in subbuglio tutto il personale precipitandosi a Downing Street senza una parola di avvertimento, gridando che non ci saremmo mai arresi".333 Nel frattempo Ramsay, dal quartier generale nei sotterranei del castello di Dover, era riuscito a diramare un appello tramite la BBC e, fino ad allora, aveva riunito pi di ottocento "piccole imbarcazioni" per una delle imprese pi ardite della guerra.
Erano le 18.57 del 26 maggio 1940 quando Churchill ordin: "Che l'Operazione Dynamo abbia inizio".334
Furono messe a rischio le vite di tanti civili, ma Winston riteneva - non a torto - che la Gran Bretagna, disponendo di un esercito, avrebbe potuto combattere o negoziare e scampare cos alla rovina.
Contemporaneamente all'avvio dell'Operazione Dynamo, Churchill invi un altro telegramma alla guarnigione del generale di brigata Nicholson, a Calais, per informarlo che non ci sarebbe stata alcuna evacuazione e che avrebbero dovuto "combattere fino alla fine".335
Nicholson e la sua guarnigione obbedirono. Rifiutarono di arrendersi e resistettero fino all'ultimo, quando la svastica fu issata sul campanile del municipio. Furono sgominati quel giorno stesso e fatti uscire dalla cittadella in fila indiana, con le mani sopra la testa. I tedeschi li condussero nel cortile, per poi schierarli davanti alle mitragliatrici. Prigionieri di guerra. I coraggiosi uomini di Calais finirono nei campi di prigionia, dove i pi fortunati sarebbero rimasti per l'intera durata del conflitto e gli altri avrebbero trovato la morte. Il generale di brigata Nicholson mor tre anni dopo precipitando da una finestra nel campo in cui era stato internato, un probabile suicidio.
Nelle memorie di Anthony Eden, la decisione di non evacuare la guarnigione di Calais venne definita "una delle pi dolorose dell'intera guerra".336 Per Churchill, il dolore fu pi acuto che per chiunque altro, poich aveva dato ordine di sacrificare oltre duemila uomini nella speranza di salvarne diverse centinaia di migliaia. Ismay ricorda che quella sera, quando torn all'Ammiragliato insieme a lui, a Eden e a Ironside, Churchill era "stranamente silenzioso durante la cena ... e mangiava e beveva con palese disgusto".337
Cos'aveva per la testa? Calais, senz'altro. Halifax, di certo. Hitler, immancabilmente. L'Operazione Dynamo, con la piccola flotta di civili che solcava le onde diretta a Dunkerque, sicuramente. La sua capacit di leader, forse. Insicurezza, senso di colpa, rimorso, sfinimento devono aver avuto il loro spazio.
Quando si alzarono da tavola, Churchill, con la tristezza sul volto, disse loro: "Mi sento prostrato".338 Una prostrazione frutto del rimorso di aver condannato quegli uomini coraggiosi a un terribile destino, della preoccupazione di perdere un intero esercito, del timore che l'unica via d'uscita fossero le asfissianti condizioni dei nemici. Aveva toccato il fondo. Ma il giorno seguente lo attendevano ulteriori pressioni e un irreparabile frattura nel Gabinetto di guerra.

LUNED 27 MAGGIO 1940
A CHURCHILL GIUNGE VOCE CHE IL RE DEL BELGIO STA PRENDENDO IN CONSIDERAZIONE L'IPOTESI DI ARRENDERSI AI TEDESCHI
COMPLETATO IL SUO MEMORANDUM "SUGGESTED APPROACH TO ITALY", LORD HALIFAX VALUTA L'IDEA DI TRATTARE LA PACE CON LA GERMANIA
LE SS CATTURANO E UCCIDONO NOVANTASETTE SOLDATI BRITANNICI NEI PRESSI DI LE PARADIS, IN FRANCIA


IX
CRISI DI GABINETTO E LEADERSHIP

Dopo aver dato, la sera prima, l'ordine d'avvio dell'Operazione Dynamo, alle 7.15 del 27 maggio Churchill ricevette il primo dispaccio, e non erano buone notizie. La guarnigione navale di Dover gli comunicava infatti: "Tra Calais e Dunkerque la situazione si sta mettendo male. Il nemico ha piazzato quaranta pezzi d'artiglieria a Gravelines [un centro minore tra Calais e Dunkerque] e sta cannoneggiando sulle navi in avvicinamento a Dunkerque".339 Se le imbarcazioni non fossero riuscite a entrare nel porto per recuperare i soldati, le truppe inglesi avrebbero finito per trovarsi completamente circondate, senza possibilit di fuga.
La sera precedente lord Halifax, profondamente assorto nella sua meditazione sugli accordi di pace, era stato raggiunto dal consigliere dell'ambasciata belga a Londra, il quale lo aveva informato che, "a quanto sembrava, il re del Belgio era convinto che la guerra fosse persa e stava considerando l'ipotesi di una pace separata con la Germania".340 Re Leopoldo III, cugino di Giorgio VI, era rimasto con le truppe, quando il suo governo si era "trasferito in terra straniera [ovvero in Francia] per continuare la battaglia".341 Alle 11.30 Halifax rifer la notizia al Gabinetto di guerra, a giudizio del quale "l'azione del sovrano [belga] avrebbe spaccato la nazione, consegnandola nelle mani di Hitler".342 Churchill telegraf immediatamente all'ammiraglio sir Roger Keyes, ufficiale di collegamento con re Leopoldo III, chiedendogli di "fare presente al re le disastrose conseguenze che quella decisione avrebbe avuto per gli Alleati e per il Belgio".343 L'esercito belga era in gran parte impegnato nel nord della Francia, accanto al Corpo di spedizione britannico, ma dell'ordine di evacuazione era ancora all'oscuro. Churchill si rendeva conto dell'enorme sforzo che stava chiedendo ai belgi, ma sapeva che, se si fossero arresi, avrebbero lasciato il fianco degli Alleati completamente scoperto, mettendo a repentaglio il ritiro degli inglesi dalla costa. In una comunicazione separata a lord Gort, comandante in capo del Corpo di spedizione britannico, riconosceva: "Stiamo chiedendo loro di sacrificarsi per noi".344
Dinanzi alla prospettiva di ulteriori rese in campo alleato, il pensiero corse nuovamente agli Stati Uniti. L'ambasciatore britannico a Washington aveva avanzato con un telegramma ad Halifax l'idea di "cedere agli americani qualche nostro possedimento nel Nuovo Mondo, a titolo di parziale rimborso del nostro debito", perch "una simile offerta da parte nostra desterebbe negli Stati Uniti profonda impressione, a vantaggio della nostra sicurezza".345 Per Halifax si trattava di un'interessante opzione alternativa che valeva la pena di sondare, ma Churchill, ancora una volta, si dichiar contrario: "In questa guerra" disse "gli Stati Uniti non ci hanno praticamente fornito alcun aiuto, e ora che si sono resi conto di quanto immane fosse il pericolo, hanno evidentemente deciso di serbare tutto ci che poteva esserci d'aiuto per difendere se stessi".346 Il primo ministro era stanco di queste continue proposte di scendere a patti, e al termine del Gabinetto di guerra annunci che avrebbe "diramato ai ministri l'ingiunzione generale di esprimersi con toni improntati a fiducia e sicurezza. Era convinto che il grosso della popolazione inglese fosse refrattario a qualsiasi ipotesi di sconfitta".347 Churchill chiese a Ismay di far valutare ancora una volta allo stato maggiore, prima della seduta successiva, quali fossero "le prospettive nel caso in cui l'Inghilterra avesse dovuto proseguire la guerra contro la Germania, e verosimilmente l'Italia, in solitudine".348
Seduti al tavolo del Gabinetto di guerra, questa volta non c'erano i soliti venti membri, impegnati a discutere gli infiniti punti dell'ordine del giorno. Alla riunione delle 16.30 del 27 maggio erano presenti solo Churchill, Halifax, Chamberlain, Clement Attlee, Arthur Greenwood, il sottosegretario agli Esteri sir Alexander Cadogan, il ministro dell'Aeronautica sir Archibald Sinclair e il segretario di Gabinetto sir Edward Bridges, e l'argomento sul tavolo era uno solo: quale linea adottare con Mussolini.
Il fatto che Churchill avesse convocato il leader del Partito liberale, Sinclair, vecchio amico e vecchio critico dell'appeasement, era una sfida al protocollo e un evidente tentativo di rafforzare una posizione indebolita da quanto era accaduto sul campo di battaglia.
La discussione avrebbe finalmente visto Halifax e i suoi sostenitori - gran parte dei Tories - scagliarsi in forze contro il loro compagno di partito, Churchill, la cui ostinata determinazione a continuare la guerra anche in solitudine pareva ad Halifax illogica e irrealistica, oltre che contraria al bene del paese.
Seguendo la proposta avanzata il giorno prima da Paul Reynaud, secondo cui i governi di Inghilterra e Francia avrebbero dovuto interpellare direttamente Mussolini per cercare di tenere l'Italia lontano dal conflitto, prima della seduta lord Halifax aveva fatto circolare una nota con le possibili opzioni:
Se il Signor Mussolini accetter di lavorare con noi alla ricerca di un compromesso ... avvieremo immediatamente il confronto, con il desiderio di dare soluzione alle questioni che a Mussolini stanno principalmente a cuore. Sappiamo che egli desidera risolvere certi nodi che riguardano il Mediterraneo, e se in via riservata ci far sapere di che cosa si tratta, Francia e Gran Bretagna si attiveranno immediatamente per cercare di dargli soddisfazione.349
Il Gabinetto di guerra fu poi informato da Halifax che "dal presidente Roosevelt  giunta un'apertura sulla falsariga del nostro memorandum".350 Il riferimento era a quanto gli inglesi avevano richiesto un po' di tempo addietro, convinti, allora, di ottenere risposta positiva; adesso per, con la Francia sull'orlo della caduta, Chamberlain era convinto che fosse troppo tardi, e che l'Italia, avendo ormai messo gli occhi sui vantaggi lucrabili da una vittoria dei tedeschi, stesse aspettando il crollo della Francia per scendere in campo con le sue avide pretese.
Quanto ai francesi, che ai sensi del patto anglo-francese avevano chiesto il permesso di interloquire separatamente con l'Italia, Churchill era persuaso che "non ne sarebbe scaturito niente, ma valeva la pena di [lasciarli] provare, per mantenere serene le [nostre] relazioni con un alleato in grave difficolt".351
Quindi tocc ai ministri esprimere a turno la loro opinione. Sir Archibald Sinclair, l'arma segreta di Churchill in quel consesso, fece la sua parte, dichiarandosi fermamente convinto che qualsiasi approccio all'Italia in cui fosse stata coinvolta la Gran Bretagna sarebbe apparso come un atto di debolezza e dunque "un segnale di incoraggiamento per i tedeschi e gli italiani"; l'Inghilterra, tuttavia, avrebbe dovuto fare tutto il possibile per "migliorare la situazione dei francesi". L'idea di inviare una lettera agli italiani trov una recisa opposizione in entrambi i ministri laburisti: "Una simile iniziativa" disse Clement Attlee "sarebbe priva di risultati concreti e ci recherebbe notevole danno. La soluzione proposta finirebbe inevitabilmente per portarci a chiedere al Signor Mussolini di intercedere [con la Germania] per farci avere un accordo di pace".352
Attlee aveva giustamente compreso che in ultima analisi la questione sul tavolo era se l'Inghilterra dovesse avviare trattative di pace con Berlino.
Arthur Greenwood, notando la stessa cosa, insist sul punto: "Se finissimo per trattare [la pace] a costo di cedere territorio inglese, le conseguenze sarebbero terribili ... All'Italia il primo ministro e Reynaud hanno gi avanzato alcune proposte, che non hanno per trovato buona accoglienza. Ostinarsi su questa strada porterebbe al disastro".353
Accortosi che il vento spirava ormai a suo favore, Churchill reag in modo energico.  chiaro che dall'originaria istanza di Reynaud, secondo cui Inghilterra e Francia avrebbero dovuto adoperarsi per cercare di convincere l'Italia a non entrare in guerra, al centro della discussione erano ben presto finite l'ipotesi di negoziare la pace e l'idea prospettata da Halifax di accordarsi con Hitler "sull'assetto dell'Europa".
Ecco come i verbali ci restituiscono la posizione di Churchill:
 apparso sempre pi contrariato dalla futilit dell'idea di blandire il Signor Mussolini, iniziativa che quest'ultimo guarderebbe senz'altro con disprezzo. A M[onsieur] Reynaud questa opzione gioverebbe decisamente meno di una linea improntata alla fermezza. Essa, inoltre, incrinerebbe l'integrit dello spirito combattivo nel nostro paese ... Si  peraltro detto dubbioso che la Francia sia incline ad arrendersi come vuole far credere M[onsieur] Reynaud. In ogni caso noi non dobbiamo farci trascinare a fondo dalla Francia. Se i francesi non fossero disposti a proseguire nella lotta - ma egli dubita che sia cos - che si arrendano pure. Se il nostro paese soccomber, la Francia diventer uno stato vassallo; se invece vinceremo, potremo salvarla. Il miglior modo per aiutare Reynaud  fargli avvertire con chiarezza che, qualsiasi cosa sar della Francia, noi continueremo a combattere fino all'ultimo.
Al momento il nostro prestigio in Europa  molto basso. L'unico modo per risollevarlo  far vedere che la Germania non ci ha battuti. Se dopo due o tre mesi riusciremo a mostrare che non siamo ancora stati sconfitti, riconquisteremo il nostro prestigio. Ma anche qualora venissimo sconfitti, la nostra condizione non sarebbe certo peggiore di quella in cui finiremmo se abbandonassimo la lotta adesso. Evitiamo quindi di seguire i francesi lungo un sentiero scivoloso: con la manovra che propongono ci addentreremmo sulla strada del negoziato talmente in profondit che tornare indietro sarebbe impossibile. Per interloquire con l'Italia abbiamo gi fatto molto: non facciamoci trascinare da M[onsieur] Reynaud in una situazione confusa. La linea che propone non solo  inutile, ma ci esporrebbe a un pericolo mortale ... Se si verifica il peggio, per il nostro paese non sar indegno cadere combattendo in aiuto di altri paesi, calpestati dalla tirannide nazista.354
Questa arringa appassionata produsse una subitanea rottura. Le posizioni strategiche e ideologiche che fin dalla met degli anni Trenta avevano contrapposto Winston Churchill ai sostenitori dell'appeasement erano venute di nuovo, e con forza, allo scoperto.
Intervenendo in aiuto dell'improvvisamente isolato Halifax, Chamberlain sconfess le sue antiche obiezioni alla linea proposta da Reynaud e si pronunci in difesa del ministro degli Esteri. "Pur convenendo sul fatto che l'iniziativa proposta non sarebbe stata di alcuna utilit, ha detto di ritenere che dovremmo portarla avanti ancora un poco, per non abbattere il morale dei francesi. La nostra risposta non dev'essere un completo rifiuto".355
A questo punto, scrisse Bridges, si apr una discussione. Senza riportare in dettaglio ci che fu detto, il segretario di Gabinetto registr: "Si  convenuto che la soluzione migliore  rispondere sulla traccia di queste argomentazioni".356
Nonostante l'intervento di Chamberlain, Halifax aveva raggiunto il limite della sopportazione per la retorica churchilliana, e a proposito della seduta scrisse nel suo diario: " esasperante vedere come [Churchill] si lasci prendere dalla passione proprio quando dovrebbe invece far funzionare il cervello e ragionare".357
Per Halifax l'idea che fosse meglio "cadere combattendo in aiuto di altri paesi, calpestati dalla tirannide nazista" era decisamente eccessiva, soprattutto alla luce della sua convinzione che si potesse realmente arrivare a una soluzione pacifica e che l'Inghilterra si potesse risparmiare il sacrificio di tante giovani vite. Senza considerare che Churchill aveva appena compiuto una plateale inversione di rotta: appena un giorno prima, infatti, aveva approvato la bozza di quel memorandum dichiarandosi "felice" se i colloqui di pace avessero offerto una via d'uscita dalla crisi. Ora invece definiva quel documento - e la posizione di Halifax, se non Halifax stesso - un "pericolo mortale".
Halifax aveva capito che gli si voleva dare una lezione davanti a tutti i presenti, e la cosa non gli riusciva affatto gradita. Ci che lui e gli altri fautori dell'appeasement temevano con l'ascesa al potere di Churchill era proprio quell'incostanza di umore e di opinione. Visibilmente irritato che la sua proposta, ai suoi occhi decisamente ragionevole e patriottica, venisse presentata come un'ipotesi aberrante e antipatriottica, Halifax volle che le sue "profonde divergenze di prospettiva" fossero sancite con nettezza e documentate una volta per tutte: nessuno doveva dubitare che egli fosse pronto a battersi per le sue idee, per la loro sensatezza e per la loro moralit. Chiar quindi che "a suo avviso non c'era nulla in comune tra l'iniziativa che stava proponendo e l'idea di chiedere la pace adottando una linea che avrebbe condotto il paese al disastro".358
Facendo poi riferimento alle parole pronunciate da Churchill il giorno prima (quando il premier non solo si era detto "pronto" a trattare la pace, ma aveva persino dichiarato che sarebbe stato "felice" qualora si fosse trovato il modo di appianare pacificamente le cose con la Germania attraverso concessioni di natura territoriale), Halifax aggiunse che adesso invece il primo ministro sembra sostenere che non dovremmo considerare, a nessun patto, altra opzione se non quella di combattere fino alla fine. Verosimilmente stiamo agitando una questione accademica, perch difficilmente riceveremmo proposte non in contrasto con le condizioni che riteniamo irrinunciabili. Se per fosse possibile raggiungere un'intesa che non collidesse con tali condizioni, difficilmente lui [Halifax] se la sentirebbe di sottoscrivere la posizione test espressa dal primo ministro. Il primo ministro ha detto che in due o tre mesi si capir se siamo in grado di far fronte alla minaccia aerea. Ci significa che il futuro del paese dipender dalla capacit del nemico di bombardare i luoghi in cui si fabbricano i nostri velivoli. Se fosse in gioco la nostra indipendenza, sarebbe anch'egli pronto a correre un simile rischio; ma se cos non fosse, riterrebbe opportuno accettare qualsiasi offerta capace di sottrarre il paese all'inevitabile catastrofe.359
Dello scambio di opinioni che aveva avuto luogo il giorno prima, quando Churchill aveva dichiarato che sarebbe stato "felice di uscire da quella difficile situazione", non c' traccia in nessuno dei verbali. Probabilmente il colloquio precedette l'arrivo di Bridges alla "riunione informale del Gabinetto di guerra".360
Il diario di Neville Chamberlain, a ogni modo, conferma: "WC [Churchill] ha detto che Musso [Mussolini] sar interpellato, anche se dobbiamo prendere tempo per riflettere. Cos R [Reynaud] dovrebbe essere soddisfatto".361 Chamberlain registra inoltre l'inequivoca disponibilit di Churchill a cedere Malta, Gibilterra e qualche colonia africana.
Cogliere al volo un'offerta di pace avanzata da Hitler?
Abbiamo fondato motivo di ritenere che il giorno prima la disposizione d'animo e la posizione di Churchill fossero orientate in tal senso. Indubbiamente questo spiegherebbe la rabbia provata da Halifax nel constatare come il premier si fosse dall'oggi al domani rimangiato un'apertura tanto promettente e formulata con tanto entusiasmo.
A che gioco stava giocando Churchill? Le sue precedenti affermazioni erano state solo un modo per guadagnare tempo? O era invece stato sincero, quando, in quei cupi giorni, aveva parlato di trattare la pace?
Malgrado tutto ci per cui si era battuto fin dal 1933, dopo tutti i suoi discorsi e le sue invenzioni retoriche sulla vittoria, dobbiamo constatare che alla riunione del 26 maggio anche Churchill riteneva l'accordo con Hitler una soluzione possibile, e persino auspicabile. Non va per trascurato quale drammatico scenario spingesse a contemplare l'ipotesi di una simile intesa. L'Operazione Dynamo stava per iniziare, ma l'orizzonte si prospettava assai fosco: la distruzione dell'intero esercito britannico sembrava imminente. In quel momento Churchill si era dichiarato disponibile a sondare la possibilit di concludere un'intesa, purch l'Inghilterra preservasse la sua sovranit. Ben si comprende perci l'irritazione di Halifax per il veloce voltafaccia del premier. Scrive Andrew Roberts, il biografo di Halifax:
Le guerre combattute per le idee, quelle in cui le nazioni si consumano al punto di rischiare l'autodistruzione pur di annientare il nemico, erano completamente estranee al carattere di Halifax. Hitler aveva in tutta evidenza vinto il primo round di un conflitto che avrebbe potuto protrarsi per un decennio, e ad Halifax sembrava che cercare di ottenere almeno un po' di respiro, sull'esempio del trattato di Amiens [che aveva sospeso le guerre napoleoniche per quattordici mesi], fosse puro e semplice buonsenso. Se in questo modo si poteva salvare il Corpo di spedizione britannico e parte rilevante della Francia, ancor meglio.362
Ma era giunto il momento della replica di Churchill.
La foga di Halifax e la solidale lealt di Chamberlain nei suoi riguardi avevano indubbiamente assestato un colpo alla spocchia del primo ministro. Forse Churchill prima di rispondere ebbe un attimo di esitazione, sapendo che la penna della storia - al momento nella mano di Bridges - avrebbe registrato le sue parole, parole che avrebbero costituito un altro grande cambiamento di posizione, sia rispetto alle idee che aveva appena finito di esprimere, sia rispetto all'immagine che di lui ci saremmo formati. Esord quindi dicendo che "se Herr Hitler fosse disposto a siglare la pace in cambio del ripristino delle colonie tedesche e del pieno controllo sull'Europa centrale, sarebbe un conto...".363
Mettiamo un attimo in pausa l'intervento.
Si trattava di un'ammissione non da poco. Qui, secondo i verbali, Churchill si dice disponibile ad accettare non solo uno scenario in cui la Gran Bretagna sigla un accordo di pace con una Germania nazista vittoriosa nell'Europa continentale, ma persino a concedere a Hitler il dominio dell'Europa centrale. Se si leggono queste parole accanto a quelle da lui pronunciate il giorno prima - quel "felice" e quel cogliere "al volo", letterale o parafrasato che sia -, l'idea che ci  stata consegnata dagli storici, e cio che Churchill non ebbe mai il minimo tentennamento, non consider mai seriamente la possibilit di trattare la pace e non avvi mai alcuna concreta iniziativa in tal senso, rischia di andare in fumo.
Secondo il suo tipico stile, comunque, Churchill dot questa enorme concessione alla storia e ad Halifax di una postilla: "Che [Hitler] faccia un'offerta in tal senso  alquanto improbabile".364 Halifax avrebbe voluto che il primo ministro si fermasse qui; avrebbe voluto impedirgli di sottrarsi alle aperture verso la pace espresse il giorno precedente, e inscrivere una volta per tutte la lettera all'Italia in una strategia di pace che riguardasse l'Europa intera. Dai verbali del Gabinetto emerge che Halifax fece mettere agli atti quanto segue:
Il ministro degli Esteri dichiara di voler porre la seguente questione. Supponiamo che l'esercito francese capitoli e che Hitler avanzi una proposta di pace; supponiamo che il governo francese risponda: "Non possiamo negoziare una proposta fatta alla sola Francia: dovete trattare con tutti gli Alleati"; e supponiamo che Hitler - volendo, alla luce delle sue difficolt interne, chiudere al pi presto la guerra - offra condizioni di pace alla Francia e all'Inghilterra: il primo ministro sarebbe disposto a discuterle?365
Era una sfida non da poco da parte di Halifax, specialmente se si considera che le sue parole furono senz'altro mitigate dalla penna di Bridges. Nel diario di Halifax leggiamo: "Mi sembrava che Winston stesse dicendo le pi spaventose assurdit, e con lui Greenwood, e dopo avere sopportato per un po', ho detto senza giri di parole la mia opinione sul loro conto, aggiungendo che se la pensavano davvero cos, a quel punto le nostre strade si dividevano".366
Se Bridges avesse reso alla storia un servizio pi puntuale, chiss quale scambio di battute avremmo potuto leggere!
In mancanza di meglio, non ci resta che immaginarlo:
CHURCHILL: Visconte Halifax, come ho detto ieri, l'approccio che proponete  non solo futile, ma mortalmente pericoloso.
HALIFAX: QUI IL PERICOLO MORTALE  LA ROMANTICA FANTASTICHERIA DI COMBATTERE FINO ALL'ULTIMO! Cosa vuol dire "l'ultimo" se non la completa devastazione? Non c' nulla di eroico nel continuare a combattere quando si pu evitare di farlo. Non c' nulla di nemmeno lontanamente patriottico nel proclamare "o gloria o morte", quando le probabilit sono tutte sul secondo dei due esiti. E non c' nulla di inglorioso nel cercare di abbreviare una guerra che stiamo con ogni evidenza perdendo.
CHURCHILL: L'Europa  ancora...
HALIFAX (interrompendolo): L'EUROPA  PERSA! Persa.  il momento di trattare per ottenere le migliori condizioni possibili, prima che il nostro esercito venga completamente spazzato via. Hitler non ha interesse a imporci condizioni umilianti. Si render conto delle sue fragilit, sar ragionevole.
CHURCHILL (mostrando insofferenza): Ma quando la capirete la lezione? Dio santo! Quanti dittatori dovremo ancora vezzeggiare, blandire, favorire con immensi privilegi, per capire... che non si pu ragionare con una tigre quando si ha la testa nelle sue fauci!
HALIFAX: Signor primo ministro, penso sia necessario mettere agli atti che se l'unica prospettiva che sapete immaginare  quella di combattere fino all'ultimo e se non siete disposto nemmeno a discutere le condizioni di pace eventualmente proposte da Hitler, allora, sappiatelo, le nostre strade si dividono.
"Le nostre strade si dividono?"
Churchill sapeva perfettamente che incassare in quel momento le dimissioni di Halifax sarebbe stato una catastrofe. Senza il calmo consiglio del ministro degli Esteri il premier, che molti ancora ritenevano una testa calda, si sarebbe trovato con ogni probabilit davanti a una mozione di sfiducia della Camera, dalla quale sarebbe quasi certamente uscito sconfitto. L'intero Partito conservatore si sarebbe diviso fra sostenitori della pace e avversatori della pace. Churchill era quindi alle prese non solo con un ragionamento ben argomentato (non meno patriottico e convincente del suo), ma anche con una decisione che poteva mettere a repentaglio la sua premiership.
Nel suo diario Halifax scrive che il premier "dest stupore e tranquillizz gli animi"367 dicendo "che pur non avendo intenzione di accompagnare la Francia nella richiesta di condizioni di pace, qualora eventuali condizioni gli fossero state notificate, sarebbe stato pronto a valutarle".368
Il potere d'influenza di Halifax era giunto allo zenit: grazie a lui, infatti, il premier aveva abbandonato, pur con riluttanza, le istrioniche tirate sulla necessit di vincere a ogni costo e mostrato una seria apertura all'idea di negoziare la pace, pronto a pensare quando, non se, quei colloqui avrebbero avuto luogo.
Con questa resa di Churchill ad Halifax il Gabinetto di guerra non tard a decretare che per "tenere alto il morale" dei francesi sarebbe stato risposto loro di avviare pure i contatti; anche perch "ci  giunta notizia che il presidente Roosevelt si sta muovendo in questa direzione, e se a questo punto ci intromettessimo anche noi, rischieremmo di confondere le acque e di pregiudicare le possibilit di ottenere dal presidente una risposta favorevole".369
Appena la seduta ebbe termine, il vittorioso, ma ancora esasperato, Halifax chiese a Churchill un colloquio riservato nei giardini del 10 di Downing Street. E uscendo dalla Sala del Gabinetto confid a Cadogan: "Con Winston non posso collaborare oltre". Al che Cadogan rispose: "Sciocchezze. Le sue spacconerie vi irriteranno, come irritano me, ma non per questo dovete prendere decisioni insensate".370
Scrive Roberts nella sua biografia di Halifax, The Holy Fox:
Ad Halifax le iperboliche tirate che in quel 1940 tanto avrebbero contribuito a sostenere il morale del paese sembravano melodrammatiche, adatte tutt'al pi ai discorsi radiofonici. Gli era toccato sentirle per tutta la sua vita di politico, e non riuscivano a non ricordargli l'istrionica e pericolosa affettazione in cui si compendiava la notoria mancanza di giudizio di Churchill ... Halifax era profondamente consapevole del fatto che l'imminente bagno di sangue avrebbe probabilmente segnato la fine dell'impero britannico e dello stile di vita inglese, e riteneva - forse sbagliando - che potesse essere evitato.371
Nel giardino di Downing Street, Halifax torn a minacciare le dimissioni, ma ricevette "le affabili scuse"372 di Churchill.
Le minacce avevano ottenuto l'esito sperato, almeno per il momento. Halifax rientr quindi al Foreign Office. All'ora del t rifer dell'incontro a Cadogan, il quale gli disse di "augurarsi che non avrebbe voluto creare una difficolt da cui saremmo stati danneggiati tutti quanti e che prima di prendere qualsiasi decisione avrebbe consultato Neville". Halifax si impegn a farlo, assicurando Cadogan di "non essere persona da prendere decisioni affrettate".373
A Downing Street la notizia di quanto era avvenuto in quella tempestosa riunione si propag in un lampo. Jock Colville scrisse nel suo diario: "Il Gabinetto sta febbrilmente esaminando la nostra capacit di proseguire eventualmente la guerra da soli, e pare che Halifax si stia comportando da disfattista. Dice che non dobbiamo pi puntare a sconfiggere la Germania, ma piuttosto a preservare la nostra integrit e la nostra indipendenza".374
Alle 19.00 si riun la Commissione difesa, per fare il punto sulle ultime notizie dalla Francia. Churchill defin la situazione in cui si trovava il Corpo di spedizione britannico "sempre pi disperata: l'unica via d'uscita  aprirsi la strada e tornare verso la costa, cercando di infliggere al nemico durante la ritirata le massime perdite possibili".375 Questo drammatico scenario non poteva, aggiunse, essere imputato all'Inghilterra, che per aiutare gli Alleati aveva fatto tutto il possibile. Richiam poi in dettaglio gli errori dei capi militari francesi e i cedimenti dei belgi, di cui gli inglesi "stavano ora pagando il prezzo" e da cui era almeno in parte disceso "il disastro dinanzi al quale si stavano trovando le nostre forze armate".376
Al termine della riunione il primo ministro ricevette un altro drammatico aggiornamento. Il generale sir Edward Spears gli dette conferma che il re del Belgio aveva "chiesto via telegrafo al capo di stato maggiore di inviare ai tedeschi un plenipotenziario che sondasse a quali condizioni sarebbe stato possibile ottenere un armistizio, proponendo un "cessate il fuoco" per la mezzanotte del giorno stesso, tra il 27 e il 28 maggio".377 La Commissione difesa convenne che il governo inglese e quello francese si sarebbero dovuti immediatamente dissociare dall'armistizio belga. Per le dieci di quella sera fu poi convocato il Gabinetto di guerra.
Il primo ministro mise il Gabinetto al corrente delle ultime novit e conferm che le forze armate inglesi e quelle francesi avevano avuto l'ordine di continuare a combattere. Nei riguardi di Leopoldo III fu espressa, nonostante la sua resa, solidariet e Churchill sottoline "l'importanza di garantire l'incolumit del re ... Se c' qualcosa su cui recriminare pi che agli sviluppi recenti bisogna tornare alla condotta tenuta dai belgi quando  scoppiata la guerra". L'insistenza dei belgi sulla neutralit e la loro conseguente resistenza all'ingresso degli Alleati nel loro territorio avevano bruciato la decisiva opportunit di stabilire una forte presenza alla frontiera occidentale del paese quando "il grosso dell'esercito tedesco era impegnato in Polonia". Ci aveva messo il Corpo di spedizione britannico in "gravissimo pericolo", perch "lord Gort non aveva uomini per chiudere il passaggio e impedire ai tedeschi di avanzare su Dunkerque".378
Il ministro dell'Informazione, Duff Cooper, propose che di fronte a questi nuovi sviluppi fosse "necessario diffondere un comunicato sull'eroica resistenza delle truppe inglesi ... e dare alla gente qualche indicazione sulla difficile situazione in cui il Corpo di spedizione era finito". In particolare fece osservare come i comunicati francesi ripresi dalla stampa britannica fossero ancora caratterizzati da "toni euforici" e come "non sussistesse alcun dubbio che al momento la gente fosse impreparata ad apprendere della scioccante situazione sul campo". Churchill convenne "sulla necessit di sottolineare la gravit della situazione, ma non avrebbe avallato comunicazioni troppo dettagliate n previsioni azzardate sugli esiti della battaglia fino a quando la situazione non fosse stata risultata pi chiara. Per preparare l'opinione pubblica a ricevere cattive notizie sarebbe ampiamente bastato l'annuncio dell'armistizio belga". Secondo Cooper, invece, non sarebbe stato sufficiente: diramare di punto in bianco un annuncio in contraddizione con quanto la gente aveva letto nei giornali avrebbe costituito un grave pericolo. Propose di "ricordare all'opinione pubblica i costanti tentativi messi in opera dai tedeschi per creare una frattura tra i due popoli. Nello stesso tempo si sarebbe potuto chiedere ai responsabili dei giornali di smorzare i toni dei comunicati francesi". Churchill concluse la riunione dicendo che "avrebbe dovuto informare in dettaglio il parlamento, anche se ci sarebbe probabilmente voluta un'altra settimana prima che il quadro si facesse sufficientemente chiaro da consentirgli di procedere in tal senso".379
Rientr quindi alla Admiralty House insieme a Colville e "a mezzanotte, dopo aver letto qualche giornale, disse: "Versami un whisky & soda molto leggero ... bravo figliolo!"; e and a letto".380
Cosa pagheremmo per sapere che cosa pensava, per conoscere quanto profondi fossero i dubbi e le paure che si agitavano in lui, mentre se ne stava disteso nel suo letto a una piazza agognando il ristoro del sonno. E se Halifax avesse avuto ragione? E se a sbagliarsi fosse stato lui? Aveva fatto la cosa giusta oppure lui e il paese si sarebbero pentiti della sua decisione di lasciare che il ministro degli Esteri andasse avanti con il suo piano di pace negoziata?
Marted 28 maggio fu definito da lord Halifax "una giornata nerissima".381 Alle quattro del mattino, subito dopo il cessate il fuoco dell'esercito belga, era rientrato a Londra l'ammiraglio sir Roger Keyes. Churchill lo aveva convocato a rapporto al Gabinetto di guerra delle 11.30.
Qui Keyes disse di essere anch'egli convinto che "la responsabilit del disastro fosse interamente da attribuire al governo del Belgio ... [e che] negli ultimi quattro giorni solo la personalit del loro re aveva evitato la disgregazione dell'esercito belga. Se il re se ne fosse andato tre giorni fa, quando il governo di Sua Maest [britannica] gli aveva suggerito di farlo, il morale delle truppe sarebbe immediatamente collassato".382 Churchill lesse le condizioni dell'armistizio fra Belgio e Germania:
1. Qualsiasi movimento di soldati belgi era proibito. Tutte le truppe avrebbero dovuto allinearsi ai lati della strada in attesa di ordini, notificando la loro presenza con bandiere o insegne bianche ecc.
2. Doveva essere diramato il divieto di distruggere materiale bellico e scorte militari.
3. Doveva essere consentito all'esercito tedesco di avanzare verso la costa.
4. Veniva chiesto libero passo verso Ostenda, con il divieto di distruggere alcunch.
5. Ogni attivit di resistenza sarebbe stata stroncata.383
Se gli inglesi volevano un'idea di che cosa la Germania avrebbe potuto pretendere da loro, ora ce l'avevano.
I soldati britannici stavano cominciando ad affluire "in gran numero" a Dunkerque, e il primo lord del Mare rifer un dispaccio giunto da Dover, con cui il viceammiraglio Ramsay informava che "la scorsa notte sono arrivati 11.400 uomini e altri 2500 stanno attraversando la Manica". I primi rapporti sulle tristemente famose file di soldati che attendevano di essere evacuati ricevettero conferma: a Dunkerque, "ora coperta da una coltre di fumo, c'erano 2000 uomini sulle spiagge e 7000 tra le dune di sabbia". Il Gabinetto fu inoltre informato che il comandante in capo delle forze aeree, sir Hugh Dowding, aveva comunicato con un messaggio la propria "profonda preoccupazione" per le perdite che la RAF stava accusando nel tentativo di proteggere il Corpo di spedizione sulle spiagge di Dunkerque, dicendo che "le difese aeree [inglesi] erano prossime al punto di rottura" e avvisando che "se fosse stato necessario ripetere anche il giorno seguente l'eccezionale sforzo profuso su Dunkerque, la situazione sarebbe diventata drammatica".384
Duff Cooper torn a insistere sulla necessit di "rivelare con schiettezza tutta la gravit della situazione in cui si trovava il Corpo di spedizione britannico" ed espresse il timore che "se la cosa non fosse stata resa nota, la fiducia della gente avrebbe poi accusato un duro colpo e la popolazione civile non sarebbe pi stata disposta a credere nelle rassicuranti affermazioni del governo sulla possibilit di conquistare la vittoria finale". Si dichiar pronto a trasmettere "un breve comunicato"385 durante il notiziario delle 13.00. Churchill fu d'accordo, confermando che nel pomeriggio avrebbe anch'egli tenuto un discorso sulla questione alla Camera dei Comuni.
Pur non essendo trasmesso in diretta, il discorso di Churchill alla Camera era anche un discorso alla nazione: si trattava quindi di preparare la popolazione e nel contempo di galvanizzarla. Fu un discorso breve ma pieno di speranza; leggendo in filigrana si poteva intuire che nella mente del primo ministro cominciava a prendere forma la risposta al nodo della pace negoziata, sul quale alcuni membri del Gabinetto di guerra si erano tanto accalorati:
La situazione dell'esercito inglese e di quello francese, attualmente impegnati in una durissima battaglia e assediati su tre lati e dall'aria, appare senza dubbio della massima gravit. L'inopinata resa dell'esercito belga non fa che renderla ancora pi drammatica. Il morale dei soldati , tuttavia, alto: stanno combattendo con la massima disciplina e la massima tenacia ... Quando l'esito degli intensi scontri attualmente in corso sar chiaro e adeguatamente esaminato, informer la Camera sul quadro generale ... La Camera intanto si prepari a ricevere notizie drammatiche. Voglio aggiungere soltanto che qualsiasi cosa accadr in questa battaglia, nulla potr esimerci dal nostro dovere di difendere la causa alla quale, per tutto il mondo, ci siamo votati; e nulla potr distruggere la nostra fiducia nella nostra capacit di superare lutti e disastri, com' avvenuto in altri passaggi della nostra storia, fino alla definitiva sconfitta del nemico.386
A queste parole di sfida la Camera reag con favore. I parlamentari si alzarono in piedi per esprimere a Churchill le proprie congratulazioni con frasi come: "Questo paese non ha ancora espresso il massimo della sua risolutezza"387 e "il nobile discorso del primo ministro rispecchia non solo il sentire della Camera tutta, ma quello dell'intera nazione".388 Rincuorato da questa reazione, Churchill lasci l'aula e si ritir nel suo ufficio presso la Camera, in vista della riunione del Gabinetto di guerra prevista per le quattro del pomeriggio.
Lo stesso gruppo ristretto che il giorno prima aveva assistito al duro confronto fra il premier e il ministro degli Esteri si riun nuovamente per discutere la questione dell'Italia, in quella che Roberts definisce "un'atmosfera greve, dominata da un senso di incombente rovina".389
Il primo a parlare fu lord Halifax. Durante la seduta del mattino aveva informato il Gabinetto della "risposta categoricamente negativa"390 che il presidente Roosevelt aveva ricevuto da Mussolini. Da allora era arrivato un nuovo messaggio, da parte del governo francese, con cui si chiedeva che Inghilterra e Francia provassero a sollecitare l'Italia in modo diretto. A questo punto Halifax ripropose la sua idea:"Dovremmo dare un chiaro segnale che gradiremmo la mediazione dell'Italia".391 Churchill per, sull'onda del discorso pronunciato alla Camera dei Comuni, disse che a suo avviso "la proposta francese puntava chiaramente a vedere il Signor Mussolini nelle vesti di mediatore tra noi e Herr Hitler" e che "per parte sua era deciso a non mettersi in quella posizione".392 Halifax - che di fronte alla nuova giravolta di Churchill avr certamente pensato: "Ci risiamo!" - si dissoci con forza da questa lettura; a suo avviso la proposta di Reynaud era che "avremmo dovuto chiarire di essere pronti a combattere fino alla morte per la nostra indipendenza, ma anche, qualora quest'ultima fosse stata garantita, di essere disposti a fare all'Italia alcune concessioni".393 La proposta di Reynaud era effettivamente formulata in questi termini, ma Halifax aveva trascurato di far notare che la sua idea era, in concreto, quella di negoziare un accordo sull'assetto dell'Europa attraverso l'Italia. Di pi: aveva trascurato di ricordare che tale ipotesi era scaturita dall'incontro che egli aveva avuto il 25 maggio con l'ambasciatore d'Italia a Londra, Giuseppe Bastianini, e non dalla mente dei francesi, i quali miravano unicamente a evitare di essere attaccati anche dall'Italia.
Churchill prosegu, dicendo di essere convinto che "i francesi stessero cercando di trascinarci su un terreno sdrucciolevole". Ancora quel termine, "sdrucciolevole", quasi fosse pensato per provocare l'irritazione di Halifax. Poi la considerazione di uno scenario del tutto nuovo: "Lo scenario sarebbe completamente diverso nel caso in cui la Germania tentasse di invadere il nostro paese e non vi riuscisse".394
Churchill stava forse dicendo, dopo avere accettato di prendere in considerazione l'ipotesi di trattare la pace, che tali trattative dovevano essere avviate solo all'indomani di un fallito tentativo d'invasione della Gran Bretagna da parte dei tedeschi?
L'idea che l'Inghilterra, privata del suo esercito (cos sembrava in quel momento), fosse in grado di respingere un'invasione tedesca (che pareva allora probabile) era qualcosa con cui Halifax non voleva avere nulla a che fare.
Riprese nuovamente la parola e, lieto di abbandonare la proposta francese, disse che c'erano poche possibilit di cavarne qualcosa; richiam invece l'attenzione sulla sua idea fondamentale, quella di colloqui sull'assetto europeo o "di pi ampio respiro". Insistendo su questo tema chiave, spieg che a suo avviso era in gioco una "questione pi ampia": "Assumendo che Mussolini avesse accettato di svolgere il ruolo del mediatore e fosse riuscito a ottenere condizioni che non intaccassero la nostra indipendenza, secondo lui [Halifax] avremmo dovuto essere pronti a prendere tali condizioni in considerazione".395 Il ministro degli Esteri respinse poi l'affermazione di Churchill secondo cui nel giro di qualche mese, dopo un fallito tentativo d'invasione da parte dei tedeschi, l'Inghilterra avrebbe potuto spuntare condizioni migliori. Per lui era semmai vero il contrario. "Non dobbiamo" disse "trascurare il fatto che potremmo strappare condizioni migliori prima che la Francia abbandoni il campo e che le nostre fabbriche di aeroplani vengano bombardate, piuttosto che di qui a tre mesi."396
Nel prosieguo del confronto Churchill sentenzi:
Se entrasse in scena come mediatore, Mussolini ci ridurrebbe a malpartito. Immaginare che Hitler sarebbe cos sciocco da lasciarci continuare il riarmo  assurdo. Di fatto le sue condizioni ci metterebbero completamente alla sua merc. Se continueremo a combattere, persino se fossimo sconfitti, otterremmo condizioni non peggiori di quelle che ci si prospettano adesso.397
Halifax era comprensibilmente contrariato. Non poteva accettare che Churchill "si ingannasse a tal punto" sull'idea di mediazione proposta. Notando l'inquietudine del ministro degli Esteri, Chamberlain si schier al suo fianco, dicendo che "era chiaro al mondo intero che ci trovavamo incantonati all'angolo, e lui [Chamberlain] non vedeva che cosa avremmo perso se avessimo detto apertamente che, pur decisi a batterci fino all'ultimo per conservare la nostra indipendenza, eravamo disposti a valutare condizioni di pace decorose, qualora ci fossero state offerte".398
Davanti al rischio di perdere l'appoggio di Chamberlain a vantaggio di Halifax, Churchill ricorse ancora una volta agli artifici della retorica e proclam: "Le nazioni che cadono combattendo si rialzano, quelle che si arrendono senza battersi si estinguono". Greenwood annu, aggiungendo che "a suo giudizio non era proprio il momento di capitolare definitivamente". Anche queste parole non fecero che irritare Halifax, il quale - avendo senza dubbio l'impressione che ogni sua frase venisse deliberatamente equivocata - ribatt che "le sue parole non avevano nulla a che vedere, nemmeno lontanamente, con l'idea di una definitiva capitolazione".399
Attlee temeva che qualsiasi accenno a trattative anglo-francesi con la Germania avrebbe suscitato la reazione dell'opinione pubblica. Disse quindi che "era necessario stare attenti all'opinione pubblica del paese ... Quando sarebbe venuta a conoscenza di come stavano effettivamente le cose, la gente avrebbe dovuto digerire un violento choc. Bisognava sforzarsi in ogni modo di tenere alto il morale della popolazione e c'era il grave pericolo che, se fosse stato fatto quanto chiedeva la Francia, questo sarebbe diventato impossibile".400
Nell'estremo tentativo di dissolvere la tensione in sala e catalizzare un po' di consenso, Chamberlain prov a salvare l'idea di trattare la pace facendo per osservare che i francesi non sarebbero stati in grado di portarla avanti. Era d'accordo con il ministro degli Esteri su entrambi i punti: se l'Inghilterra fosse riuscita a negoziare condizioni che, "per quanto gravose, non avessero minacciato la nostra indipendenza, avremmo fatto bene a considerarle", ma "allo stato attuale"401 il tentativo francese con Mussolini non avrebbe certo ottenuto tale risultato.
Alle 18.15 la seduta fu aggiornata. Halifax, con l'aiuto dell'ex premier, aveva tenuto in vita la prospettiva dei colloqui di pace, almeno per il momento. E proprio ad Halifax e a Chamberlain il primo ministro chiese di trattenersi e scrivere ai francesi una lettera in cui, dicendo grazie, in realt non li si ringraziava di nulla. Lui, Churchill, doveva recarsi a un appuntamento e prepararsi per quello che il suo biografo Martin Gilbert ha definito "una delle pi straordinarie scene della guerra".402
In precedenza, quello stesso giorno, Churchill aveva convocato, oltre al Gabinetto di guerra, una riunione con i venticinque ministri dell'esecutivo, per informarli in dettaglio sullo stato corrente della situazione che la Gran Bretagna si trovava ad affrontare. Da quando era diventato primo ministro non aveva ancora avuto occasione di parlare loro, e la cosa era attesa da tempo. Alle 18.15, tuttavia, sullo scopo di quell'incontro aveva cambiato idea.
Pur avendo allontanato lo spettro delle dimissioni di Halifax, Churchill sapeva bene che qualsiasi linea avesse deciso di seguire - quella della pace, se sulle spiagge di Dunkerque il Corpo di spedizione britannico fosse stato annientato, o quella della lotta fino all'ultimo, se si fosse potuto ancora contare su forze in grado di combattere - gli sarebbe stato indispensabile o l'aiuto del ministro degli Esteri o, nel caso in cui questi si fosse dimesso, il sostegno dell'intero Gabinetto.
Il suo obiettivo doveva dunque essere quello di assicurarsi la fiducia dell'esecutivo. Ora puntava a questo.
I ministri, come sappiamo, non erano tra i suoi pi ferventi ammiratori. Il suo avventuroso curriculum e il suo stile fin troppo energico, il suo passaggio al Partito liberale e il suo ritorno ai Tories, i suoi schemi militari abborracciati, con le loro massicce perdite di vite umane, tutto questo aveva fatto di lui un personaggio pi tollerato che stimato, pi temuto che amato. I ministri, comunque, si presentarono. Uno dopo l'altro entrarono nell'ufficio di Churchill, pronti ad ascoltare notizie funeste. Quale futuro li attendeva? L'esercito era davvero spacciato? L'invasione della Gran Bretagna era ormai ineluttabile? Non potevano fare niente per evitare la distruzione delle loro case, delle loro famiglie, del loro stile di vita?
Non sappiamo in che modo il premier raggiunse il suo ufficio alla Camera dei Comuni, dove stava per avere luogo uno dei passaggi pi cruciali della guerra. Trattandosi di una passeggiatina di dieci minuti e avendo egli davanti a s un notevole sforzo mentale, possiamo supporre che vi sia giunto a piedi, picchiettando qua e l il bastone da passeggio tra il fumo del sigaro Longfellow, come sempre indossando i suoi stravaganti abiti edwardiani, panciotto nero, catenella d'oro e uno dei suoi innumerevoli cappelli assestato sul piccolo cranio, nel quale mulinava un turbine di pensieri, argomentazioni, posizioni, possibili sbocchi. Un leader vive, e muore, di simili momenti. La forza dei suoi argomenti pu condannare milioni di persone all'angoscia e alla sofferenza o, con la stessa facilit, decretare la loro salvezza. Cosa dire, dunque, agli altri ministri? Stare ad ascoltarli o impartire loro istruzioni? Fino a che punto giocare sulla persuasione, se il prezzo che forse, una volta persuasi, avrebbero dovuto pagare sarebbe stato il loro sangue?
Nessuno pu dire con certezza se Churchill avesse gi in mente quali parole avrebbe pronunciato. Lungo il tragitto, comunque, dovette cominciare a farsene un'idea: avrebbe detto che c'era chi spingeva per trattare la pace con Hitler e che l'opzione era effettivamente sul tavolo. Era peraltro possibile che dietro le aperture degli italiani, i quali avevano velatamente segnalato la loro disponibilit a negoziare, ci fosse proprio Hitler. Ma a prescindere da queste considerazioni, Churchill doveva innanzi tutto saggiare gli umori dei suoi ministri, prima di manifestare apertamente il proprio. Se avesse avuto l'impressione che quegli uomini, e con loro il popolo inglese, erano pronti a combattere, avrebbe concluso il suo discorso in una certa maniera; se invece avesse percepito stanchezza e desiderio di abbandonare la lotta, allora avrebbe cambiato linea, concludendo su altri toni.
Entrato nell'edificio, affront la scalinata. Al primo piano percorse il corridoio che conduceva al suo ufficio, dove lo attendevano i colleghi. La stanza, rivestita con pannelli di rovere, era gremita; il fumo dei sigari offuscava la vista. Churchill li scrut, e mentre guardava dritto negli occhi gli uomini senza i quali la sua premiership non avrebbe potuto reggere, si fece silenzio. Dopo giorni di incertezza e di intimo dubbio, di tormentata titubanza, di affanno e di inquietudine, era il momento di venire al dunque, di saggiare una nuova prospettiva facendo la sintesi di tutto ci che aveva assimilato in quelle tre settimane da primo ministro. Non aveva preparato un discorso, ma il suo futuro sarebbe dipeso dall'accoglienza che le sue parole avrebbero trovato.
Di quanto Churchill disse in quell'occasione non ci  pervenuta alcuna documentazione ufficiale, ma il diario di Hugh Dalton, ministro laburista dell'Economia bellica, ci restituisce un vivido resoconto delle parole che il premier pronunci quel giorno:
Nel pomeriggio tutti i ministri sono stati convocati dal primo ministro. Un uomo grandioso, l'unico uomo giusto per quest'ora. Ci ha fatto una completa, schietta e freddissima rassegna della situazione in Francia ...
Vuole che l'opinione pubblica sia preparata a ricevere pessime nuove: si tratter di dire, e con qualche fondata ragione, che quanto si sta consumando nel nord della Francia  la pi grande disfatta militare subita dall'Inghilterra da molti secoli a questa parte. Dobbiamo tenerci pronti a vedere la guerra piombare da un momento all'altro sulla nostra isola e ad assistere in Europa a nuovi, gravissimi fatti. Di fronte all'opinione pubblica non bisogna in alcun modo accennare al fatto che presto la Francia potrebbe cedere; noi per non dobbiamo lasciarci prendere di sorpresa da alcun evento. Si potrebbe d'altronde dire che sarebbe pi facile difendere solo la nostra isola piuttosto che la nostra isola e a un tempo la Francia, e se si verificasse la prima di queste due possibilit, questo desterebbe enorme impressione in tutto il mondo, non da ultimo negli Stati Uniti, che, pur non avendo finora fatto granch per aiutarci, potrebbero persino risolversi a entrare in guerra. Ma tutte queste sono speculazioni. I tentativi di invaderci non mancheranno, ma dovranno fare i conti con grandissimi ostacoli: mineremo tutte le nostre coste; abbiamo una marina fortissima; quanto alle nostre difese aeree, potremo organizzarle meglio qui, che dall'altra parte della Manica; possiamo contare su cospicue scorte di alimenti, carburante ecc.; nell'isola disponiamo di ottime truppe, e altre, sia unit dell'esercito inglese provenienti da guarnigioni lontane sia eccellenti truppe dei Dominions, stanno arrivando via mare; per ci che attiene agli aerei, stiamo riuscendo a limitare notevolmente le perdite, a differenza dei tedeschi. In questi ultimi giorni egli ha pensato a fondo se fosse suo dovere intavolare trattative con "quell'uomo" [Hitler]. Ma pensare che cercando di concludere la pace adesso, otterremmo dalla Germania condizioni migliori di quelle che strapperemmo se continuassimo a combattere,  irrealistico. I tedeschi pretenderebbero la nostra flotta, in nome del "disarmo", le nostre basi navali e molto altro. Diventeremmo uno stato servo, anche se avessimo un governo inglese affidato a "Mosley403 o a qualcuno del genere", di fatto un governo fantoccio nelle mani di Hitler. E infine a che cosa saremmo ridotti? Abbiamo invece grandi risorse e cospicui vantaggi. Egli  certo che tutti noi insorgeremmo cacciandolo dalla sua carica, se anche solo per un istante considerasse l'ipotesi di trattare o di arrendersi. Perci, ha concluso: "Andremo avanti e lotteremo fino alla fine, qui o altrove. E se la lunga storia di questa nostra isola deve concludersi, ci accada solo dopo che ciascuno di noi sia stramazzato a terra nel suo sangue".404
Ancora una volta, sull'orlo della sconfitta, Churchill, parlando con il cuore in mano, fece ricorso a tutti gli espedienti del suo repertorio e partor un sapiente saggio di retorica, un saggio che, possiamo presumere, prese forma nella sua mente di oratore un attimo prima che le parole gli uscissero di bocca, e quindi troppo tardi per ricevere aggiustamenti.
Ci che intendeva dire era semplicemente questo: aveva deciso. Deciso di rompere ogni indugio. Deciso di soffocare sul nascere qualsiasi campagna Halifax avesse cercato di promuovere a sostegno del suo "accordo sull'assetto dell'Europa". Deciso di rischiare le dimissioni del ministro degli Esteri e, con esse, un voto di sfiducia. Deciso insomma che, malgrado tutti i validi e solidi argomenti di segno opposto, era meglio continuare a combattere, come aveva sostenuto all'inizio e come ora tornava a sostenere con piena coscienza delle scarse possibilit di successo, dei pericoli, dei costi e dei probabili sacrifici che si sarebbero dovuti affrontare. I suoi concittadini avrebbero dovuto rischiare la vita, essere pronti a soffocare nel loro sangue.
Non ebbe bisogno di molto tempo per capire che le sue parole avevano fatto centro: la risposta fu immediata.
Nel suo libro di memorie sulla seconda guerra mondiale, La loro ora pi bella, Churchill ricorda la reazione dell'esecutivo con un tocco di gusto in pi rispetto agli altri resoconti della seduta:
Ne segu una manifestazione che, dato il carattere del consesso - venticinque uomini politici di provata esperienza, i quali rappresentavano tutti i pi diversi punti di vista, giusti o sbagliati che fossero, prima della guerra - mi stup. Parecchi parvero balzare dalla loro sedia e mi corsero vicino, urlando e battendomi la mano sulla spalla. Non v' dubbio che s'io avessi in quei giorni commesso qualche errore nel guidare la nazione, sarei stato allontanato dalla mia carica. Fui certo che ogni ministro era pronto a farsi uccidere entro il pi breve tempo possibile e a perdere la famiglia e tutti i suoi, piuttosto che cedere. In questo essi rappresentavano la Camera dei Comuni e quasi tutto il popolo.405
Quando il Gabinetto di guerra torn a riunirsi, alle 19.00, Churchill rifer quanto era accaduto in quell'incontro, probabilmente con un profondo senso di sollievo e di soddisfazione. Il resoconto era indubbiamente rivolto ad Halifax. Raccont che "non si erano mostrati allarmati per la situazione in Francia e avevano invece manifestato la pi viva approvazione quando aveva detto loro che l'ipotesi di abbandonare la lotta era esclusa. Non ricordava di avere mai sentito prima d'allora un gruppo di alti esponenti della vita politica esprimersi in modo tanto concorde e solidale".406
Halifax e Chamberlain avevano motivo di presagire il peggio. Ormai la leadership di Churchill non sarebbe stata minata nemmeno se si fossero dimessi entrambi; non pi, dopo il trionfo da lui ottenuto tra i ministri, il cui comune desiderio di proseguire nella battaglia i due non avevano previsto.
Churchill aveva spiazzato i suoi oppositori, mettendo a segno il colpo decisivo: stando ai documenti, n Halifax n Chamberlain avrebbero pi riproposto l'idea di una pace negoziata fra Londra e Berlino.
Lord Halifax, nella sua fierezza, ammise la sconfitta con il silenzio. Di quanto era accaduto in quegli incontri non fece menzione nel suo diario, che la maggior parte degli storici ritiene scritto per indirizzare il giudizio degli altri, pi che per registrare accuratamente i fatti. Propose un resoconto piuttosto diverso: "Altra riunione del Gabinetto, alle quattro, per discutere un nuovo appello con cui i francesi ci chiedono di invitare Mussolini a essere pi ragionevole. Abbiamo concluso che sarebbe del tutto inutile, dopo tutti i tentativi gi fatti, e dopo il suo netto rifiuto di prendere in considerazione anche l'ultima apertura di Roosevelt".407
Churchill l'aveva spuntata. Aveva superato il suo periodo di incertezza. Alla Camera non ci sarebbe stato alcuno scrutinio sulla sua leadership. Dinanzi alla pi insidiosa manovra per metterlo alle corde, era riuscito, con un semplice discorso, a neutralizzare il pericolo di vedersi ritorcere contro la sua debolezza in seno al partito. Ancora una volta la forza delle sue parole e la convinzione con cui le aveva pronunciate gli erano valse la vittoria. Rievocando quel giorno scriver: "Per tutta la nostra Isola correva un calore intenso, travolgente, sublime".408 E mentre per il paese le sofferenze erano soltanto all'inizio, egli poteva finalmente avere la certezza di poter contare sulla determinazione dei colleghi e della popolazione a continuare insieme la battaglia.
Prima di andare a dormire, telefon a Paul Reynaud per confermargli che l'Inghilterra non avrebbe cercato di trattare la pace, ma avrebbe proseguito la lotta da sola, se necessario; non manc, tuttavia, di esortare i francesi a non cessare di combattere al suo fianco.

MERCOLED 29 MAGGIO 1940
L'EVACUAZIONE DI DUNKERQUE PROCEDE AL RITMO DI DUEMILA UOMINI OGNI ORA E OLTRE QUARANTAMILA SOLDATI SONO FELICEMENTE SBARCATI IN GRAN BRETAGNA
"MASSIMO SCHIERAMENTO" DI FORZE SU DUNKERQUE, LA LUFTWAFFE AFFONDA VENTICINQUE NAVI1
LA DECISA REPLICA DI CHURCHILL ALLA FRANCIA HA SPRONATO REYNAUD A CONTINUARE A COMBATTERE E A RESISTERE IL PI A LUNGO POSSIBILE


X
"COMBATTEREMO SULLE SPIAGGE"

Quanto  importante avere le idee chiare! La mattina del 29 maggio, Churchill si svegli rinvigorito, un uomo nuovo.
Era ancora a letto quando apprese che il messaggio inviato a Reynaud la notte precedente, per informarlo che la Gran Bretagna non avrebbe cercato l'intermediazione dell'Italia, aveva avuto un effetto "miracoloso" sul leader francese - come riferito dal generale sir Edward Spears (ufficiale di collegamento fra Reynaud e Churchill)409 - ed "evidentemente rafforz la segreta convinzione [di Churchill] che era quella la strada giusta da seguire, tanto che proib immediatamente l'invio di qualunque altra comunicazione a Roma".410 Il linguaggio stoico e deciso utilizzato dal premier britannico non solo nel messaggio, ma anche alla riunione del Gabinetto di guerra, si stava rivelando cruciale per contrastare il disfattismo che si era insinuato negli ultimi giorni. Adesso sapeva che l'arma pi potente a sua disposizione per salvare la Gran Bretagna era la speranza.
Forte di tale certezza, invi una nota strettamente riservata ai ministri e agli altri funzionari di governo:
In questi giorni oscuri, il primo ministro sar lieto se tutti i colleghi di governo e i funzionari manterranno alto il morale nei loro ambienti; senza minimizzare la gravit degli eventi, ma mostrando fiducia nella nostra capacit e inesorabile determinazione a continuare la guerra finch non avremo soffocato la volont del nemico di estendere il suo dominio in tutta Europa.
L'idea che la Francia stipuli una pace separata non  tollerabile; ma qualunque cosa accada sul continente, non possiamo mettere in dubbio il nostro dovere e impiegheremo tutto il potere di cui disponiamo per difendere l'Isola, l'Impero e la nostra Causa.411
Sull'onda di questo grido di battaglia quasi shakespeariano, il Gabinetto di guerra si riun alle 11.30. Stavolta lord Halifax non tent nemmeno di far cambiare idea a Churchill o agli altri ministri, ma li inform di un telegramma che il ministero degli Esteri aveva ricevuto dall'ambasciatore britannico a Roma e che confermava le aspettative di molti: "L'entrata in guerra dell'Italia  ormai una certezza, l'unico dubbio resta la data. Potrebbe essere fra una settimana o pi tardi, ma non si pu pi parlare di mesi". L'ambasciatore aveva replicato precisando: "Se l'Italia far la guerra, trover la guerra. La responsabilit sar solo ed esclusivamente di Mussolini".412
E non fu l'unica notizia "sgradevole":413 quarantamila soldati provenienti dalla Francia avevano gi raggiunto l'Inghilterra, ma i vertici militari dubitavano che a quel punto fosse possibile portare in salvo molti altri uomini. I continui raid aerei della Luftwaffe avevano completamente devastato il porto di Dunkerque e affondato diverse imbarcazioni, che adesso ostacolavano l'ingresso delle altre.
Lord Gort aveva inviato un telegramma in cui richiedeva "precise indicazioni sull'azione da intraprendere in ultima istanza".414 Churchill conferm ai presenti che il generale aveva ricevuto ordine di "continuare a combattere allo scopo di guadagnare tempo per l'evacuazione del maggior numero possibile di soldati e di infliggere ai tedeschi il massimo danno".415 Ma Halifax, ancora determinato a salvare il maggior numero di vite possibile, espresse le proprie preoccupazioni:
Non completamente soddisfatto dei precisi ordini che sono stati impartiti, [Halifax] si  detto d'accordo sulla necessit di portare avanti l'odioso combattimento, ma vorrebbe inviare un messaggio a lord Gort per esprimergli la completa fiducia che il governo nutre verso di lui e verso ogni azione che decider di intraprendere in ultima istanza. Non sarebbe disonorevole rinunciare al combattimento per salvare un manipolo di uomini dal massacro.416
Le discussioni dei giorni precedenti sembravano aver creato una spaccatura irreparabile fra il primo ministro e il ministro degli Esteri, e i nuovi dissensi che si percepivano potevano essere facilmente associati alla questione, ormai accantonata, dei negoziati di pace. Lord Halifax ribad che, moralmente, non c'era nulla di eroico nel morire combattendo e nulla di disonorevole in una strategia di ritirata, ove possibile, allo scopo di salvare vite umane. Di fatto Churchill ribatt affermando che quelle di Halifax erano soltanto ovviet: "In una situazione disperata e in assenza di un ordine preciso, qualunque uomo coraggioso ha il diritto di agire a propria discrezione, quindi [il primo ministro] preferirebbe non modificare i comandi impartiti a lord Gort". Non servivano ulteriori precisazioni: "Un comandante, in circostanze disperate e angosciose come quelle in cui si trova attualmente lord Gort, non deve essere messo di fronte a una scelta difficile come quella tra resistenza e capitolazione".417
Com'era accaduto spesso negli ultimi giorni, Chamberlain tent di fare da mediatore: "Lord Gort potrebbe interpretare il messaggio inviatogli come un ordine a resistere fino all'ultimo uomo, indipendentemente dalle circostanze" disse. E, in assenza di linee di comunicazione tra il Corpo di spedizione britannico e il governo, non avrebbe avuto modo di richiedere istruzioni definitive. Come compromesso, Chamberlain sugger di aggiungere una precisazione all'ordine esistente: Gort avrebbe dovuto "combattere finch [fosse rimasto] in contatto con il governo di Sua Maest ... in caso di interruzione delle comunicazioni, [sarebbe stato] libero di valutare secondo il proprio giudizio il grado di resistenza da opporre". Secondo Clement Attlee, una simile puntualizzazione non rendeva merito allo stimato generale, che avrebbe saputo comunque cosa fare: "Lord Gort pu senz'altro essere autorizzato ad agire secondo il proprio giudizio in caso di interruzione delle comunicazioni e qualora si trovi isolato dal mare, e in circostanze in cui opporre ulteriore resistenza non servirebbe a infliggere danni apprezzabili ai tedeschi". Anthony Eden era d'accordo. Churchill, dunque, concluse quella riunione esasperante dichiarando: "Gli ordini inviati a lord Gort non volevano certo lasciare intendere che soldati senza pi alcuna speranza di supporto, senza pi viveri, acqua o munizioni, debbano persistere nella battaglia. [Il primo ministro] prender in considerazione l'ipotesi di inviare un telegramma con istruzioni modificate secondo la linea suggerita da [Attlee]".418
Cadogan annot nel suo diario che la riunione era stata una "terribile discussione sugli ordini da inviare a Gort. WSC [Churchill] teatrale e cocciuto. Contrastato da NC [Chamberlain] e H [Halifax], con grida in discreta quantit. Temo che i rapporti si faranno tesi.  questa la colpa di Winston: la teatralit".419
Ovviamente Churchill era ormai un leader collaudato. Si era lasciato alle spalle il timore del mancato sostegno del suo partito e adesso era convinto di godere anche della fiducia della nazione. Pienamente maturo e privo di dubbi riguardo al cammino che si prospettava, trasmetteva la fiducia di riuscire a guidare il paese in una situazione di pericolo. E cos, se alcuni ritenevano che le truppe di ritorno da Dunkerque fossero il massimo che si poteva ottenere, secondo Winston - che aveva appena messo in atto la sua trovata, l'Operazione Dynamo - c'era ancora molto da fare. Se alcuni temevano che i francesi fossero ormai prossimi alla resa, egli era certo di riuscire a tenerli in gioco con la forza della risolutezza e della speranza.
Al termine della riunione, Churchill si mise subito in contatto con la sua cerchia, usando parole decise e incoraggianti affinch si sentissero sostenuti. Invi un messaggio a Eden, a Ismay e al generale sir John Dill (che aveva sostituito Ironside nel ruolo di capo di stato maggiore dell'impero): "[] essenziale" scrisse "che i francesi partecipino per quanto possibile alle evacuazioni da Dunkerque. Bisogna prendere accordi immediati con le missioni francesi sul territorio o, se necessario, con il governo francese, per evitare o ridurre al minimo le recriminazioni".420 Quindi invi un telegramma al generale Spears: "I vostri rapporti sono di estremo interesse e l'ambasciatore elogia calorosamente il vostro lavoro. Inviateli pure regolarmente. Ribadiamo la nostra inflessibile determinazione a continuare indipendentemente da tutto".421 Infine, come stabilito durante la riunione di Gabinetto, scrisse un telegramma a lord Gort:
Qualora ogni forma di comunicazione fra noi risultasse interrotta, qualora l'evacuazione da Dunkerque e dalle spiagge fosse a vostro giudizio definitivamente impedita e ogni tentativo di ripristinarla risultasse fallimentare, spetter unicamente a voi valutare se  ancora possibile infliggere ulteriori danni al nemico. Il governo di Sua Maest  certo che il buon nome dell'esercito britannico  al sicuro nelle vostre mani.422
Quella sera Churchill cen all'Ammiragliato insieme al generale Ironside e a Clementine. Nei suoi diari Ironside lo descrisse "in gran forma".423 L'evacuazione del Corpo di spedizione britannico procedeva spedita. "Il dinamismo incessante di Winston  straordinario" annot Colville nel suo diario.424 Dopo cena, alle 23.45, Churchill invi un telegramma a Reynaud in cui ribadiva il desiderio che le "truppe francesi [partecipassero] all'evacuazione" nei limiti delle loro possibilit. "Appena avremo riorganizzato le truppe evacuate" continu "e allestito le forze necessarie a difendere le nostre vite dall'invasione, forse incombente, che ci minaccia, creeremo un nuovo Corpo di spedizione britannico."425 Inoltre, inform il leader francese che la Gran Bretagna stava trasferendo le attrezzature militari dalla Francia, ma "al solo scopo di organizzarsi e prepararsi all'assalto imminente", e aggiunse: "A breve invieremo un nuovo piano di rinforzi delle nostre truppe in Francia".426 Disse che gli stava fornendo tali informazioni "con spirito fraterno" e puntualizz: "non esitate a parlarmi con franchezza".427
Mentre Churchill si stava ritirando in camera sua, un ufficiale in servizio presso il Gabinetto di guerra ne approfitt per chiedere una licenza di quattro giorni: voleva recarsi a Dunkerque e dare una mano con le evacuazioni. "Che Dio vi benedica," rispose il primo ministro "vorrei venire con voi."428
La mattina del 30 maggio, foschia e maltempo concessero un attimo di tregua dai raid della Luftwaffe schierata al massimo delle forze, ma ormai il porto di Dunkerque era accessibile soltanto alle imbarcazioni minuscole. Due messaggeri furono inviati a Londra per aggiornare il primo ministro sulla situazione. Churchill fu sorpreso di vedere arrivare, insieme a lord Munster (aiutante di campo di lord Gort), suo nipote, John Spencer-Churchill, "ancora bagnato fradicio e in tenuta da battaglia", come afferm lui stesso. "La necessit pi impellente" lo inform " che le piccole imbarcazioni trasferiscano i soldati dalle spiagge alle navi pi grandi." Munster riport l'opinione di lord Gort: "Le piccole imbarcazioni possono essere la nostra salvezza".429
Durante la riunione del Gabinetto di guerra delle 17.30, Churchill fu lieto di annunciare che oltre centomila soldati erano sbarcati sulla costa inglese, ma che in quel momento "la nebbia [stava] disturbando gravemente l'evacuazione".430 Il generale Spears aveva inviato un messaggio al Gabinetto di guerra con aggiornamenti sulla situazione in Francia. La battaglia stava ancora infuriando nei pressi della Somme e il timore era che presto si sarebbe tramutata in una sconfitta: "Secondo il generale Weygand, la Francia ha una possibilit su tre di vincere. Il tempo non  mai stato tanto prezioso e [Weygand] ha implorato la Gran Bretagna di inviare tutti i soldati possibili ... Una sola divisione britannica pu fare la differenza".431
L'elenco delle richieste francesi si stava allungando pericolosamente e Churchill temeva che nel momento in cui la Gran Bretagna, "obbligatoriamente", ne avesse respinta qualcuna, Parigi avrebbe sfruttato il pretesto per ritirarsi dal conflitto. Il primo ministro sugger dunque di chiedere per l'ennesima volta alla Francia di tenere duro ancora un po', che la Gran Bretagna avrebbe inviato rinforzi il prima possibile, "precisando per che attualmente non [c'erano] forze a disposizione".432 Dopo avere valutato le opzioni, il Gabinetto si disse d'accordo.
Come scrisse il generale Ismay nelle sue memorie, Churchill "preferiva sempre vedere le cose con i suoi occhi e studiare le situazioni in prima persona".433 Sugger dunque di riunire il Supremo consiglio di guerra il giorno seguente: in tal modo avrebbe potuto recarsi a Parigi e illustrare personalmente le circostanze ai francesi. Churchill desiderava ardentemente che il maggior numero possibile di soldati francesi fossero evacuati da Dunkerque insieme al Corpo di spedizione. "L'esercito britannico" sottoline durante la seduta della Commissione difesa delle ore 23.00 "dovrebbe tener duro il pi a lungo possibile, in modo che l'evacuazione dei francesi possa proseguire". In caso contrario, si sarebbero prodotti "danni irreparabili"434 nei rapporti tra Gran Bretagna e Francia.
Alle 8.30 del 31 maggio la delegazione decoll da Londra diretta a Parigi a bordo di due Flamingo. Il responsabile per la sicurezza di Churchill, l'ispettore W.H. Thompson, ricorda di avere sorvolato "masse sparpagliate di sfollati. Si allontanavano dalla linea del fuoco il pi velocemente possibile, con tutti i beni che riuscivano a trasportare su carri, carrozzine e addirittura sulla schiena".435 Erano presenti anche il generale Ismay e, fatto pi insolito, Clement Attlee. Era la prima volta che il lord del Sigillo privato prendeva parte al tavolo dei negoziati. Nelle sue memorie, Ismay lo ricorda come "coraggioso, saggio, determinato e pienamente fedele a Churchill. La sua integrit era assoluta e la sua mente sembrava scevra da qualunque ambizione personale".436
Quando il Supremo consiglio di guerra si riun, l'interesse di Churchill era concentrato sull'evacuazione di Dunkerque. Il primo ministro spieg che a mezzogiorno di quella data erano "stati evacuati via mare 165.000 uomini". A quel punto Reynaud mise l'accento sulla "disparit di cifre ... Dei 220.000 soldati britannici presenti nei Paesi Bassi, 150.000 [erano] stati evacuati, mentre solo 15.000 su 200.000 soldati francesi. Dal punto di vista dell'opinione pubblica" aggiunse Reynaud, era molto importante che i francesi fossero "ritirati in massa, per evitare che la gente [potesse] trarre infelici conclusioni". Churchill tent di giustificare tale differenza: "Il motivo principale per cui la Gran Bretagna ha tratto in salvo prima i propri uomini  che molte truppe di comunicazione e altre unit di retroguardia nella zona arretrata [di Dunkerque] erano pronte all'evacuazione immediata. Per le truppe combattenti, la percentuale di evacuati risulta molto inferiore". Dal momento che le truppe francesi non avevano ancora ricevuto l'ordine ufficiale di evacuazione, a differenza del Corpo di spedizione britannico, Churchill sottoline che "uno dei motivi principali del suo viaggio a Parigi" era proprio quello di assicurarsi che a quel punto "i soldati francesi [ricevessero] gli stessi ordini impartiti a quelli inglesi".437
Il Gabinetto di guerra riteneva che Dunkerque non potesse "essere presidiata per pi di quarantotto ore al massimo, anche solo per la carenza di acqua, cibo e munizioni" e Churchill confess che "il governo britannico [era] stato costretto a ordinare a lord Gort di evacuare le truppe combattenti prima dei feriti, presenti a migliaia all'interno dell'area. Tale ordine si [era] reso necessario nell'interesse futuro, viste le tremende circostanze della guerra". Sebbene la speranza della Gran Bretagna fosse quella di evacuare duecentomila soldati abili, partire non era stato semplice, perch tutto l'equipaggiamento era andato perduto, a eccezione delle armi leggere e dell'attrezzatura personale. Reynaud ringrazi ed elogi le forze armate britanniche per l'eccellente lavoro svolto con l'evacuazione, ma era convinto che, "una volta liquidata la situazione sul fronte nordorientale, la Germania [avrebbe sferrato] un attacco a sud, contro il confine della Somme e dell'Aisne" e chiese che, "dopo la conclusione dell'operazione a nord, la Gran Bretagna [mettesse] a disposizione sul nuovo fronte la Royal Air Force al completo, oltre al numero di soldati di cui [poteva] privarsi". A quel punto Churchill era concentrato pi che altro sulla difesa della Gran Bretagna e rispose che era "impossibile fare una stima delle forze di terra da inviare senza conoscere con esattezza il totale delle truppe rientrate dal nord".438
Reynaud conservava un atteggiamento disfattista e scoraggiato, anche davanti alle valutazioni pi ottimistiche o fiduciose. E cos, mentre la seduta volgeva al termine, Churchill tent un'ultima volta di infondergli coraggio:
 impensabile che l'esercito tedesco sia forte quanto quello francese. Se gli Alleati riusciranno a resistere per tutta l'estate, la Gran Bretagna emerger come un fattore importantissimo ... Gli Alleati devono mantenere un fronte incrollabile davanti a qualunque nemico ... L'Inghilterra non teme l'invasione e resister strenuamente in ogni paese e villaggio. Per opporre una solida resistenza ha bisogno di soldati e, solo dopo aver soddisfatto le proprie necessit fondamentali e urgenti, potr mettere a disposizione dell'alleato francese il resto delle sue forze armate.
Nell'attuale stato di emergenza,  fondamentale che Inghilterra e Francia agiscano di comune accordo. In tal modo potranno garantire al meglio la tenuta morale.  assolutamente convinto che per vincere sia sufficiente continuare a combattere. Anche in caso di sconfitta di uno dei due paesi, l'altro non dovr abbandonare la lotta. Se, a seguito di qualche disastro, l'Inghilterra si trovasse devastata, il governo britannico sarebbe pronto a fare la guerra dal Nuovo Mondo. Bisogna rendersi conto che, se la Germania dovesse sconfiggere uno o entrambi gli alleati, non mostrerebbe alcuna piet: li ridurrebbe per sempre al rango di vassalli e di schiavi. Sarebbe molto meglio che la civilt dell'Europa occidentale, con tutte le sue conquiste, andasse incontro a una fine tragica ma grandiosa, piuttosto che due grandi democrazie debbano trascinarsi a stento, spogliate di tutto ci che rende la vita degna di essere vissuta. Questa  senza dubbio la profonda convinzione dell'intero popolo britannico e, entro qualche giorno, lui stesso lo proclamer in parlamento.439
I presenti non lo sapevano, ma Churchill aveva appena testato a beneficio della Francia la bozza del discorso che lo avrebbe caratterizzato per sempre.
Attlee, toccato da quelle parole, si dichiar "pienamente d'accordo con tutto ci che [aveva] detto Mr Churchill" e aggiunse: "Adesso il popolo inglese  conscio del pericolo che si trova ad affrontare e sa che, nell'eventualit di una vittoria della Germania, tutto ci che ha costruito verrebbe distrutto, perch i tedeschi non uccidono soltanto gli uomini, ma anche le idee. Il nostro popolo  determinato come mai nella sua storia".440
Reynaud non aveva molto da dire, ma ringrazi Attlee e Churchill per le loro parole ispiratrici, grato a quest'ultimo per aver garantito che, se la Francia non ce l'avesse fatta, la Gran Bretagna avrebbe continuato a lottare. Aggiorn quindi la seduta dichiarando che i loro due paesi non erano mai stati cos vicini.
Se c'era qualcuno particolarmente ansioso di conoscere l'esito della riunione, quello era Halifax. Sir Ronald Campbell, l'ambasciatore britannico in Francia, gli scrisse immediatamente per informarlo che Churchill era giunto "al momento opportuno" e che la sua visita era stata "di estrema importanza":441
Se l' cavata magnificamente con i francesi. Lui ve lo spiegher molto meglio di quanto possa farlo io per lettera. Vi basti sapere che ha concluso la riunione del Supremo consiglio di guerra con una straordinaria perorazione sull'implacabile volont del popolo inglese di combattere fino alla fine e di perire combattendo piuttosto che soggiacere alla schiavit.442
Probabilmente era proprio quello che Halifax non avrebbe voluto leggere. Soltanto il giorno precedente, dopo la riunione del Gabinetto di guerra delle 17.30, aveva annotato nel suo diario di non avere mai visto nessuno "scombussolato" come Winston: "Sto cominciando a comprendere che i suoi processi mentali, per funzionare, hanno bisogno di esprimersi verbalmente. Visto che nel mio caso  l'esatto contrario, lo trovo irritante".443
Halifax aveva ragione riguardo al funzionamento dei processi mentali di Churchill, ma si sbagliava di grosso nel definirlo "scombussolato". Infatti, dopo l'intervento del 28 maggio alla Camera dei Comuni, quando aveva promesso un nuovo discorso entro una settimana, la sua mente non aveva fatto altro che creare ordine: un ordine di parole. La valutazione dell'ambasciatore Campbell  pi sagace rispetto a quella di Halifax e ci riporta al cospetto di un vecchio amico di Churchill, Cicerone.
Nel suo L'invenzione retorica, Cicerone tratta dell'ordine naturale del discorso e lo scompone in sei elementi, l'ultimo dei quali  la perorazione, ossia la conclusione emozionante dell'orazione solitamente volta a suscitare l'entusiasmo dell'uditorio. Con la "straordinaria perorazione" che rivolse al Supremo consiglio di guerra, Churchill stava provando ancora una volta la parte finale di quello che sarebbe entrato nella storia come uno dei pi grandi discorsi mai pronunciati.
A Londra, intanto, si parlava gi del magistrale lavoro che Churchill stava compiendo con i francesi. Hugh Dalton annot nel suo diario: "Il re ha dovuto ricordare a Winston che  primo ministro soltanto in Gran Bretagna e non anche in Francia!".444 Churchill torn in patria all'alba di sabato 1 giugno.
Durante la riunione del Gabinetto di guerra di quella mattina, i presenti appresero con entusiasmo che "l'Operazione Dynamo stava prosperando oltre ogni speranza e aspettativa"445 e che erano gi stati evacuati quasi duecentoventicinquemila soldati. Il giorno precedente, l'ambasciatore americano Joseph Kennedy aveva detto a lord Halifax che un'operazione come quella di Dunkerque valeva "come quaranta appelli degli Alleati agli Stati Uniti".446 A quel punto la Gran Bretagna aveva maggiori possibilit di ottenere i cacciatorpediniere richiesti. Stava "accadendo tutto rapidamente negli Stati Uniti"447 e Churchill avrebbe dovuto approfittarne per parlare direttamente con il presidente e velocizzare un po' le cose.
Dopo aver fatto ritorno all'Ammiragliato, Colville propose al primo ministro di "spedire in Canada i quadri della National Gallery" e Churchill rispose: "No, seppelliteli in caverne e cantine. Nulla se ne deve andare. Li sconfiggeremo".448 Ebbe una reazione analoga quando si parl di trasferire oltreoceano la famiglia reale, i gioielli della Corona e addirittura il governo: "Credo che li faremo rimpiangere di aver tentato di invadere la nostra isola. Una simile discussione non  accettabile".449
Sopra Dunkerque, intanto, i cieli erano sgombri e la Luftwaffe pot riprendere il suo terrificante attacco al porto e fornire copertura aerea alle truppe di terra tedesche. L'evacuazione proseguiva a ritmo costante, ma quel giorno le perdite erano state ingenti: diciassette navi, inclusi quattro preziosi cacciatorpediniere, pi dieci gravemente danneggiate. Durante la riunione del Comitato dei capi di stato maggiore delle 15.30, Churchill sottoline "l'importanza di resistere il pi a lungo possibile" e aggiunse: "Pu darsi che i tedeschi siano vicini a sfondare e forse riusciremo a proseguire ancora per una notte. Il successo o il fallimento dei nostri tentativi di mettere in salvo ci che resta dell'esercito francese pu influire notevolmente sull'Alleanza. L'evacuazione deve continuare finch il fronte regger, anche al costo di perdite navali".450
Alle 18.45 un telegramma di massima urgenza avvis il generale Weygand che la situazione era ormai a un punto critico: dovevano tener duro il pi a lungo possibile, ma probabilmente i tedeschi sarebbero riusciti a sfondare, costringendoli a interrompere l'evacuazione.
La preoccupazione cominci a diffondersi anche tra i cittadini britannici, sempre pi abbattuti e in preda a un'ondata di panico generale. Sui giornali si parlava dei progetti di Hitler di invadere la Gran Bretagna. Il Gabinetto di guerra stabil che, nel tentativo di sollevare il morale della nazione, la sera del 2 giugno Duff Cooper avrebbe dovuto annunciare alla radio la riuscita evacuazione di 276.030 soldati. Ma non era soltanto il popolo ad avere bisogno di incoraggiamento: la preoccupazione imperversava anche fra i ministri, come risulta chiaramente dai diari di tre deputati, rispettivamente Harold Nicolson, Hugh Dalton e Chips Channon:
Ci sono davvero poche ragioni per cantare vittoria, tranne ragioni morali. Abbiamo perso tutto il nostro materiale. I francesi hanno perso l'80 per cento delle loro forze e hanno la sensazione di essere stati abbandonati. Sar un vero problema ricreare buone relazioni tra gli eserciti.451
Come sar l'Europa nell'arco di sei mesi? Carestia, fame e ribellione, soprattutto nei paesi schiavi che sono stati invasi dalla Germania.452
Tutto cospira contro di noi ... Siamo in una posizione terrificante ...
Mentre osservo la parata grigia e verde delle guardie a cavallo, con il cielo azzurro, gli enormi palloni di sbarramento simili a elefanti che si inchinano, i reticoli di filo spinato e i soldati attorno, mi domando: questa  davvero la fine dell'Inghilterra? Stiamo assistendo, come temo da tempo, al declino, alla decadenza e forse all'estinzione della popolazione di questa grande isola?453
A mezzogiorno del 3 giugno la miracolosa evacuazione del Corpo di spedizione britannico era quasi terminata: erano stati portati in salvo 292.380 soldati. Il segretario personale di Churchill, John Martin, scrisse nelle sue memorie:
In quei giorni terribili il primo ministro fu assolutamente irremovibile, ma era facile percepire la forza della responsabilit che gravava su di lui; cos come l'immaginazione e l'emozione con cui osservava l'agonia della Francia, desideroso di fornire ogni possibile sostegno e conforto, ma sforzandosi di resistere alle suppliche disperate e ai propri istinti generosi per trattenere quel minimo di forza aerea da cui dipendevano le speranze di continuare a combattere in Gran Bretagna.454
Churchill aveva in programma un intervento alla Camera dei Comuni dopo meno di ventiquattro ore e doveva ancora terminare la stesura del discorso. In quella giornata frenetica, aveva rubato qualche momento tra i vari incontri per sedersi alla sua scrivania di Downing Street e apportare le modifiche necessarie, in modo da trasmettere il pi chiaramente possibile la gravit della situazione. Il contenuto era pi o meno lo stesso del discorso pronunciato in Francia durante la riunione del Supremo consiglio di guerra, ma in questo caso serviva un linguaggio capace di penetrare l'anima del popolo britannico fin nel profondo: un linguaggio semplice, legato a una terminologia anglosassone essenziale, con terzine che riecheggiavano come colpi di martello sferrati sulla stessa incudine.
Sottopose la prima bozza alla sua cerchia e, in un primo momento, il discorso risult "piuttosto duro nei confronti del comando supremo francese",455 vista la delicatezza della situazione attuale e la loro richiesta di un ulteriore supporto militare britannico. Churchill depenn il passaggio che affermava: "Anche se gli Stati Uniti continuano a osservare con curioso distacco la crescita e l'avanzata di pericoli che rappresentano per loro una minaccia sempre pi tetra".456 Forse si era reso conto che lo scopo di quel discorso non era allontanare gli Stati Uniti, ma incitarli a unirsi allo sforzo bellico. Straordinarie, inoltre, sono le didascalie che appunt per se stesso a margine. Per esempio, accanto al passaggio che recita "Abbiamo subito perdite superiori a trentamila uomini - uccisi, feriti e dispersi", scrisse: "Mostrati afflitto".457
Churchill era estremamente meticoloso nel redigere i propri discorsi e impiegava diversi giorni per farlo. Il suo segretario personale, John Martin, spieg in un'intervista del 1973 che Winston riponeva una "cura estrema" in quella segreta forma d'arte. Veniva convocato un dattilografo e Churchill cominciava a "dettare molto lentamente quello che avrebbe detto ... dopo aver visionato quella scrupolosa selezione di parole e frasi ... collaudava diverse parole pronunciandole con una specie di sussurro e tu riuscivi a percepirne soltanto una mezza dozzina in fila ... le scandiva con la lingua e le testava" prima di selezionare quella che gli pareva suonasse meglio. Dopo aver fatto battere a macchina la "bozza" del discorso, lo passava in rassegna e lo correggeva con una matita rossa. Quindi veniva battuta una "bozza semidefinitiva", poi "sottoposta al vaglio degli esperti" per verificare la correttezza di dati e cifre. La battitura definitiva era in "forma di salmo",458 un tipo di impaginazione caratteristica di Churchill, con le righe disposte come le strofe di una poesia e gli a capo rientrati. A quel punto cominciava a fare pratica: camminava per la stanza stringendosi il bavero con entrambe le mani e ripeteva il discorso in continuazione, collaudando l'intera gamma delle intonazioni, dal reboante al sussurrato.
Alle 15.40 del 4 giugno 1940 il tempo per esercitarsi era scaduto. L'evacuazione di Dunkerque era completa, con trecentotrentamila soldati portati miracolosamente in salvo.
In una Camera dei Comuni gremita, il primo ministro si alz in piedi e, con quattro passi, raggiunse la tribuna.
Avrebbe parlato per trentaquattro minuti, cominciando con un resoconto dettagliato della situazione in Francia nelle ultime settimane per poi arrivare all'evacuazione di Dunkerque. Questa volta non aveva intenzione di indorare la pillola, dunque utilizz un linguaggio schietto, pittoresco, scioccante, descrivendo nel dettaglio il potere dei nazisti e le coraggiose imprese di chi aveva perso la vita per difendere il porto. Defin la campagna di evacuazione una "liberazione miracolosa, conseguita grazie al valore, alla perseveranza, alla perfetta disciplina, a una prestazione impeccabile, alle risorse, alla destrezza, all'indomita lealt", ma sottoline: "Le guerre non si vincono con le evacuazioni".459
Churchill stava cominciando a scaldarsi e, facendo leva ancora di pi sulle tecniche della retorica a lui cos familiari, rivolse una domanda al suo uditorio: "Poteva esistere un obiettivo di maggior portata e importanza militare ai fini della guerra?". E ancora: "E se dalla bravura e dalla dedizione di qualche migliaio di aviatori dipendesse la causa della civilt stessa?".460 Accost a vivide descrizioni del conflitto elementi di storia poetica:
Credo che in tutto il mondo, nell'intera storia bellica, non sia mai esistita una tale opportunit per i giovani. I cavalieri della Tavola Rotonda, i crociati, appartengono tutti a un passato prosaico ... questi giovani, che partono ogni mattina per difendere la loro terra natia e tutto ci che rappresentiamo ... dei quali si pu dire: "Ogni mattina portava con s una nobile occasione ... E ogni occasione rivelava un nobile cavaliere".461
Parl dei piani di invasione di Hitler, ma ricord che nel corso dei secoli Napoleone e altri "tiranni dell'Europa continentale" avevano gi elaborato piani analoghi, ma sempre senza successo. Infine pass alla perorazione su cui aveva lavorato con tanto impegno:
Io stesso ho piena fiducia che, se tutti faranno il loro dovere, se nulla sar trascurato, se verranno date le migliori disposizioni, proprio come sta avvenendo, ci dimostreremo ancora una volta in grado di difendere la nostra isola, di superare la tempesta della guerra e di sopravvivere alla minaccia della tirannia, se necessario per anni, se necessario da soli. In ogni caso,  ci che tenteremo di fare. Questo  il proposito del governo di Sua Maest, di ogni singolo membro. Questa  la volont del parlamento e della nazione. L'impero britannico e la Repubblica francese, uniti nella loro causa e nella loro necessit, difenderanno fino alla morte il suolo natio, aiutandosi reciprocamente come buoni compagni fino all'estremo limite delle loro forze. Anche se ampie zone d'Europa e molti stati antichi e importanti sono caduti o potranno cadere nella morsa della Gestapo e di tutti gli odiosi apparati del nazismo, noi non cederemo e non falliremo. Andremo fino in fondo. Combatteremo in Francia, combatteremo sui mari e sugli oceani, combatteremo nell'aria con crescente sicurezza e forza, difenderemo la nostra isola a qualunque costo. Combatteremo sulle spiagge, combatteremo nei luoghi di sbarco, combatteremo nei campi e sulle strade, combatteremo tra le colline; non ci arrenderemo mai e anche se, cosa che non ritengo possibile neanche per un momento, quest'isola o gran parte di essa si trover soggiogata e alla fame, allora il nostro impero d'oltremare, armato e protetto dalla flotta britannica, continuer a combattere finch, quando Dio lo vorr, il Nuovo Mondo, con tutta la sua forza e potenza, far un passo avanti per la salvezza e la liberazione del Vecchio.462
Il discorso fu un vero e proprio successo. La sua forza era innegabile e suscit una reazione entusiastica; diversi parlamentari laburisti erano in lacrime. In seguito Churchill parl del grandioso incarico che gli era toccato, quello di dare voce al popolo britannico; disse che erano loro "ad avere un cuore da leoni" e che a lui era spettato "il fortunato compito di emettere il ruggito".463 E il ruggito non era mai stato tanto fragoroso come in quel momento, nella loro ora pi buia.
La frase pi rappresentativa, "combatteremo sulle spiagge", era di fatto un omaggio di Churchill all'amico Georges Clemenceau, ex leader francese. Winston aveva scritto diversi saggi su questo illustre personaggio e si era intrattenuto con lui in occasione della conferenza di pace di Parigi. Adatt quindi un passaggio tratto da un discorso di Clemenceau del 1918, che recitava: "Combatter davanti a Parigi, combatter dentro Parigi, combatter dietro Parigi".464 In effetti,  sufficiente un piccolo guizzo di inventiva per arrivare al "combatteremo...". Ancora una volta, come nel discorso "Sangue, fatica, lacrime e sudore", sfrutt efficacemente la ripetizione all'inizio di frasi consecutive. Usando il verbo al plurale, "combatteremo", sottoline la sua vicinanza al popolo, l'idea che sarebbe rimasto al suo fianco a ogni passo.
Nel saggio The Scaffolding of Rhetoric, Churchill afferma che "l'oratore incarna le passioni della moltitudine"465 e, di fatto, pronunci il suo discorso ad alta voce, certo che il popolo britannico avrebbe combattuto con lui fino alla fine. Secondo lo storico David Cannadine, Churchill scelse quel tipo di linguaggio perch "rispecchiava in modo vivido e diretto quello che lui era davvero ... un personaggio allo stesso tempo semplice, focoso, innocente, incapace di raggiri o sotterfugi, ma anche esuberante, romantico, cavalleresco, eroico, generoso e molto colorito".466 Queste caratteristiche trapelano chiaramente in un discorso che  infuso di emozione e coraggio, ma soprattutto di speranza. Winston porge la mano al popolo per guidarlo attraverso le difficolt che lo attendono.
Churchill ricopriva la carica di primo ministro solo da venticinque giorni. Dopo avere affrontato le pressioni indomite della guerra e la sfiducia del suo Gabinetto, ma soprattutto i suoi stessi timori e dubbi, era emerso in un territorio pi vasto e soleggiato, fatto di sicurezza e autorit.
Quarantadue anni prima, un Churchill ventitreenne aveva scritto:
Di tutti i talenti elargiti agli uomini, nessuno  prezioso come il dono della retorica. Chi ne gode esercita un potere pi duraturo di quello di un grande re,  una forza indipendente nel mondo. Anche se abbandonato dal suo partito, tradito dagli amici, spogliato dei suoi incarichi, chi dispone di un tale potere resta comunque formidabile. Molti ne hanno contemplato gli effetti. Un'assemblea di solenni cittadini, temprati da tutto il cinismo di quest'epoca prosaica, non pu resistere alla sua influenza. Il loro silenzio apatico lascia spazio a una stentata approvazione, fino al consenso totale con l'oratore. Le acclamazioni diventano sempre pi sonore e frequenti; l'entusiasmo cresce per un po', finch si trovano preda di emozioni incontrollabili e di sentimenti che hanno rinunciato a dominare.467
Con il suo discorso, Winston soddisf tali condizioni: divenne "una forza indipendente nel mondo", "formidabile", pi potente di un re. E, cos facendo, convogli le passioni del suo popolo.


Epilogo
PER AMOR DI VERIT

Ci che Winston Churchill fece, ci che disse e ci che infine decise in quei terribili giorni del maggio 1940 mut le sorti dell'Inghilterra e dell'Europa, oltre che il suo personale posto nella storia mondiale. Ma come arriv a prendere la decisione giusta - dopo un periodo di accesi dibattiti, di dubbio e di ricerca interiore, di paura, di sconforto e di indecisione - e come in breve tempo riusc a trovare le parole perfette per spiegare alla nazione il suo pensiero, le sue convinzioni e il suo sentire, questo, a mia memoria, non  mai stato raccontato in modo soddisfacente. Nell'accingermi a farlo, mi sono proposto di portare alla luce una storia pi nobile, pi incerta, psicologicamente pi plausibile, e nel complesso pi umana, di quanto fosse emerso prima d'ora.
Le mie ricerche, condotte durante la preparazione del film L'ora pi buia e in vista di questo libro, mi hanno convinto che nel maggio del 1940 Winston Churchill prese in seria considerazione l'ipotesi di trattare la pace con Hitler, per quanto tale idea possa oggi sembrarci disgustosa. So bene che questa conclusione  impopolare e che mi pone in rotta di collisione con la quasi totalit degli storici e degli studiosi, ben pi immersi in quel periodo di quanto io possa affermare di essere. In chiusura di questo libro vorrei per riproporre i puri e semplici dati di fatto che ho avuto modo di riscontrare in favore della mia tesi, oltre che esporre i principali argomenti di coloro secondo cui, invece, Churchill non avrebbe mai contemplato sul serio la via del negoziato di pace.
Cominciamo dall'argomento pi generalmente accolto. Quando disse, come risulta dai documenti, che sarebbe stato "felice" di ricevere un'offerta di pace, o quando accett di "prenderla in considerazione", Churchill non pensava davvero ci che stava affermando. Cercava solo di prendere tempo, con una mossa calcolata, ma non parlava seriamente: non ebbe mai tentennamenti o incertezze. Ai suoi colleghi del Gabinetto di guerra sembr fare sul serio, ma in verit il suo non fu che un astuto espediente per ingannare Halifax, per non perderlo in un momento cruciale in cui le dimissioni del ministro degli Esteri avrebbero probabilmente affossato il governo. E bisognava essere oltremodo convincenti per persuadere uomini avveduti e scaltri come Halifax e Chamberlain.
Senonch quest'interpretazione presenta diverse crepe.
La prima  la mancanza di prove che la confermino, che vadano al di l dell'ipotesi accademica. Come osserva Christopher Hitchens, quel che pu essere affermato senza prove pu anche essere negato senza prove.
Winston Churchill non fece mai intendere di essere impegnato a ordire un enorme inganno. Non lo rivel all'epoca e non lo ammise neppure dopo la guerra, quando avrebbe avuto tutto il tempo di farlo, non senza aggiungere punti alla sua reputazione. L'idea che Churchill, per pura modestia, abbia tenuto nascosto alla storia un fatto cos eclatante come una manovra capace di battere in astuzia il rivale Halifax mal si accorda con quanto sappiamo della sua personalit, sotto ogni riguardo ben posizionata nella scala del narcisismo. Lungi dal nuocere alla sua icona leggendaria, una rivelazione del genere l'avrebbe ulteriormente esaltata. A chi poi volesse mettere in dubbio la sollecitudine di Churchill per la propria immagine, baster ricordare questa sua battuta: "Sar bene che tutte le parti in causa lascino il passato alla storia, soprattutto dal momento che mi propongo io stesso di scrivere quella storia".468
Il secondo argomento contro la tesi che Churchill volesse prendere tempo  che essa non tiene adeguatamente conto delle pressioni - di ordine personale, politico e militare - che il primo ministro britannico si trov, in quel disperato frangente, ad affrontare: di come l'invasione della Gran Bretagna fosse ritenuta imminente (una questione di giorni, secondo i consiglieri militari del premier), di come la popolazione inglese si trovasse esposta, di come l'esercito britannico in Francia versasse in netta inferiorit numerica (dieci a uno se tutti i soldati di Dunkerque fossero stati salvati, cento a uno se ci non fosse avvenuto), di quanto tragicamente rapido fosse stato il crollo dell'Europa di fronte all'avanzata tedesca, e infine di quanto razionali, morali e assennate fossero le argomentazioni addotte da Halifax e appoggiate da Chamberlain e altri.
Oltre a tutto questo, c'era il pericolo che Halifax si dimettesse, un rischio che avr senz'altro indotto Churchill a riesaminare a mente fredda le proprie posizioni. Lord Halifax non era persona da minacciare di far cadere il nuovo governo senza essere assolutamente convinto di trovarsi nel giusto (e che Churchill fosse nel torto): le convinzioni di un uomo di tale statura non potevano essere prese alla leggera.
Con questa spaventosa mole di pressioni, e con ben poche opzioni sul tavolo, quale persona sana di mente non avrebbe preso seriamente in considerazione l'ipotesi di avviare trattative di pace, anzich rischiare un annientamento quasi certo?
Sorprende che chi avversa la tesi del "tentennamento" o dell'"indecisione", se cos vogliamo chiamarla, sia costretto a immaginare un Churchill dissennato, un uomo assolutamente insensibile ai terribili eventi in corso e dimentico dei tragici errori di calcolo commessi con Gallipoli o, solo qualche settimana prima, con la Norvegia. In realt, l'amara lezione impartita da Gallipoli non abbandon mai Winston Churchill, anche se egli cerc di mascherarla, negando di provare alcun senso di colpa, e, pi avanti, dicendo di "compiacersi" per il valore degli uomini morti laggi.
La storia, per, ha molti autori e un pomeriggio dell'agosto 1915, mentre era intento a dipingere un paesaggio, dunque a guardia abbassata, Churchill confess al poeta e diplomatico Wilfrid Scawen Blunt: "C' pi sangue che colore su queste mani".469 Un raro spiraglio sulla sua fragilit psicologica e un ancor pi raro spiraglio sulla sua tormentata umanit. Chi si  macchiato di una colpa finisce immancabilmente per dubitare di s, e certamente sul finire del maggio 1940 questo tipo di dubbio si fece sentire anche in Churchill. Quando in passato si  commesso un errore tanto grave, non si pu essere pi, in circostanze analoghe, tanto sicuri di se stessi.
Come gi ricordato, lo storico David Cannadine ha affermato che Churchill aveva un carattere "allo stesso tempo semplice, focoso, innocente e incapace di inganni o sotterfugi".470 Se questo  vero, perch allora attribuirgli giorni e giorni di inganni e di intrighi, nella totale assenza di documenti che, prima o dopo i fatti, attestino tale condotta?
 come se ci fosse la tendenza generale a negare che un grande uomo possa, com' invece normale, dubitare di s. Ma avere dubbi non  un peccato! Direi anzi che la capacit di dubitare, e a partire dal dubbio riuscire a fare sintesi con idee di segno opposto, per arrivare infine a prendere una decisione equilibrata,  la definizione stessa del vero leader e della vera leadership.
Lungi dallo sminuire Churchill, questo libro ne propone quindi un'immagine pi maestosa e complessa.
Assumiamo perci che Winston Churchill abbia inteso effettivamente dire ci che disse, nel dibattito su quelle spinosissime questioni, in un contesto in cui sapeva perfettamente che ciascuna parola sarebbe stata verbalizzata con la massima seriet e consegnata alla memoria dei posteri.
I verbali delle riunioni del Gabinetto di guerra di fine maggio 1940 mi hanno tolto ogni dubbio sul fatto che per un certo periodo, quando sembrava che l'Inghilterra fosse sul punto di perdere il 90 per cento dei suoi soldati, Churchill matur gradualmente la convinzione che, nella misura in cui l'indipendenza della Gran Bretagna fosse stata garantita, sondare la possibilit di trattare la pace con la Germania nazista fosse sensato, per quanto una simile prospettiva potesse risultare sgradevole. Sapeva che Hitler avrebbe preteso qualcosa di terribile: la consegna dell'Europa centrale e della Francia al dominio nazista e la restituzione di certe colonie sottratte alla Germania dopo la prima guerra mondiale. Era un prezzo mostruoso, ma l'opzione di una pace negoziata aveva cominciato a sembrare preferibile rispetto all'invasione dell'Inghilterra e alla sua possibile occupazione, con la prospettiva di vedere la bandiera con la svastica sventolare su Buckingham Palace e Westminster.
Da un'attenta lettura delle parole che, stando ai documenti, Churchill pronunci nelle discussioni di quel maggio emerge con vivida chiarezza un progressivo cedimento della sua precedente propensione a combattere a ogni costo, e un crescente interesse per l'ipotesi di negoziare la pace. Non possiamo infatti trascurare che secondo vari documenti in quei giorni egli dichiar che avrebbe "preso in considerazione" un accordo di pace, che sarebbe stato felice di "discuterlo", che sarebbe stato "felice" di uscire dalla disastrosa situazione in atto anche trattando, purch fossero state soddisfatte alcune condizioni essenziali, e anche "a costo di cedere territorio [britannico, come Malta e alcune colonie africane]" e, come ebbe a dire al Gabinetto di guerra, anche se ci avrebbe significato assicurare a Hitler "il pieno controllo sull'Europa centrale". E anzi, come avrebbe poi riferito alla Commissione difesa, raccomand ai francesi di "accettare" un accordo di pace, qualora fosse stato loro offerto, a patto che la Francia non fosse usata come testa di ponte per sferrare l'attacco all'Inghilterra. Il diario di Chamberlain riferisce, con un linguaggio certamente pi colorito e realistico di quello del segretario di Gabinetto e della sua asciutta prosa, che Churchill avrebbe colto "al volo" la possibilit di un accordo, se determinate condizioni fossero state soddisfatte. A riprova del fatto che fosse davvero pronto a farlo, autorizz, a patto che rimanesse segreto, il vertice anglo-italiano di Londra del 25 maggio tra lord Halifax e l'ambasciatore Bastianini, un incontro che intavol esplicitamente l'ipotesi di aprire con Hitler trattative di pace, con Mussolini nella veste di intermediario. E dopo questo incontro Churchill autorizz formalmente Halifax a redigere un memorandum per l'ambasciatore italiano allo scopo di mettere a fuoco le condizioni di un accordo di pace che potesse coinvolgere a un tempo Inghilterra e Francia.
Concessioni di non poco conto per essere fatte da una persona che non avrebbe mai considerato seriamente l'ipotesi di trattare la pace.
A mio avviso il 27 maggio l'oggetto del contendere non fu se si sarebbe dovuto cercare un accordo di pace, ma quando. Churchill era dell'opinione che il suo governo avrebbe spuntato condizioni migliori dopo che il tentativo di invasione da parte dei nazisti fosse stato respinto, mentre Halifax e Chamberlain ritenevano che il momento giusto fosse allora, quando l'Inghilterra disponeva ancora di un esercito. Per alcune drammatiche ore d'incertezza il destino del mondo rimase sospeso all'esito di quel confronto.
Ogni leader ha bisogno di fortuna, della fortuna di trovarsi alle prese con tempi adeguati ai suoi talenti.
Winston Churchill non era fatto per la pace. Era fatto per misurarsi con tempi di crisi e dare loro espressione, per dimostrare coraggio e suscitarlo, per affrontare il rischio e, non di rado, sottovalutarlo. L dove uomini pi ragionevoli avrebbero, e a buon diritto, temuto le conseguenze di certe loro decisioni, egli non era incline - non lo fu mai per tutto l'arco della sua vita - a indugiare pi di tanto sui possibili esiti negativi e non riusciva pi di tanto a capire perch altri lo facessero. L'audacia  una qualit propria di molti grandi leader, ma pu tradursi tanto in infamia quanto in gloria. Alla fine ci che fa la differenza  se un leader  nel torto o nel giusto.
Alla fine di quel maggio - dopo un'enorme mole di perplessit, esitazioni e incertezze, di ininterrotto lavoro notturno, di confusione mentale, di affermazioni e smentite, di esasperante, eccessivo ricorso al voltafaccia, di ricerca interiore, di concentrazione, di ascolto, di riconsiderazione, di vaglio delle opzioni, di calcolo, di ammutolimento - fu in condizione di presentarsi davanti al paese e pronunciare parole temprate alla fiamma del dubbio pi acuto, e schierarsi dalla parte giusta della storia.
Aveva indovinato.
I fatti del maggio 1940 furono la fonte della sua maturazione e della sua fortuna. In quelle prime, delicate settimane della sua premiership, nelle quali fu messo alla prova come pochi altri nuovi leader, Churchill riusc essenzialmente a scoprire in se stesso le insospettate doti di comando che gli sarebbero servite per il resto della guerra e che gli avrebbero assicurato un posto imperituro nel pantheon dei grandi.
Quel maggio Winston Churchill divenne Winston Churchill.
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FINE.
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RINGRAZIAMENTI.
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Dedico questo lavoro a mio padre, che nella seconda guerra mondiale ha combattuto nel Pacifico e in Italia. Mio padre ha sempre nutrito una profonda ammirazione per Winston Churchill, anche se quand'ero bambino non riuscivo bene a capire perch. Spero che apprezzerebbe questo libro.
La Churchill Estate, e in particolare la famiglia Churchill, ha generosamente patrocinato questo progetto. Un grande ausilio mi  stato offerto dai Churchill Archives, che mi hanno messo a disposizione la loro straordinaria raccolta.
La mia fedelissima editor, Jane Parkin, mi ha aiutato con la sua acribia grammaticale a migliorare il dettato del testo nel segno dell'ordine e della chiarezza; e insieme a lei l'abile manipolo dei revisori: Joel Rickett e Daniel Crewe per la Viking e Jonathan Jao e Roger Labrie per la HarperCollins.
Desidero ringraziare anche la mia agente letteraria, Jennifer Joel, della ICM Partners, e per il loro sostegno Working Title Films, Universal Pictures e Focus Features.
Ma il mio ringraziamento pi sentito, e il mio debito pi profondo,  per Rebecca Cronshey, la mia eroica ricercatrice, che con le sue notti insonni e le sue indagini d'archivio mi ha aiutato a dare a questo libro il volto che ha.
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NOTE al testo.
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1 Intervento di Leo Amery al dibattito sui fatti di Norvegia, in Hansard, Conduct of the War, HC Deb Series 5, 7 maggio 1940, vol. 360, cc. 1140-1151.
2 Robert Rhodes James (a cura di), Chips: The Diaries of Sir Henry Channon, London, Weidenfeld & Nicolson, 1993, p. 245.
3 Arthur Greenwood, in Hansard, Conduct of the War, HC Deb Series 5, 7 maggio 1940, vol. 360, cc. 1171-1172.
4 Ammiraglio sir Roger Keyes, ivi, cc. 1127-1128.
5 Clement Attlee, ivi, cc. 1093-1094.
6 John Colville, The Fringes of Power: Downing Street Diaries 1939-1955, London, Hodder and Stoughton, 1985, 6 maggio 1940, p. 91.
7 Herbert Morrison, in Hansard, Conduct of the War, HC Deb Series 5, 8 maggio 1940, vol. 360, c. 1265.
8 Colville, The Fringes of Power, cit., p. 93: sir Samuel Hoare (ministro dell'Aeronautica), sir John Simon (cancelliere), sir Kingsley Wood (lord del Sigillo privato).
9 Hugh Dalton, The Fateful Years: Memoirs, 1931-1945, London, Frederick Muller, 1957, p. 305.
10 David Lloyd George, in Hansard, Conduct of the War, HC Deb Series 5, 8 maggio 1940, vol. 360, c. 1283.
11 National Library of Wales, Lady Olwen Carey-Evans Papers 122/14a, MLG a Mrs PHG, 15 maggio 1940.
12 Neville Chamberlain, diario, 16 giugno 1940 (Neville Chamberlain Papers, University of Birmingham).
13 Winston S. Churchill, in Hansard, Conduct of the War, HC Deb Series 5, 8 maggio 1940, vol. 360, cc. 1251-1366.
14 Lloyd George, ivi, c. 1283.
15 James (a cura di), Chips, cit., pp. 246-247.
16 Roy Jenkins, Churchill: A Biography, London, Macmillan, 2001.
17 Colville, The Fringes of Power, cit., p. 93.
18 James (a cura di), Chips, cit., p. 248.
19 Andrew Roberts, The Holy Fox: A Biography of Lord Halifax, London, Weidenfeld & Nicolson, 1991, p. 245, sulla scorta di "informazioni private".
20 Lord Halifax, diario, 9 maggio 1940, Halifax Papers (Borthwick Institute, York), A7/8/4, p. 113.
21 Ibid.
22 Ivi, p. 114.
23 Richard Austen Butler, The Art of the Possible: The Memoirs of Lord Butler, K.G., C.H., London, Hamish Hamilton, 1971, p. 84.
24 Roderick Macleod e Denis Kelly (a cura di), The Ironside Diaries: 1937-1940, London, Constable, 1962, p. 293.
25 Roberts, The Holy Fox, cit., p. 274.
26 D.R. Thorpe, Eden: The Life and Times of Anthony Eden, First Earl of Avon, 1897-1977, London, Pimlico, 2004, p. 237.
27 Anthony Eden, The Eden Memoirs, vol. II: The Reckoning, London, Cassell, 1965, p. 96 (Le memorie di Sir Anthony Eden, vol. II: La resa dei conti, 1938-1945, trad. it. di D. Bartoli, Milano, Garzanti, 1960-1968).
28 A.J.P. Taylor, Beaverbrook, London, Hamish Hamilton, 1972, p. 409.
29 Eden, The Eden Memoirs, vol. II: The Reckoning, cit., pp. 96-97.
30 Lord Halifax, diario, p. 114.
31 Ivi, p. 115.
32 Ibid.
33 Winston S. Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. I: L'addensarsi della tempesta, t. II: Guerra in sordina, trad. it. di O. Ceretti Borsini, Milano, Mondadori, 1970, p. 307.
34 David Dilks (a cura di), The Diaries of Sir Alexander Cadogan, O.M., London, Cassell, 1971, 9 maggio 1940, p. 280; Roberts, The Holy Fox, cit.
35 Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. I, t. II, cit., p. 306.
36 Eden, The Eden Memoirs, vol. II: The Reckoning, cit., p. 97.
37 Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. I, t. II, cit., pp. 311-312.
38 Winston, da piccolo, storpiava la pronuncia di woman, "donna", in woomy, e per tutta la vita si rivolse alla sua bambinaia con il soprannome di "Woom" o "Woomany". [N.d.T.]
39 Winston S. Churchill, Gli anni della mia giovinezza, trad. it. di U. Tolomei, 2 ed., Milano, Garzanti, 1973, p. 13.
40 Ivi, p. 70.
41 Ivi, p. 18.
42 Ivi, pp. 24-25.
43 Randolph S. Churchill (a cura di), The Churchill Documents, vol. I: Youth 1874-1896, London, Heinemann, 1967, pp. 390-391.
44 Churchill, Gli anni della mia giovinezza, cit., p. 47.
45 Ivi, p. 71.
46 Ivi, p. 80.
47 Ivi, pp. 83-84.
48 Ivi, p. 86.
49 Ivi, p. 114.
50 Ivi, p. 121.
51 Ivi, p. 122.
52 Winston S. Churchill, Savrola. A Tale of the Revolution in Laurania, London, George Newnes, 1908, p. 32.
53 Roy Jenkins, Churchill: A Biography, London, Macmillan, 2001, p. 65.
54 Ivi, p. 71.
55 Churchill, Gli anni della mia giovinezza, cit., p. 383.
56 Violet Bonham-Carter, Winston Churchill. An Intimate Portrait, New York, Harcourt, Brace & World, 1965, p. 89.
57 Jenkins, Churchill, cit., p. 220.
58 Ivi, p. 232.
59 Istituto peculiare del diritto britannico, da non confondersi n con l'avvocato generale dello Stato n con il procuratore generale o il pubblico ministero.  il pi qualificato consulente legale del governo e rappresenta in giudizio gli interessi della Corona. [N.d.T.]
60 Michael Shelden, Young Titan. The Making of Winston Churchill, New York, Simon & Schuster, 2013, p. 296.
61 Edward Grey Fallodon, Twenty-Five Years, 1892-1916, vol. II, London, Hodder and Stoughton, 1925, p. 223.
62 Winston Churchill a Herbert Asquith, 5 ottobre 1914, citato in Martin Gilbert, Winston S. Churchill, vol. III: The Challenge of War, 1914-16, London, Minerva, 1971, p. 163.
63 Timothy Travers, Gallipoli 1915, Tempus, Stroud, 2001, p. 23.
64 Jenkins, Churchill, cit., p. 260.
65 Gilbert, Winston S. Churchill, vol. III: The Challenge of War, cit., p. 457.
66 Ivi, p. 473.
67 Ivi, p. 459.
68 Martin Gilbert, Churchill. La vita politica e privata, trad. it. di D. Panzieri, Milano, Mondadori, 2014, p. 176.
69 Mary Soames (a cura di), Winston and Clementine: The Personal Letters of the Churchills, Boston (MA), Houghton Mifflin, p. 198.
70 Jenkins, Churchill, cit., p. 351.
71 Mary Soames, Clementine Churchill, London, Doubleday, 2002, p. 202.
72 Ibid.
73 Jenkins, Churchill, cit., p. 375.
74 Gilbert, Churchill, cit., p. 231.
75 Jenkins, Churchill, cit., p. 440.
76 Winston S. Churchill, discorso alla Camera dei Comuni, Hansard, HC Deb Series 5, 23 novembre 1932, vol. 272, coll. 73-92.
77 Ivi, 13 aprile 1933, vol. 276, coll. 2786-2800.
78 Ibid.
79 Martin Gilbert, The Roots of Appeasement, London, Weidenfeld & Nicolson, 1966, p. 143.
80 Winston S. Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. I: L'addensarsi della tempesta, t. II: Guerra in sordina, trad. it. di O. Ceretti Borsini, Milano, Mondadori, 1948, p. 288.
81 Id., discorso alla Camera dei Comuni, Hansard, HC Deb Series 5, 22 febbraio 1938, vol. 332, coll. 235-248.
82 Gilbert, The Roots of Appeasement, cit., p. 175.
83 Lord Halifax, alludendo a una conversazione avvenuta tra lui, Churchill e Neville Chamberlain, National Archives, CAB 23/95/5.
84 Chamberlain di ritorno da Monaco con l'accordo anglo-tedesco, 30 settembre 1938, BBC National Programme, 30 settembre1938, BBC Archive Recording, Feston Airport, Hounslow, West London.
85 Istituto peculiare del diritto britannico, da non confondersi n con l'avvocato generale dello Stato n con il procuratore generale o il pubblico ministero.  il pi qualificato consulente legale del governo e rappresenta in giudizio gli interessi della Corona. [N.d.T.]
86 Winston S. Churchill, discorso alla Camera dei Comuni, Hansard, HC Deb Series 5, 5 ottobre 1938, vol. 332, coll. 359-374.
87 L'episodio  raccontato da Randolph S. Churchill a Stour, East Bergholt, 13 febbraio 1963, ed  citato in Martin Gilbert, The Churchill War Papers, vol. I: At the Admiralty: September 1939-May 1940, London, Heinemann, 1993, p. 1266.
88 Winston S. Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. I: L'addensarsi della tempesta, t. II: Guerra in sordina, trad. it. di O. Ceretti Borsini, Milano, Mondadori, 1970, p. 306.
89 Samuel Hoare, Nine Troubled Years, London, Collins, 1954, pp. 431-432.
90 Colonnello Roderick Macleod, DSO, MC, e Denis Kelly (a cura di), The Ironside Diaries: 1937-1940, London, Constable, 1962, 10 maggio 1940, p. 301.
91 BBC Home Service, bollettino delle 7.00, venerd 10 maggio 1940.
92 Randolph S. Churchill, in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. I: At the Admiralty, cit., pp. 1269-1270.
93 National Archives, CAB 65/7/9.
94 Hoare, Nine Troubled Years, cit., p. 432.
95 Nell'ordine sono citati i titoli del 10 maggio 1940 di "Daily Express", "Daily Mirror", "Daily Mail" e "Daily Telegraph".
96 Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. I, t. II, cit., p. 306.
97 National Archives, CAB 65/7/10.
98 Philip Warner, The Battle of France, 10 May-22 June 1940: Six Weeks Which Changed the World, London, Cassell, 1990, pp. 50-52.
99 National Archives, CAB 69/1.
100 Lionel Hastings Ismay, The Memoirs of General the Lord Ismay, London, Heinemann, 1960, p. 123.
101 National Archives, CAB 83/3/12.
102 National Archives, CAB 65/7/11.
103 Ibid.
104 Ibid.
105 Andrew Roberts, The Holy Fox: A Biography of Lord Halifax, London, Weidenfeld & Nicolson, 1991, p. 280.
106 John Wheeler-Bennett, King George VI: His Life and Reign, London, Macmillan, 1958, p. 444.
107 John Colville, The Fringes of Power: Downing Street Diaries 1939-1955, London, Hodder and Stoughton, 1985, p. 96.
108 Mary Soames, Clementine Churchill, London, Cassell, 1979, cap. 19.
109 Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. I, t. II, cit., p. 309.
110 Ivi, pp. 309-310.
111 Wheeler-Bennett, King George VI, cit., p. 444.
112 W.H. Thompson, I Was Churchill's Shadow, London, Christopher Johnson, 1951, p. 37.
113 Colville, The Fringes of Power, cit., pp. 96-97.
114 Churchill a Chamberlain, 19 febbraio, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. I: At the Admiralty, cit., p. 1285.
115 Churchill a lord Halifax, citato ibid.
116 Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. I, t. II, cit., p. 310.
117 Ibid.
118 Neville Chamberlain, discorso di congedo, 10 maggio 1940. Trasmissione BBC conservata nel Sound Server della British Library.
119 Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. I, t. II, cit., pp. 310-311.
120 Robert Rhodes James (a cura di), Chips. The Diaries of Sir Henry Channon, London, Weidenfeld & Nicolson, 1993, p. 249.
121 Andrew Roberts, The Holy Fox. A Biography of Lord Halifax, London, Weidenfeld & Nicolson, 1991, p. 12.
122 Ben Pimlott (a cura di), The Second World War Diary of Hugh Dalton, London, Jonathan Cape, 1985, 14 novembre 1940, p. 101.
123 Andrew Muldoon, Empire, Politics and the Creation of the 1935 India Act. Last Act of the Raj, London, Routledge, 2016, p. 44. Citato anche in Roberts, The Holy Fox, cit., p. 6.
124 Roberts, The Holy Fox, cit., p. 51.
125 Ivi, p. 53.
126 Ivi, p. 63.
127 National Archives, CAB 23/83, 10 marzo 1936.
128 National Archives, CAB 23/87/3, 13 gennaio 1937.
129 Anthony Eden, The Eden Memoirs, vol. I: Facing the Dictators, London, Cassell, 1965, p. 509 (Le memorie di Sir Anthony Eden, vol. I: Di fronte ai dittatori, 1931-1938, trad. it. di D. Bartoli, Milano, Garzanti, 1960-1968).
130 Ivi, p. 515. Citato anche in Halifax Papers (Borthwick Institute, York), A4 410 3 3.
131 Halifax a Baldwin, 15 novembre 1937, Baldwin Papers, 173/61.
132 Halifax Papers, A4 410 3 3.
133 Ibid.
134 Ibid.
135 National Archives, CAB 23/90/43, 24 novembre 1937.
136 Alan Bullock (a cura di), The Ribbentrop Memoirs, London, Weidenfeld & Nicolson, 1954, p. 84.
137 Martin Gilbert, The Roots of Appeasement, London, Weidenfeld & Nicolson, 1966, p. 182.
138 Ibid.
139 Roberts, The Holy Fox, cit., p. 66.
140 Ambasciatore Joseph Kennedy a Cordell Hull, segretario di Stato americano, FRUS (Foreign Relations of the US), 1938, 1, 722, 12 ottobre 1938.
141 National Archives, CAB 27/624/32, 14 novembre 1938.
142 National Archives, CAB 23/96/59 (38), 15 dicembre 1938.
143 Keir Papers, citato in Roberts, The Holy Fox, cit., p. 191.
144 Edward Frederick Lindley (conte Halifax), Fulness of Days, London, Collins, 1957, p. 215.
145 Roberts, The Holy Fox, cit., p. 157.
146 Churchill a Chamberlain, 11 maggio 1940, Churchill Papers, 20/11, e risposta di Chamberlain. Citate in Martin Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender: May 1940-December 1940, London, William Heinemann, 1993.
147 Kevin Jefferys, War and Reform: British Politics during the Second World War, Manchester, Manchester University Press, 1994, p. 42.
148 Lord Halifax, diario, 11 maggio 1940, Halifax Papers (Borthwick Institute, York), A7/8/4, p. 119.
149 Robert Rhodes James (a cura di), Chips: The Diaries of Sir Henry Channon, London, Weidenfeld & Nicolson, 1993, 11 maggio 1940, p. 251.
150 Ruth Ive, The Woman Who Censored Churchill, Stroud, History Press, 2008, p. 56.
151 Roderick Macleod e Denis Kelly (a cura di), The Ironside Diaries: 1937-1940, London, Constable, 1962, 11 maggio 1940, p. 303.
152 Lord Halifax, diario, 11 maggio 1940, p. 119.
153 Chamberlain a Churchill, 11 maggio 1940, Churchill Papers, 20/11, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
154 Lord Halifax, diario, 11 maggio 1940, pp. 119-120.
155 Charles Stuart (a cura di), The Reith Diaries, London, Collins, 1975, 11 maggio 1940, p. 250.
156 Churchill a sir John Reith, Churchill Papers, 2/398, 12 maggio 1940, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
157 Lord Halifax, diario, 11 maggio 1940, p. 120.
158 Ivi, p. 121.
159 John Colville, The Fringes of Power: Downing Street Diaries 1939-1955, London, Hodder and Stoughton, 1985, 14 maggio 1940, p. 103.
160 John Sinclair, ricordi, 12 maggio 1940, Davy Papers, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
161 Sonia Purnell, First Lady: The Life and Wars of Clementine Churchill, London, Aurum Press, 2015, p. 149.
162 Chips Gemmell, intervista televisiva, in Martin Gilbert, The Complete Churchill, vol. IV: Never Despair, A&E Home Video, 1992.
163 Roy Jenkins, Churchill: A Biography, London, Macmillan, 2001, p. 712.
164 Mary Soames, Clementine Churchill, London, Cassell, 1979, p. 293.
165 Purnell, First Lady, cit., p. 149.
166 Elizabeth Gilliatt, intervista televisiva, in The Complete Churchill, vol. IV: Never Despair, cit.
167 Si intendono qui i grandi magazzini denominati Army & Navy Stores, nati come societ cooperativa per gli ufficiali delle forze armate e diventati in seguito, negli anni Trenta, una societ privata. [N.d.T.]
168 Colville, The Fringes of Power, cit., 16 giugno 1940.
169 Joseph Goebbels, diario, citato in Michael Paterson, Winston Churchill: Personal Accounts of the Great Leader at War, London, David & Charles, 2005, 3 maggio 1941, p. 26.
170 David Cannadine, Aspects of Aristocracy: Grandeur and Decline in Modern Britain, New Haven (CT)-London, Yale University Press, 1994, p. 147.
171 Lord Hankey a sir Samuel Hoare, 12 maggio 1940, Beaverbrook Papers, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
172 Lionel Hastings Ismay, The Memoirs of General the Lord Ismay, London, Heinemann, 1960, p. 116.
173 Robert Rhodes James (a cura di), Chips: The Diaries of Sir Henry Channon, London, Weidenfeld & Nicolson, 1993, 13 maggio 1940, p. 252.
174 Winston S. Churchill, discorso alla Camera dei Comuni, Hansard, HC Deb Series 5, 13 maggio 1940, vol. 360, coll. 1501-1503.
175 James (a cura di), Chips, cit., 13 maggio 1940, p. 252.
176 David Lloyd George, Hansard, Conduct of the War, HC Deb Series 5, 8 maggio 1940, vol. 360, coll. 1510-1512.
177 Harold Nicolson, A margine. Diario 1930-1964, ed. it. a cura di M. Serra, Bologna, il Mulino, 1996, p. 260.
178 James (a cura di), Chips, cit., p. 252.
179 Nicolson, A margine, cit., p. 260.
180 John Colville, The Fringes of Power. Downing Street Diaries 1939-1955, London, Hodder and Stoughton, 1985, p. 102.
181 James (a cura di), Chips, cit., p. 252.
182 Malcolm MacDonald, Titans and Others, London, Collins, 1982, pp. 94-95.
183 John Colville, in John Wheeler-Bennett (a cura di), Action This Day. Working With Churchill, London, Macmillan, 1968, p. 69.
184 Winston S. Churchill, The Scaffolding of Rhetoric, Churchill Papers, CHAR 8/13.
185 Tito Livio, Storia di Roma, Libri VII-VIII, Bologna, Zanichelli, 1966, p. 121.
186 John Donne, Anatomia del mondo, in Poesie sacre e profane, trad. it. di R. Tavelli, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 175.
187 George Byron, Et di Bronzo, in Opere complete, vol. IV, trad. it. di R. Rusconi, Torino, UTET, 1917, p. 543.
188 Robert Browning, Ixion, in Jocoseria, 1883.
189 Theodore Roosevelt, American Ideals, and Other Essays, Social and Political, New York, G.P. Putnam's Sons, 1897, p. 260.
190 Winston S. Churchill, London to Ladysmith via Pretoria, London, Longmans, Green, 1900, p. 96.
191 Id., in "Saturday Evening Post", vol. CLXXIII, n. 1, p. 29.
192 Id., Marlborough. La vita e i tempi del "duca di ferro", trad. it. di G. Paroni, Milano, Mondadori, 1973, p. 233.
193 Id., Speranze in Spagna, in Passo a passo, trad. it. di A.M. Ciriello, Milano, Mondadori, 1947, p. 322.
194 Id., The Scaffolding of Rhetoric, cit.
195 Richard Toye, The Roar of the Lion. The Untold Story of Churchill's World War II Speeches, Oxford, Oxford University Press, 2013, p. 42.
196 Churchill, The Scaffolding of Rhetoric, cit.
197 Id., Storia dei popoli di lingua inglese, vol. III: L'et della rivoluzione, trad. it. di B. Maffi, Milano, Mondadori, 1958, p. 285.
198 Id., The Scaffolding of Rhetoric, cit.
199 Plutarco, Pericle e Fabio Massimo, in Vite, vol. II, ed. it. a cura di D. Magnino, Torino, UTET, 1992, p. 53.
200 "Daily Telegraph", 14 maggio 1940; "Evening Standard", 13 maggio 1940.
201 National Archives, CAB 65/7/15 e CAB 65/13/7, 13 maggio 1940.
202 Winston S. Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. II: La loro ora pi bella, t. III: La grande alleanza, trad. di A. Barone, Milano, Mondadori, 1970, p. 24.
203 National Archives, CAB 65/7/16, 14 maggio 1940.
204 National Archives, CAB 65/7/17, 14 maggio 1940.
205 Ibid.
206 Ibid.
207 Ibid.
208 Ibid.
209 John Colville, Action This Day: Working With Churchill, a cura di John Wheeler-Bennett, London, Macmillan, 1968, p. 49; Id., The Fringes of Power: Downing Street Diaries 1939-1955, London, Hodder and Stoughton, 1985, p. 103.
210 Colville, The Fringes of Power, cit., p. 104.
211 Conversazione telefonica con Paul Reynaud, Premier Papers, 3/188/1, citato in Martin Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender: May 1940-December 1940, London, William Heinemann, 1993.
212 Ibid.
213 Ibid.
214 National Archives, CAB 65/7/18, 15 maggio 1940.
215 Ibid.
216 Ibid.
217 Ibid.
218 Colonnello Roderick Macleod, DSO, MC, e Denis Kelly (a cura di), The Ironside Diaries: 1937-1940, London, Constable, 1962, 15 maggio 1940, p. 310.
219 National Archives, CAB 65/7/18.
220 Ibid.
221 Lord Halifax, diario, 11 maggio 1940, Halifax Papers (Borthwick Institute, York), A7/8/4, p. 127.
222 Churchill al presidente Roosevelt, Churchill Papers, 20/14, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
223 Ibid.
224 Ibid.
225 Martin Gilbert, Winston S. Churchill, vol. VI: Finest Hour, 1939-1941, London, Heinemann, 1983, p. 344.
226 Ibid.
227 Churchill a Benito Mussolini, Churchill Papers, 20/14, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
228 Benito Mussolini a Churchill, Churchill Papers, 20/14, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.; cfr. Benito Mussolini, Opera omnia, a cura di E. e D. Susmel, vol. XXIX, Firenze, La Fenice, 1959, p. 444.
229 National Archives, CAB 65/7/19, 16 maggio 1940.
230 Lionel Hastings Ismay, The Memoirs of General the Lord Ismay, London, Heinemann, 1960, p. 127.
231 Churchill al Gabinetto di guerra, Churchill Papers, 4/149, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
232 Ismay, Memoirs, cit., pp. 128-129.
233 National Archives, CAB 65/7/21, 17 maggio 1940.
234 National Archives, CAB 99/3, 16 maggio 1940.
235 Ibid.
236 CAB 65/7/21, 17 maggio 1940.
237 CAB 65/13/11, 18 maggio 1940.
238 Colville, The Fringes of Power, cit., 19 maggio 1940, p. 108.
239 John Colville, Man of Valour: The Life of Field-Marshal the Viscount Gort, London, Collins, 1972, p. 204.
240 National Archives, CAB 65/13/12, 19 maggio 1940.
241 William Manchester, The Last Lion: Winston Spencer Churchill, Defender of the Realm, 1940-1965, London, Michael Joseph, 1983, ed. Kindle, pos. 1549.
242 Churchill, messaggio radiofonico alla nazione, 19 maggio 1940, Churchill Archives Centre, CHAR 9/176A-B. Primo libro dei Maccabei, 3,58-60.
243 Anthony Eden a Churchill, Churchill Papers, 2/394, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
244 Capitano Berkley, diario, Berkley Papers, 20 maggio 1940, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
245 Conte Baldwin di Bewdley a Churchill, Churchill Papers, 20/1, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
246 Lionel Hastings Ismay, The Memoirs of General the Lord Ismay, London, Heinemann, 1960, p. 129.
247 National Archives, CAB 66/7/262, 18 maggio 1940.
248 National Archives, CAB 66/7/263, 18 maggio 1940.
249 John Colville, The Fringes of Power: Downing Street Diaries 1939-1955, London, Hodder and Stoughton, 1985, 19 maggio 1940, p. 109.
250 Ibid.
251 Churchill al presidente Roosevelt, 20 maggio 1940, Churchill Papers, 20/14, citato in Martin Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender. May 1940-December 1940, London, William Heinemann, 1993.
252 National Archives, CAB 65/7/27, 21 maggio 1940.
253 Colonnello Roderick Macleod e Denis Kelly (a cura di), The Ironside Diaries. 1937-1940, London, Constable, 1962, 20 maggio 1940, p. 321.
254 National Archives, CAB 65/7/27, 21 maggio 1940.
255 Colville, The Fringes of Power, cit., p. 110.
256 Ibid.
257 Martin Gilbert, Winston S. Churchill, vol. VI: Finest Hour, 1939-1941, London, Heinemann, 1983, p. 57.
258 National Archives, CAB 99/3, 22 maggio 1940.
259 Ibid.
260 Ibid.
261 Ismay, Memoirs, cit., p. 130.
262 Macleod e Kelly (a cura di), The Ironside Diaries, cit., p. 328.
263 Colville, The Fringes of Power, cit., p. 111.
264 Ibid.
265 National Archives, CAB 65/13/15, 22 maggio 1940.
266 Ibid.
267 Anthony Eden, The Eden Memoirs, vol. II: The Reckoning, London, Cassell, 1965, p. 108 (Le memorie di Sir Anthony Eden, vol. II: La resa dei conti, 1938-1945, trad. it. di D. Bartoli, Milano, Garzanti, 1960-1968).
268 National Archives, CAB 65/7/3, 23 maggio 1940.
269 Ibid.
270 Ibid.
271 Ibid.
272 Ibid.
273 Mr Gurney Braithwaite a Churchill, Hansard, HC Deb Series 5, 23 maggio 1940, vol. 361, col. 330W.
274 Gilbert, Winston S. Churchill, vol. VI: Finest Hour, cit., pp. 384-385.
275 John Colville, Man of Valour: The Life of Field-Marshal the Viscount Gort, London, Collins, 1972, p. 213.
276 Conversazione fra Jock Colville e Martin Gilbert, 21 gennaio 1981, in Gilbert, Winston S. Churchill, vol. VI: Finest Hour, cit., p. 385.
277 National Archives, CAB 65/7/31, 23 maggio 1940.
278 Diario di re Giorgio VI, 23 maggio 1949, citato in John Wheeler-Bennett, King George VI: His Life and Reign, London, Macmillan, 1958, p. 456.
279 Telegramma di Churchill al generale Weygand, 24 maggio 1940, Churchill Papers, 20/14, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
280 Ibid.
281 Ibid.
282 Telegramma di Churchill a Reynaud, Churchill Papers, 20/14, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
283 National Archives, CAB 65/7/32, 24 maggio 1940.
284 Ibid.
285 Churchill al generale Ismay, Churchill Papers, 4/150, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
286 CAB 69/1, 24 maggio 1940.
287 Narrative of operations conducted from Dover May 21-26, 1940, Calais (diario di guerra di Calais), in NA/PRO ADM 199/795, citato in Hugh Sebag-Montefiore, Dunkirk, London, Viking, 2006, p. 228.
288 Diario di guerra di Calais, NA/PRO WO 106/1693 e 1750, citato in Sebag-Montefiore, Dunkirk, cit., p. 3.
289 Diario di guerra di Calais, NA/PRO WO 106/1697.
290 Churchill a Anthony Eden e al generale Ironside, 25 maggio 1940, Churchill Papers, 4/150, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
291 Diario di guerra di Calais, NA/PRO WO 106/1750, 25 maggio 1940, citato in Sebag-Montefiore, Dunkirk, cit., p. 230.
292 William Shakespeare, Enrico V, atto IV, scena III. [N.d.T.]
293 National Archives, CAB 65/7/33, 25 maggio 1940.
294 Ibid.
295 Benito Mussolini a Churchill, 18 maggio 1940; cfr. Benito Mussolini, Opera omnia, a cura di E. e D. Susmel, vol. XXIX, Firenze, La Fenice, 1959, p. 444.
296 National Archives, CAB 65/7/33.
297 Ibid.
298 David Dilks (a cura di), The Diaries of Sir Alexander Cadogan O.M, 1938-1945, London, Cassell, 1971, 23 maggio 1940, p. 288.
299 "Manchester Guardian", 25 maggio 1940.
300 "News of the World", 26 maggio 1940.
301 "Sunday Express", 26 maggio 1940.
302 "People", 26 maggio 1940.
303 "Daily Mail", 27 maggio 1940.
304 "Evening Standard", 27 maggio 1940.
305 "Daily Express", 27 maggio 1940.
306 Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. II: La loro ora pi bella, cit., cap. IV.
307 National Archives, CAB 63/13/20, 26 maggio 1940.
308 Ibid.
309 Ibid.
310 Ibid.
311 Ibid.
312 Ibid.
313 Ibid.
314 Ibid.
315 National Archives, CAB 63/13/21, 26 maggio 1940.
316 Ibid.
317 Ibid.
318 Ibid.
319 Dilks (a cura di), The Diaries of Sir Alexander Cadogan, cit., 23 maggio 1940, p. 288.
320 Diario di Neville Chamberlain, 26 maggio 1940, citato in David Reynolds, Churchill and the British "Decision" to Fight on in 1940: Right Policy, Wrong Reasons, in Richard Langhorne (a cura di), Diplomacy and Intelligence during the Second World War, Cambridge University Press, Cambridge-New York, 2003, p. 152.
321 National Archives, CAB 65/13/23, 27 maggio 1940.
322 National Archives, CAB 63/13/21, 26 maggio 1940.
323 Ibid.
324 Ibid.
325 Ibid.
326 Ibid.
327 Ibid.
328 Ibid.
329 Ibid.
330 Ibid.
331 Nassir Ghaemi, A First-Rate Madness: Uncovering the Links between Leadership and Mental Illness, London, Penguin Books, 2011, p. 61.
332 National Archives, CAB 65/7/26, 20 maggio 1940.
333 Diario del capitano Berkley, Berkley Papers, 26 maggio 1940, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
334 Segnale inviato dall'Ammiragliato, citato in L.F. Ellis, The War in France and Flanders, 1939-1940, London, HMSO, 1953, p. 182; Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
335 Ismay, Memoirs, cit., p. 131.
336 Eden, The Eden Memoirs, vol. II: The Reckoning, cit., p. 109.
337 Ismay, Memoirs, cit., p. 131.
338 Ibid.
339 Viceammiraglio Somerville a Churchill, 7.15, 27 maggio 1940, Premier Papers, 3/175, citato in Martin Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender: May 1940-December 1940, London, William Heinemann, 1993.
340 National Archives, CAB 65/7/36, 27 maggio 1940.
341 Ibid.
342 Ibid.
343 Churchill a Roger Keyes, 27 maggio 1940, Churchill Papers, 20/14, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
344 Churchill a lord Gort, 27 maggio 1940, Churchill Papers, 20/14, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
345 National Archives, CAB 65/7/36, 27 maggio 1940.
346 Ibid.
347 National Archives, CAB 65/13/22, 27 maggio 1940.
348 Churchill a Ismay, 27 maggio 1940, Churchill Papers, 20/13, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
349 National Archives, CAB 66/7/50, 26 maggio 1940, "Suggested Approach to Signor Mussolini".
350 National Archives, CAB 65/13/23, 27 maggio 1940.
351 Ibid.
352 Ibid.
353 Ibid.
354 Ibid.
355 Ibid.
356 Ibid.
357 Lord Halifax, diario, 27 maggio 1940, Halifax Papers (Borthwick Institute, York), A7/8/3, p. 142.
358 National Archives, CAB 65/13/23, 27 maggio 1940.
359 Ibid.
360 National Archives, CAB 65/13/21, 26 maggio 1940.
361 Neville Chamberlain, diario, 26 maggio 1940, Neville Chamberlain Papers (University of Birmingham), 2/24A.
362 Andrew Roberts, The Holy Fox: A Biography of Lord Halifax, London, Weidenfeld & Nicolson, 1991, p. 289.
363 National Archives, CAB 65/13/23, 27 maggio 1940.
364 Ibid.
365 Ibid.
366 Lord Halifax, diario, 27 maggio 1940, p. 142.
367 Ibid.
368 National Archives, CAB 65/13/23, 27 maggio 1940.
369 Ibid.
370 David Dilks (a cura di), The Diaries of Sir Alexander Cadogan O.M., 1938-1945, London, Cassell, 1971, p. 291.
371 Roberts, The Holy Fox, cit., p. 298.
372 Lord Halifax, diario, 27 maggio 1940, p. 142.
373 Dilks (a cura di), Diaries of Sir Alexander Cadogan, cit., p. 291.
374 John Colville, The Fringes of Power: Downing Street Diaries 1939-1955, London, Hodder and Stoughton, 1985, 19 maggio 1940, p. 109.
375 National Archives, CAB 69/1, 27 maggio 1940.
376 Ibid.
377 Colloquio telefonico fra il generale sir Edward Spears e Churchill, 27 maggio 1940, Cabinet Papers, 65/7, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
378 National Archives, CAB 69/1, 27 maggio 1940.
379 National Archives, CAB 65/7/38, 27 maggio 1940.
380 Colville, The Fringes of Power, cit., p. 109.
381 Lord Halifax, diario, 28 maggio 1940, p. 143.
382 National Archives, CAB 65/7/39, 28 maggio 1940.
383 Ibid.
384 Ibid.
385 Ibid.
386 Churchill, Hansard, HC Deb Series 5, 28 maggio 1940, vol. 361, cc. 421-422.
387 Mr Lees-Smith, ibid.
388 Sir Percy Harris, ibid.
389 Roberts, The Holy Fox, cit., p. 300.
390 National Archives, CAB 65/13/24, 28 maggio 1940.
391 Ibid.
392 Ibid.
393 Ibid.
394 Ibid.
395 Ibid.
396 Ibid.
397 Ibid.
398 Ibid.
399 Ibid.
400 Ibid.
401 Ibid.
402 Martin Gilbert, Winston S. Churchill, vol. VI: Finest Hour, 1939-1941, London, Heinemann, 1983, p. 419.
403 Oswald Mosley, esponente del fascismo inglese. [N.d.T.]
404 Ben Pimlott (a cura di), The Second World War Diary of Hugh Dalton, London, Jonathan Cape, 1985, pp. 27-28.
405 Winston S. Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. II: La loro ora pi bella, trad. it. di G. Monicelli, Milano, Mondadori, 1970, p. 115.
406 National Archives, CAB 65/13/24, 28 maggio 1940.
407 Lord Halifax, diario, 28 maggio 1940, p. 144.
408 Churchill, La seconda guerra mondiale, vol. II, cit., p. 115.
409 Douglas C. Dildy, Dunkirk 1940: Operation Dynamo, Oxford, Osprey, 2010, p. 9.
410 Edward Spears, Assignment to Catastrophe, London, William Heinemann, 1954, vol. I, p. 255.
411 Churchill ai ministri e agli alti ufficiali di Gabinetto, 29 maggio 1940, Premier Papers, 4/68/9, citato in Martin Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender: May 1940-December 1940, London, William Heinemann, 1993.
412 National Archives, CAB 65/7/41, 29 maggio 1940.
413 David Dilks (a cura di), The Diaries of Sir Alexander Cadogan O.M., 1938-1945, London, Cassell, 1971, p. 292.
414 National Archives, CAB 65/13/25, 29 maggio 1940.
415 Ibid.
416 Ibid.
417 Ibid.
418 Ibid.
419 Dilks (a cura di), The Diaries of Sir Alexander Cadogan, cit., 23 maggio 1940, p. 292.
420 Churchill a Anthony Eden, al generale Ismay e al generale Dill, 29 maggio 1940, Premier Papers, 3/175, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
421 Churchill al generale Spears, 29 maggio 1940, FO Papers, 800/312, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
422 Churchill a lord Gort, 29 maggio 1940, Premier Papers, 3/175, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
423 Roderick Macleod e Denis Kelly (a cura di), The Ironside Diaries: 1937-1940, Constable, London, 1962, p. 344.
424 John Colville, The Fringes of Power: Downing Street Diaries 1939-1955, Hodder and Stoughton, London, 1985, p. 115.
425 Churchill a Reynaud, 29 maggio 1940, Premier Papers, 3/175, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
426 Ibid.
427 Ibid.
428 Un ricordo del capitano Pim, 29 maggio 1940, Pim Papers, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
429 John Spencer-Churchill, Crowded Canvas, London, Odhams Press, 1961, pp. 162-163.
430 National Archives, CAB 65/7/43, 30 maggio 1940.
431 National Archives, CAB 65/13/26, 30 maggio 1940.
432 Ibid.
433 Lionel Hastings Ismay, The Memoirs of General the Lord Ismay, London, Heinemann, 1960, p. 136.
434 National Archives, CAB 69/1, 30 maggio 1940.
435 W.H. Thompson, I was Churchill's Shadow, London, Christopher Johnson, 1951, p. 41.
436 Ismay, Memoirs, cit., p. 133.
437 National Archives, CAB 99/5, 31 maggio 1940.
438 Ibid.
439 Ibid.
440440 Ibid.
441 Sir Ronald Campbell a lord Halifax, 31 maggio 1940, Foreign Office Papers, 800/212, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
442 Ibid.
443 Lord Halifax, diario, 30 maggio 1940, Halifax Papers (Borthwick Institute, York), A7/8/4, p. 146.
444 Ben Pimlott (a cura di), The Second World War Diary of Hugh Dalton, London, Jonathan Cape, 1985, 14 novembre 1940, 31 maggio 1940, p. 31.
445 Ismay, Memoirs, cit., p. 135.
446 Lord Halifax, diario, 30 maggio 1940, p. 147.
447 National Archives, CAB 65/7/46, 1 giugno 1940.
448 Colville, The Fringes of Power, cit., p. 115.
449 Churchill a Desmond Morton, Premier Papers, 7/2, citato in Gilbert, The Churchill War Papers, vol. II: Never Surrender, cit.
450 National Archives, CAB 79/4, 1 giugno 1940.
451 Harold Nicolson, A margine. Diario 1930-1964, ed. it. a cura di M. Serra, Bologna, il Mulino, 1996, p. 264.
452 Pimlott (a cura di), The Second World War Diary of Hugh Dalton, cit., 3 giugno 1940, p. 34.
453 Robert Rhodes James (a cura di), Chips: The Diaries of Sir Henry Channon, Weidenfeld & Nicolson, London, 1993, 2 giugno 1940, p. 255.
454 John Martin, Downing Street: The War Years, London, Bloomsbury, 1991, p. 5.
455 Anthony Eden a Churchill, 3 giugno 1940, Churchill Papers, CHAR 9/172/104.
456 Churchill, appunti per il discorso del 4 giugno 1940, Churchill Papers, CHAR 9/172/23.
457 Churchill, appunti per il discorso del 4 giugno 1940, Churchill Papers, CHAR 9/172/16.
458 Intervista a sir John Martin, 1973, archivi della BBC, "Remembering Winston Churchill", www.bbc.co.uk/archive/churchill/11021/shtml.
459 Churchill, Hansard, War Situation, HC Deb, Series IV, 4 giugno 1940, vol. 361, coll. 787-798.
460 Ibid.
461 Ibid. Churchill cita, parafrasandola, Morte d'Arthur di Alfred Tennyson. [N.d.T.]
462 Ibid.
463 Discorso di Churchill a Westminster Hall per il suo ottantesimo compleanno, 30 novembre 1954, Churchill Papers, CHAR 5/56b/235.
464 Georges Clemenceau, discorso pronunciato a Parigi nel novembre del 1918, citato in Donald McCormick, The Mask of Merlin: A Critical Study of David Lloyd George, London, Macdonald, 1963 p. 143.
465 Winston S. Churchill, The Scaffolding of Rhetoric, Churchill Papers, CHAR 8/13/1-13.
466 Id., Blood, Toil, Tears and Sweat: The Great Speeches, a cura di David Cannadine, London-New York, Penguin Books, 2007, p. XXII.
467 Churchill, The Scaffolding of Rhetoric, cit.
468 Churchill, Hansard, Commons Sitting, HC Deb, 23 gennaio 1948, vol. 446, cc. 556-562.
469 Cfr. Nigel Jones, Churchill and Hitler: At Arms, at Easels, in "History Today", 64, 5, maggio 2014.
470 Winston S. Churchill, Blood, Toil, Tears and Sweat: The Great Speeches, a cura di David Cannadine, London-New York, Penguin Books, 2007, p. XXII.
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FINE.
